giovedì, Maggio 19

Guerra in Ucraina: libertà di stampa o libertà in libera uscita? Il conflitto costituisce l’esempio emblematico ed eclatante di come la tanto ricercata libertà di pensiero prenda ed assuma la forma e di un pensiero in libertà carico di posizioni apodittiche, di valutazioni personali che si differenziano a seconda del personale complesso valoriale di ciascun suo protagonista

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E visto che a parole non mi salvo,

parla per me silenzio, ch’io non posso

(Josè Saramago)

A latere della Giornata mondiale della stampa indetta da Onu ed Unesco è utile riflettere sullo stato dell’informazione in tempi di guerra e come si presenti quale portatrice di notizie o produttrice di schieramenti in campo. Ovvero se sia uno strumento o un fine quale attore collaterale, come evidenziato nell’atroce conflitto in Ucraina. Il ruolo e la funzione del giornalismo è ancor più oggi nell’epoca dei media digitali un servizio il cui pericolo e rischio sono venuti aumentando negli anni dinanzi a poteri e governi vieppiù infastiditi da un giornalismo d’inchiesta ritenuto pericoloso.

Va distinto il ruolo degli inviati sul campo che rischiano la vita per poter raccontare, interrogare, capire da un più comodo di grandi testate o nei programmi tv o sui social che veicolano messaggi vicini alla natura delle proprietà per cui prestano servizio. Il modo di raccontare odierno risente di un canone di spettacolarizzazione estetica fatto di messaggi brevi il cui canone comunicativo è un misto di molte immagini e poche parole, Tik Tok, Twitter, poi Instagram ed altri social media. Tutto un apparato di senso documentale che ha sopravanzato un’etica delle parole. Si deve far colpo, sbalordire, inveire, creare il caso, per cui far capire comprendere spiegare divengono elementi secondari. La responsabilità della stampa del Quarto Potere è quella di essere una professione capace di orientare influenzare persuadere manipolare l’opinione pubblica. Quale produttore di senso, dopo i tre caratteristici distinti poteri di governo di un Paese democratico. È anche e soprattutto il baluardo principale contro oligarchi corrotti, mafiosi, politici. Ed aumentano rischi per la vita in maniera molto più palese che nel passato. Si pensi ai giornalisti messi in galera in posti come la Turchia, l’Egitto, l’Iran, la Bielorussia, Africa e tutti i troppi luoghi del mondo dove raccontare e filmare costa la vita.

Qui in Italia agisce un giornalismo libero che è un ordinamento professionale tra i più chiusi e corporativi di un Paese soverchiante di tanti micro poteri e corporativismi. Un Paese che si trova in una classifica ad un non esaltante 58° posto della libertà di stampa. Perché nel primo trimestre di quest’anno sono stati censiti, dunque potrebbero essere di più, ben 44 episodi intimidatori nei confronti di giornalisti, che sono pure meno dei 63 dell’anno precedente. Con il 27% di minacce arrivate dalla rete anonima di internet, ma anche dai social. In ragione di ciò il nostro paese presenta aspetti problematici nel punteggio attribuito da Rsf, Réporterssans frontières, portandola dal 41 posto di un anno fa all’attuale 58°, su un totale di 180. A proposito, la ex grande madre Russia si colloca al 155° posto e la stessa Ucraina tanto osannata, al 106°. Con seri problemi dilibertà di parola in Russia dove i giornalisti anti regime con altri oppositori vengono eliminati o sparati in testa come il 7 ottobre del 2006 ad Anna Politovskaja, oppure avvelenati con polonio, noviciok, che pare un cioccolato. Dove dal 1992 ad oggi sono stati ammazzati ben 58 giornalisti da un potere dittatoriale (Putin) che elimina tutti coloro i quali osino opporsi. Ed il Messico, dove dall’inizio dell’anno sono stati ammazzati 9 giornalisti? E l’assassinio di Jamal Kashoggi ad Istanbul per ordine parrebbe di MBS, Mohamed Bin Salman il despota saudita magnificato da un riprovevole senatore italiano? E Karuana Galizia ammazzata a Malta? E fa amaramente sorridere che giornalisti russi che parlano nelle nostre tv invitino i colleghi italiani a parlare di tutto a Mosca, in un Paese dove si dice tutto ciò che viene permesso di poter dire.

