sabato, Aprile 10

Guerra per soldi, altroché guerre di religione field_506ffb1d3dbe2

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quirico meeting

Rimini – «Riprendo la scritta sui pannelli di questo salone, il titolo del Meeting: «Verso le periferie del mondo. Il destino non ha lasciato solo l’uomo». No. Non è così. Il destino non lo so. Ma noi, l’Occidente, l’Europa, gli Stati Uniti, tutti noi, abbiamo lasciato solo l’uomo». Comincia così l’intervento di Domenico Quirico, giornalista de ‘La Stampa, chiamato all’ultima conferenza del Meeting di Rimini edizione 2014, per portare la sua testimonianza dell’esperienza da inviato di guerra in Siria, dove, nel 2013 è stato rapito.
Interviene nella Conferenza che chiude il Meeting, ‘Testimoni di Libertà’, assieme ad altri tre testimoni di massacri, privazioni di libertà e persecuzioni: Shlemon Warduni, Vescovo ausiliare del Patriarcato di Babilonia, Iraq; Ignatius Kaigama, Arcivescovo di Jos, Nigeria; Paul Jacob Bhatti, Presidente della Shabbaz Bhatti memorial Trust, Pakistan.

Siria, Iraq, Nigeria, Pakistan. Alcune delle periferie di quel mondo che, secondo Quirico, sono state abbandonate da tutti Noi. «Abbiamo lasciato soli 22 milioni di siriani, i cristiani dell’Iraq, i cristiani della Nigeria, i rwandesi vent’anni fa. Abbiamo abbandonato e lasciato solo l’uomo delle periferie del mondo. Questa è la nostra colpa».

E poi immagina di scrivere un articolo per il suo giornale, su un suo ipotetico rientro in Siria, domani mattina, nelle condizioni in cui è attualmente il Paese, per colpa nostra. Dove 22 milioni di siriani incontrano quotidianamente il dolore, mentre 4 milioni sono fuggiti.  «Non credo al mio giornale interessi molto, ma vorrei raccontare il mio incontro con i ragazzi siriani della prima rivoluzione della società civile, che aveva conquistato mezza città. Altro non volevano se non l’abbattimento di Bashar Al-Assad e del suo regime lercio e corrotto. Immagino cosa mi direbbero questi ragazzi ora. Cosa mi direbbe Abdul, veterinario che si era messo a disposizione come chirurgo in un ospedale di Aleppo. Potrei dirgli che aveva ragione lui quando mi diceva: «in fondo, a voi occidentali, di quello che accadrà qui in Siria, di noi rivoluzionari che rischiamo la vita ogni giorno, per le stesse cose che voi scrivete nelle vostre Costituzioni, che imprimete nei vostri giornali, fate dire ai vostri politici: la libertà, la democrazia, l’abbattimento delle dittature, non ve ne importa niente. Il vostro amico resta Bashar Al-Assad». Gli direi: hai ragione, dopo quattro anni, stiamo aiutando Bashar Al-Assad. Ma non posso dirglielo, perché Abdul è morto, sotto le macerie di quell’ospedale in cui lavorava curando centinaia di feriti. Così come tanti altri giovani siriani che ho incontrato, in ogni mio ritorno in Siria. Sono morti, mentre Noi non guardavamo. E mentre favorivamo, ignorando la loro rivoluzione, l’affermarsi della follia jihadista».

Quirico è sicuro nel sostenere che in tutti questi territori, che lui ha attraversato, con il suo lavoro, sta accadendo un fenomeno che va al di la di qualsiasi forma di dittatura. Preannuncia l’avvento di un nuovo totalitarismo, di cui non siamo ancora consapevoli. «Che non è dittatura, ma la negazione dell’altro, in quanto altro. La necessità della sua soppressione, purificazione, la totale eliminazione, non perché dissidente o colpevole. Ma solo in quanto altro. L’ebreo, il tutzi, l’appartenente all’altro clan, lo yazita. Questo è quello che sta crescendo oggi nel nuovo califfato tra Siria e Iraq e in altri luoghi. Nigeria, Somalia, Libia, Yemen, Afghanistan. La nascita del Leviatano, tremendo e crudele, che noi abbiamo conosciuto nel nazismo e nel totalitarismo comunista. Esempio di ciò è proprio James Foley, il giornalista americano che è stato decapitato in diretta. Non è stato ucciso per il suo lavoro di giornalista o perché fosse testimone di particolari fatti. Era condannato a morte, nel momento in cui è stato preso, perché era occidentale e americano. Quella era la sua colpa».

La stessa terribile testimonianza viene portata da Shlemon Warduni, dall’Iraq, da Mosul, sulla Piana di Ninive. Un territorio che da troppo tempo non trova pace, e dove la convivenza fraterna creatasi tra cristiani e musulmani è ora sconvolta dalla feroce persecuzione delle minoranze religiose ad opera delle orde dell’Isis.

