domenica, Agosto 14

Guerra ucraina: perché il Donbass? … stereotipi a parte La regione al centro di questa fase della guerra ucraina 2022 per la Russia è una questione d'immagine, per la carica emotiva che continua avere in una fetta della popolazione russa. Ma è anche una questione economica, e non è affatto detto che non sia una risorsa tossica, per Mosca come per Kiev

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In quello che pare essere diventato lo sport preferito degli occidentali -quanto meno di coloro che per passione o per lavoro si occupano di geopolitica-, ovvero provare a decifrare i pensieri e i piani di Vladimir Putin, c’è una corrente di pensiero che ritiene che il Presidente russo con la guerra in Ucraina non abbia intenzione diricostruire l’impero russo‘, come fin dalle prime ore del 24 febbraio è stato sostenuto, piuttosto voglia parlare a suocera (l’Ucraina) perchè nuora intenda (l’Occidente, o meglio la NATO, gli Stati Uniti), e che ora la sua decisione di concentrare l’attenzione sul Donbass sia determinata dalla volontà di portarsi a casala regionecome scalpo da sbandierare ai russi e uscirne in qualche modo vincitore.
Volodymyr Zelensky, in effetti, in questi giorni ha riconosciuto, che l’
Ucraina ha già perso il 20% del suo territorio nazionale, sul quale viveva, prima dell’inizio della guerra, il 27% della popolazione ucraina di origine russa. E Mosca sta ribadendo che laliberazionedel Donbass è il suo obiettivo primario. In questo caso, Mosca siaccontenterebbedi conquistare tutto il Donbass, cioè oltre alle repubbliche separatiste di Donesk e Lugansk, tutto il territorio regionale, compreso il corridoio al mare di Azov fino alla Crimea, già annessa dalla Russia nel 2014. Ciò rinunciando al piano più ambizioso di conquistare Odessa, privando l’Ucraina di questo ultimo sbocco sul mare, e conquistare territorio fino a raggiungere la Transnistria, repubblica separatista russofona della Moldavia fin dal 1991, che comunque potrebbe servire al Cremlino.
Da qui la domanda: perchè il Donbass?

Partiamo subito con il dire che la oramai famigerataminoranza russofonadel Donbass, quella che, fin dal discorso di Putin del 22 febbraio, deve essereliberatadal giogo ucraino, è sì certo proprio una minoranza, rappresenterebbe, forse, circa un quarto della popolazione dell’est in generale della popolazione (dati che non sono stati possibili verificare), ma che questa fetta di popolazione sia russofila pare, a dire degli studiosi che si stanno pronunciando, per niente scontato, anzi, si potrebbe dire che è russofona in quanto rimasta tale, ma ‘russofona per caso‘, altresì, probabilmente, si potrebbe sostenere ‘ucraina per scelta‘. Le difficoltà che i russi sul campo di battaglia stanno incontrando anche nel Donbass ne sarebbero la prova.
La lingua russa in Ucraina è stata la lingua ufficiale e comunemente parlata dall’ingresso dell’Ucraina, come membro fondatore, nell’Unione Sovietica, nel 1922, fino all’indipendenza, nel 1991. Dal 1991 ad oggi le cose sono cambiate, ma, come sottolineano gli studiosi, «la lunga storia della Russia come lingua politica e culturale dominante dell’Unione Sovietica significa che molti cittadini ucrainicirca il 30% secondo l’ultimo censimento- sono di madrelingua russa» e continuano -o almeno lo facevano prima del 24 febbraio- a parlare russo.
La maggior parte degli ucraini è in grado di parlare facilmente sia il russo che l’ucraino, tanto facilmente che non solo il russo è ampiamente utilizzato in gran parte dell’Ucraina, ma, addirittura, non è insolito che le persone si muovano facilmente e persino inconsciamente avanti e indietro tra le due lingue nello stesso discorso.
Sempre il sondaggio di cui sopra ci dice che
il 17,3% dei cittadini dell’Ucraina indipendente si è identificatocome russo etnico, categoria che però non esclude l’altra, ovvero cittadino ucraino. Gli studiosi sottolineanocome al 2001, l’influenza numerica dell’etnia russa in Ucraina sia diminuita, «a seguito dell’annessione della Crimea e della creazione delle due ‘repubbliche’ separatiste nella regione del Donbass, nell’Ucraina orientale. È significativo che anche nel Donbass, dove i russi etnici costituiscono una minoranza sostanziale, non siano più numerosi degli ucraini etnici».
Insomma,
il Donbass molto più che una questione di lingua, di russofoni-russofili, è questione di immagine e,soprattutto, economia.

