mercoledì, Ottobre 27

Guerra in Yemen, il conto lo pagano i civili

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«Abbiamo condotto un raid il 18 aprile contro tre terroristi AQAP e un altro aggiuntivo ieri, il 23 aprile. Dal 28 febbraio abbiamo condotto piu’ di 80 attacchi di precisione contro militanti AQAP, infrastrutture, posizioni di combattimento e attrezzature nello Yemen». Questo è stato l’annuncio di Jeff Davis, capitano americano, impegnato nella guerra nello Yemen, scenario meno conosciuto ma brutale almeno quanto quello siriano.

La guerra ha portato le Nazioni Unite ad appellarsi alle truppe dell’Arabia Saudita e della sua coalizione perchè non bombardi il porto di Hodeida, essenziale per gli aiuti umanitari per i civili coinvolti nella guerra: «l’attacco al porto di Hodeida e alla città non è necessario […] è l’unico porto che possiamo utilizzare per servire la maggior parte della popolazione in situazione di bisogno», ha avvertito Jamie Mc Goldrick, coordinatore umanitario ONU per lo Yemen. Circa il 75% degli aiuti umanitari raggiunge la popolazione yemenita attraverso il porto di Hodeida.

Il problema della fame e della scarsità di cibo e di altri prodotti di prima necessità si aggraverebbe ulteriormente se il Paese, devastato dai combattimenti, perdesse persino l’ultima ‘ancora di salvezza’, gli aiuti internazionali: nello Yemen sono quasi 7 milioni le persone che ogni giorno rischiano di morire di fame. Tra queste, 2.2 milioni sarebbero bambini, molti dei quali bisognosi di cure e aiuti urgenti.

«Milioni di bambini in Yemen sono in uno stato di malnutrizione acuta e molti stanno morendo a causa di malattie che sono completamente prevenibili […] senza ulteriore azione delle parti in conflitto e della comunità internazionale, lo Yemen rischia seriamente di sprofondare nella carestia, con ancora più vite in bilico di bambini. Si tratta di una corsa contro il tempo», afferma Geert Cappelaere, Direttore Regionale UNICEF per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Le durissime condizioni starebbero costringendo buona parte dei civili a prendere misure di emergenza: molte persone, tra cui anche i minori, devono arruolarsi e combattere, se non vogliono morire di inedia tra la popolazione civile inerme. Le infrastrutture devastate e le zone in cui si combatte impediscono a diversi strati della popolazione di raggiungere le poche ‘oasi sicure’ dove gli aiuti umanitari aiutano a sopravvivere.

L’incentivo a unirsi all’esercito e combattere è così alto che il numero di bambini arruolati e ingaggiati è aumentato di tre volte nei primi mesi dell’anno, rispetto agli ultimi del 2016. Unicef e WFP hanno ancora bisogno di 1.2 miliardi di dollari per sostenere i costi dell’emergenza di quest’anno, per ora coperti solo per meno del 20%. Il traguardo ideale, però, sarebbe ovviamente la fine vera e propria del conflitto, unica grande barriera all’azione umanitaria delle due organizzazioni.

Lo stesso appello è stato rinnovato nel vertice dei G7 a Lucca, ma le due parti, i ribelli Houthi allineati con l’ex Presidente del Paese Ali Abdullah Saleh, e il Governo riconosciuto dalla comunità internazionale di Abed Rabbo Mansour Hadi, non sono in grado di raggiungere un compromesso. Per Hadi, secondo Eric Pelofsky, un attacco contro il porto di Hodeida potrebbe rompere la status quo militare che da anni tiene in stallo il conflitto.

L’alto costo umanitario, però, costringe il Governo a cercare delle soluzioni alternative. L’ago della bilancia, in tutto questo, sono gli Stati Uniti – che sostengono i sauditi che combattono per Hadi. Colpire Hodeida, per chi supporta questa linea, fungerebbe da attacco preventivo per impedire un ulteriore coinvolgimento dell’Iran, che aiuta i ribelli Houthis. Piccole navi che trasportano armi di fabbricazione iraniana sono state intercettate e identificate da Francia, Australia e Stati Uniti. Un’offensiva alternativa, scrive Pelofsky, è possibile spostando l’attenzione su Kitaf, lontano dalla costa e nel nord del Paese; ma, in ogni caso, gli Stati Uniti con la «sola forza militare» non risolveranno i problemi. Riferendosi al processo della ‘Yemen Roadmap’ intrapresa da John Kerry l’anno scorso, Pelofsky auspica chegli Stati Uniti rinnovino «la loro leadership diplomatica» intraprendendo i negoziati per sbloccare la situazione senza il rischio di un disastro umanitario persino peggiore di quello che gli yemeniti già affrontano.

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