Una libertà di espressione e di pensiero oltre che di informazione, che però non sappiamo se originale, artefatta, ricostruita, mentre da noi lo schierarsi deciso contro Putin sta virando verso un pericoloso pensiero unico di giornalisti schierati a favore di USA e NATO. Avendo strutturato un percorso di costruzione di un pregiudizio del nemico russo. Lì si è eliminati, qui si circoscrive o silenzia. Con limitazioni che si risolvono in scontri rancorosi, spesso dinanzi ad un potere politico più onnivoro ed impunito che pretende di orientare minacciare ed occultare. Con molti giornalisti schierati infastiditi dal confronto tra posizioni opposte. Con eventuali liste di proscrizione. Ma è il clima di tifoserie arrabbiate adeterminare un confronto fondato su princìpi inequivocabili che al contrario necessiterebbero di maggiore approfondimento. Pare che ci si trovi dinanzi ad una sorta di tardivo senso di colpa retroattivo per un giornalismo che prima del conflitto in Crimea e Donbass del 2014 per non dire della Cecenia nel 2008 non ha mostrato una pari solidarietà espressa oggi in forme e modi anche virulente di netta opposizione di un regime putiniano indifendibile. Ma non da oggi, fino a quando in tanti ci hanno fatto affari o sono stati ricevuti con onori. Si pensi solo a come si riscrive la storia dell’amicizia tra Putin e Berlusconi. Lo stesso che quando baciava le mani, letteralmente, al sanguinario Gheddafi quasi nessuno ha avuto il coraggio di dir nulla per atti alquanto riprovevoli.

Questa sciagurata guerra d’invasione della Russia all’Ucraina, che sta per finire o no, con sanzioni che si accumulano non sappiamo con quali esiti, costituisce l’esempio emblematico ed eclatante di come la tanto ricercata libertà di pensiero prenda ed assuma la forma e di un pensiero in libertà carico di posizioni apodittiche, di valutazioni personali che si differenziano a seconda del personale complesso valoriale di ciascun suo protagonista. Le ultime vicende televisive impongono di guardare dentro un medium dove si trovano motivazioni, orientamenti, giudizi di valore, prese di posizione che assumono una sorta di breviario da seguire. Il clima guerresco che vige pare la prosecuzione di nefandezze e sconquassi antecedenti al conflitto. Si era già manifestato nel tempo della pandemia Covid e sottendono posizioni che risentono di una cacofonia di opinioni, giudizi, commenti, condanne che hanno preso a riprodursi in forme pericolose e devastanti con la diffusione della comunicazione elettronica di internet. La Rete ha contribuito ad un progressivo abbandono di forme dialogiche che sono virate verso orientamenti di conferma di posizioni personali e di polarizzazioni dialogiche tra opposti schieramenti. Ne ha risentito una politica ridotta ad un campo di guerriglia permanente, ma si è poi estesa alla cultura all’informazione alla scuola alla società nel suo complesso.