Questione d’immagine perchè «una vittoria russa nella regione spaventerebbe l’Occidente», come si sintetizzada parte americana su ‘CNN‘, e contestualmente «salvare gli obiettivi bellici di Putin», ovvero salverebbe il suo futuro alla guida del Paese, mettendo a tacere i critici all’interno del Cremlino, e contestualmente si riserverebbe lo spazio per un eventuale nuovo intervento sul resto dell’Ucraina nei tempi che vorrà. Mentre «una sconfitta potrebbe decretare il fallimento storico della sua invasione», e probabilmente metterebbe fine alla sua carriera politica. In questo senso il Donbass deciderà i destini di questa guerra e dell’uomo che l’ha voluta.
E’ da tenere presente che il Donbass, un tempo il centro dell’industria pesante dell’Unione Sovietica, riveste un ruolo altamente simbolico, sottolineano gli analisti: «Queste sono le antiche aree cosacche che furono per secoli agrarie e furono industrializzate solo da Stalin», afferma, a ‘DW‘, Ewald Böhlke, direttore del Berthold Beitz Center di Berlino. Il Donbas ha mantenuto un posto di grande rilievo nella psiche della leadership russa.
Riconquistare il Donbass, data la sua risonanza emotiva come spina dorsale industriale dell’impero russo, è stato considerato da Putin -nella lettura che lo vuole ‘zar’ all’opera per ridare vita all”impero’- un passo obbligato. «È simbolicamente molto importante; il Donbass ha fornito materie prime all’intera Unione Sovietica», afferma Markian Dobczansky, docente dell’Istituto di ricerca ucraino dell’Università di Harvard.
La conquista dell’intero Donbass permetterà a Putin di «dichiarare una vittoria a livello nazionale e dissipare i suoi critici sul fatto che questa è stata un’invasione fallita», ha detto Samir Puri, un esperto di sicurezza e guerra ibrida presso l’Istituto internazionale per gli studi strategici (IISS), che ha lavorato come osservatore per il cessate il fuoco nel Donbass tra il 2014 e il 2015. «Prendere il Donbass sarebbe un premio di consolazione, perché Kiev ora è fuori dalla portata militare della Russia, ma è un buon premio di consolazione».

E veniamo alla questione economica, perchè il Donbass se è terra di conflitti data la sua posizione geografica e l’ingombrante vicino russo, è anche e soprattutto un centro economico importantissimo, lo è stato in positivo e ora, secondo alcuni osservatori, lo è in negativo, sia che lo si guardi lato Russia, sia che lo si guardi lato Kiev.
Il Donbass è il cuore economico dell’Ucraina. Il
bacino carbonifero, che si estende a est fino al territorio russo, è il quarto più grande d’Europa, con riserve estraibili stimate in oltre 10 miliardi di tonnellate.
Secondo i dati diffusi all’inizio della guerra, «
la regione intorno alla città di Donetsk costituisce solo il 5% del territorio ucraino. Circa il 10 per cento della popolazione vive qui, ma producono il 20 per cento del prodotto interno lordo e circa un quarto del volume delle esportazioni ucraine». Dati che chiariscono quanto quel 20% di territorio che il Presidente ucraino ha ammesso di perdere perdendo il Donbass sia ‘pesante’.
«Coloro che hanno vissuto e studiato la regione, la descrivono come un
centro industriale indipendente e grintoso che è rimasto per decenni sospettoso delle forze esterne», afferma sempre ‘CNN‘.