«Di quale libertà parliamo?», chiede disperato il vescovo. «Siamo passati, dall’occupazione americana, alla più strana e terribile persecuzione, a Mosul. Vogliono sradicarci dalle nostre radici e dal nostro terreno, cancellare la nostra cultura millenaria in Iraq. Centoventimila cristiani hanno lasciato la Piana di Ninive. E poi ci sono le altre minoranze. Vogliono sradicarci, ucciderci, distruggere tutta l’archeologia e i manoscritti più antichi».

Anche il vescovo Warduni non risparmia, con il grido della sua disperazione, precise accuse, al mondo che resta immobile, o che fa finta di agire. «Non capiamo il perché, le ragioni reali di tutto questo. Chiediamo aiuto, ma sembra non esserci nessuno che voglia farlo. E la nostra pazienza sta per finire».

I bersagli contro cui si scaglia il vescovo sono chiari. «Certo che si potrebbe fare qualcosa. Si possono mettere in atto azioni molto concrete: smettere di vendere le armi a questa gente cannibalesca. La questione della guerra sono le armi. Già ai tempi dell’occupazione americana, io urlavo ‘chi ha venduto le armi a quel dittatore? Con chi faceva accordi?’. Sono gli interessi materiali che ci stanno facendo morire come mosche. Punire chi fornisce armi a questi gruppi. Tutti sanno chi sono, e nessuno parla, per interessi, per il petrolio e per un sacco di altre questioni. Bisogna introdurre sanzioni e punizioni, tagliare queste nazioni dalla Comunità internazionale. Vogliamo, poi, protezione internazionale, per tutte le minoranze. Infine, dove sono i nostri diritti? Dov’è l’Onu? Costa sta facendo? Dov’è il Consiglio di Sicurezza? È immobile perché dominato dalla potenti forze che hanno interessi in gioco? O si muove o può pure sciogliersi».

Sembreranno  certamente proposte utopistiche, ma riflettono la disperazione e l’urgenza di porre un freno all’ascesa di questi gruppi, alla corruzione dei Governi, all’immobilità e agli interessi in gioco. Perché, come ribadisce Paul Jacob Bhatti, raccontando la persecuzione dei cristiani nel Pakistan, quello che sta accadendo non rientra nella sfera religiosa, ma in sfere ben più subdole. «Ci troviamo di fronte ad una filosofia radicale complessa, che non ha nulla a che fare con la religione. I bambini dei villaggi poveri, a cui viene fatto il lavaggio del cervello, per convincerli ad immolarsi in nome dell’islam o a uccidere, non rientrano nella sfera religiosa. Viene usata la religione, come strumento di comodo».

Lo stesso concetto che, pochi giorni fa, aveva ribadito Wael Farouq, musulmano, professore all’Università del Cairo. «C’è un interesse mondiale in quello che è successo in Iraq. Economico. Isis è il risultato della democrazia americana in Iraq. Questo è importante, perché non è una guerra contro i cristiani. Lo scorso venerdì sono stati uccisi 70 musulmani sunniti in una moschea, in Iraq. È una guerra per interesse economico. Io insisto sul fatto che queste guerre non sono etniche e religiose, ma riflettono una natura, soprattutto, economica. Non parlo solo di Stati Uniti. Ci sono aziende internazionali che comprano l’olio, la nafta da quelli dell’Isis. Sappiamo tutti che, ogni giorno, tre milioni di dollari entrano nella banca dell’Isis. Chi paga questi soldi? C’è un interesse, non dobbiamo nasconderlo, per non ridurre la realtà ad una questione di conflitto religioso».

La cosa che colpisce, nelle parole di questi uomini di Chiesa, è la straordinaria concretezza e reale preoccupazione. Si legge nei loro occhi una disperata richiesta di aiuto: «Mentre noi siamo qui a parlare», esclama Warduni, «a Mosul c’è una famiglia che sta fuggendo, o qualcuno che sta morendo, senza un perché».

Tutti gli interventi, sono in realtà feroci denunce e appelli, alla necessità di una nuova coscienza politica che agisca. Una richiesta a tutte le forze politiche, nazionali e internazionali affinché si muovano. Onu, Consiglio di Sicurezza, Governi. Perché loro, uomini di fede, possono agire con la preghiera e con una protezione momentanea e precaria, possono ospitare nelle chiese, forti della loro carità. Ma non hanno potere politico e coercitivo. Questo è in mano ad altri, a quelli che, oggi, stanno facendo prevalere ben altro interesse. È così che l’accusa che Quirico lancia, «noi tutti abbiamo lasciato soli gli uomini delle periferie del mondo», si ritrova nel profondo dei discorsi degli uomini di chiesa delle periferie del mondo.

 

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