«Camini, fabbriche e giacimenti di carbone hanno punteggiato il paesaggio del Donbass per decenni e da quando le sue due principali città sono state fondate -Donetsk da un mastro siderurgico gallese nel 1869, e Luhansk sette decenni prima da un industriale scozzesel’industria è stata la linfa vitale della regione».
«Il nome Donbass è esso stesso un ‘portmanteau’ del bacino carbonifero del Donets e per la maggior parte del 20° secolo ha svolto un ruolo smisurato come cuore industriale dell’Unione Sovietica, pompando carbone in grandi quantità.

L’Unione Sovietica ha sviluppato intensamente il Donbass come centro industriale”, ha affermato Markian Dobczansky, un associato dell’Istituto di ricerca ucraino dell’Università di Harvard. “Era un luogo che stabiliva il ritmo dell’industrializzazione sovietica”. Era anche un luogo di “produzione industriale e repressione estremamente alte”, aggiunge Dobczansky. “Il terrore era presente sotto il dominio sovietico. La repressione è avvenuta in tutta l’Unione Sovietica, ma è avvenuta intensamente nel Donbass”. Sospetti, arresti e processi farsa erano all’ordine del giorno».

«L’aumento della produzione di acciaio e metallo, la creazione di una ferrovia e lo sviluppo di un’industria marittima nella città portuale di Mariupol hanno diversificato il Donbass oltre le sue radici di estrazione del carbone.

Nei tre decenni successivi alla caduta dell’Unione Sovietica, la potenza economica della regione si è avvizzita» Negli anni ’90, nel Donbass l’economia ha perso mordente, ha detto alla ‘CNN‘ Rory Finnin, professore associato di studi ucraini all’Università di Cambridge. «Un declino del tenore di vita e una povertà dilagante hanno afflitto la regione durante la sua transizione iniziale dal comunismo, ha detto Finnin», paragonando la regione alle regioni di Rust Belt degli Stati Uniti, dove le località un tempo fiorenti del cuore hanno faticato ad adattarsi. «Ma una ripresa delle fortune seguì la svolta del secolo; il Donbass rimane l’epicentro industriale dell’Ucraina, complementandosi con la produzione agricola del resto del Paese. Mentre la prosperità nella regione ha vacillato, una caratteristica costante dei suoi abitanti no. La gente del Donbass è e rimane “ferocemente indipendente”, ha detto Finnin».

Un epicentro industriale che si è ripreso ma, secondo altri studiosi, sotto effetto di doping. Le statistiche, infatti, dicono che il Donbass è una regione sovvenzionata. Il bacino carbonifero del Donbass, affermava, già al tempo della prima aggressione russa all’Ucraina, nel 2014, a ‘DW‘, Ewald Böhlke, «dagli anni ’80 non è stato redditizio, è costoso ed è stato mantenuto in vita artificialmente solo per motivi sociali“». Tanto che, secondo Böhlke, «in termini puramente economici, un’annessione alla Russia difficilmente varrebbe la pena. “La Russia dovrebbe davvero dire, grazie a Dio che il Donbass faccia parte dell’Ucraina così da non dover sovvenzionare quella regione”». Il direttore sottolineava come «numerose aziende nell’Ucraina orientale forniscono importanti materie prime e prodotti alla Russia, in particolare per le industrie russe dello spazio e della difesa». Otto anni fa: «dodici tipi di missili balistici intercontinentali russi, insieme a pezzi di ricambio e manutenzione, provengono dalla sola città ucraina orientale di Dnipropetrovsk. Nel Donbass viene prodotto un acciaio speciale per i carri armati delle forze armate russe e la maggior parte degli elicotteri da combattimento russi vola con motori di Zaporizhia». Situazione che, guardata dal lato opposto, significava che l’economia della regione molto dipendeva per la sua ricchezza dal flusso commerciale con la Russia.
Se anche parti dell’industria dipendono dai sussidi, affermava nel 2014, l’esperto ucraino Ewald Böhlke «i prodotti di esportazione dell’Ucraina orientale rappresentano un’importante fonte di reddito per il governo di Kiev. Questo è tanto più importante in quanto l’Ucraina è praticamente in bancarotta e quindi dipende sempre più dai donatori internazionali. “Se i movimenti separatisti avessero successo, Kiev crollerebbe completamente nella valutazione del rischio dei mercati monetari perché il Paese perderebbe così tante risorse».Per otto anni quei movimenti non sono riusciti avere la meglio. Anche se l’annessione della Crimea da parte di Putin, nel 2014, e l’occupazione di parti del Donbass da parte di questi ribelli sostenuti dalla Russia per tutti gli otto anni, hanno interrotto il periodo di crescente prosperità della regione, sottolineano gli osservatori.
Ora la situazione è completamente diversa. Il che ancor di più è chiaro quanto sia di capitale, terribile importanza per il futuro dell’Ucraina quel 20% di territorio nazionale perso.
Eppure, a conferma di quanto sosteneva nel 2019 il Wilson Center, non è ben chiaro il rapporto costo/benefici per parte russa.
«
Mosca ha compiuto passi significativi verso l’integrazione» delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk, «a cominciare dalla rublizzazione», affermava, appunto nel 2019, Brian Milakovsky, esperto di questioni di ripresa economica nel settore dello sviluppo a Luhanska Oblast, analista del Wilson Center. Le aziende russe e bielorusse hanno inondato di beni di consumo i mercati delle due repubbliche, Mosca, attraverso aziende di oligarchi russi importa carbone di antracite in Russia a prezzi molto bassi e lo riesporta sui mercati globali con un alto profitto, le aziende locali hanno beneficiato, anche se in misura minore, delle aperture al mercato russo. Posto ciò, per quanto Mosca avesse il controllo semicoloniale delle risorse economiche delle due repubbliche, i profitti che ne derivavano aiutavano Mosca a recuperare solo una parte dei «2 miliardi di dollari stimati ogni anno per sovvenzionare il bilancio della regione e i pagamenti delle pensioni e del welfare».
Proseguiva Brian Milakovsky: «i costi per sostenere il progetto separatista di Donetsk e Luhansk sono troppo bassi (0,1 per cento del PIL) per influenzare il processo decisionale del Cremlino, osserva Sergey Aleksashenko, ex vicepresidente della Banca centrale russa e studioso dei Brookings.
A lungo termine, tuttavia, è probabile che questi territori diventino ancora meno autosufficienti e più dipendenti dal benessere esterno poiché la produttività delle miniere di carbone e delle acciaierie diminuisce e il deflusso di residenti in età lavorativa si intensifica. E accanto a questi costi crescenti, Mosca deve considerare le perdite molto maggiori associate alle sanzioni occidentali.
Ma la cattiva notizia per il futuro economico del Donbass è che questi problemi non possono essere facilmente analizzati e risolti separatamente. Enrique Menendes, un attivista umanitario ucraino che dirige l’Istituto di politica regionale del Donbass, sottolinea che “
Mosca potrebbe percepire la fine del blocco solo come un passo verso un grande piano… In effetti, la Russia si chiederàCosa c’è dopo?ad ogni passo”». Qui il ragionamento di Menendes, e di riflesso di Milakovsky che lo cita, quando parlava di ‘blocco’ e del ‘dopo’, faceva riferimento alla situazione delle due repubbliche, al blocco economico, in attesa dell’attuazione degli accordi di Minsk, con il consolidamento dello ‘status speciale’ del Donbass nella Costituzione dell’Ucraina. E Milakovsky proseguiva esprimendo chiaramente quanto il Donbass fosse problematico non solo per la Russia, ma anche per Kiev, nella prospettiva dell’attuazione degli accordi e del ritorno della regione sotto la piena giurisdizione ucraina: «Kiev deve trovare presto una soluzione in modo che rimanga un futuro economico per il Donbass, per evitare che si trasformi in una risorsa tossica che prosciugherà il bilancio ucraino quando sarà finalmente reintegrato. Allo stesso tempo, Kiev deve evitare di precipitarsi in una risoluzione che riporterebbe le repubbliche in Ucraina come un cavallo di Troia politico».
Gli accordi di Minsk non sono mai stati attuati, e il 24 febbraio 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina. Questo è il solo ‘dopo’, e, forse il ‘grande piano’ a cui faceva riferimento Menendes. Il Donbass, cuore economico dell’Ucraina, attende di scoprire se sarà cuore ‘nero’ o ‘rosso’. 

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