Pertanto occorre sottolineare come tra le prime tante, troppe informazioni tra loro fuorvianti e l’attuale stato dell’informazione, siano andati cambiando orientamenti e finalità. Da un’iniziale sostegno compatto alle motivazioni di condanna di una guerra che si sarebbe potuta evitare si è arrivati ad una progressiva cacofonia sonora dove l’oggetto e le posizioni in campo assumono il senso di una collocazione politica ed ideologica di cui sono portatori i diversi partecipanti a dibattiti afoni. Di pensieri, ché di parole se ne scontrano parecchie. Se ad inizio conflitto si è provato ad ascoltarsi in un dialogo tra diverse posizioni, allineati alle indicazioni americane in un’omogeneità di condanne, si è in seguito giunti a scontritra i diversi attori dellinformazione esperti di qualcosa ed altre figure di contorno. E si è scoperto che in Italia soprattutto c’era un problema russo, malvisto dagli attuali censori, con Salvini a Mosca nel 2015 che inneggiava al suo munifico benefattore, o con i qualcosa Cinque Stelle, più tanti altri. Dopo di che il panorama comunicativo televisivo è diventato uno scontro tra diversi giornalisti, ciascuno dei quali portatore di frammenti informativi la cui iniziale omogeneità ha lasciato il posto ad un’assunzione di frammenti di ‘verità’ di menzogne e di falsificazioni di cui la stampa si è fatta interprete.

Alcune perle vanno citate. Quando si sono finora invitati diversi giornalisti russi, il meccanismo relazionale-comunicativo è stato simile. Si pone un quesito e lui o lei russi giornalisti o conduttori tv rispondono o con sorrisetti o recitando altre posizioni di completo ribaltamento della realtà dei fatti con canovacci quasi tutti simili. Così che la Gruber di turno o il Formigli cominciano a zittire l’interlocutore affermando che per fortuna da noi c’è la democrazia e la libertà, mica come da voi che siete tutti irreggimentati in una dittatura. Allora uno si chiede, ma constatato che sapete come vanno le cose in Russia, che li invitate a fare? Per inorgoglirci e dargli del putiniano? Ma altre perle valgono un commento. Se si va da Floris, che ormai sembra un piazzista-giornalista, dopo aver goduto frizzi e lazzi del duo comico, vedi sedute in studio dalle 9 alle 11-12 persone, più alcuni collegamenti! Il problema non è più un confronto di posizioni, è il tentativo di sopravvivere per poter avere 20-40 secondi per tentare di dire qualcosa, che quasi subito sarà silenziato dal piazzista. Con personaggi i più vari per competenze e conoscenza dei problemi, eccetto alcuni fissi, il braccio destro del Draghi, l’ambasciatore, sostituto del vecchio virologo, preti, officianti vari del rito televisivo. Ma che cosa è se non un pollaio in batteria, dove non è più l’ascolto che conta, no, è il ruolo che ciascuno occupa o le posizioni che assumerà, avendo manifestato fedeltà ai valori dell’Occidente o simpatie para putiniane. Ognuno con il proprio bagaglio comunicativo, alcuni che ‘bucano’ lo schermo, altri che fanno sonnecchiare, altri ancora che troneggiano o che filosofeggiano. Da Formigli il parterre è più contenuto e dunque i vaffa sono ridotti. Tra ambasciatori che of course, sanno l’inglese, conoscono tutto e sanno che fare, giornalistoni che pontificano bacchettando qui e là.

Ma che roba è? E lo dice uno che un poco di comunicazione pure l’ha studiata. Ovvero qual è lo scopo, il fine? Qui ed ora è schierarsi ed abbracciare USA e NATO, perché hanno deciso che Putin è il nuovo Mefistofele, diavolo, pazzo, demente, malato. Insopportabile. E se qualcuno che condanna Putin si azzarda ad articolare un “Sì però, ma…” oppure “sì, ma è più complesso di così…” guail’ambasciatore di turno che naturalmente sa solo lui come negoziare (e nessuno lo ha ancora chiamato, che spreco!) ti salta addosso o ti sbeffeggia il cappellini… in brodo di Repubblica. Se poi altri dicono, vi accorgete ora come è Putin? Oppure forse è il caso, condannando Putin per carità se no mi arruolano nelle sue armate!, di provare a capire magari in forma diacronica e non solo sincronica? Che significa solo che forse un poco di storia di cui i difensori ultrà si erano dimenticati forse sarebbe il caso di raccontarcela. O crediamo al famigerato impazzimento improvviso? Così alla fine della storia di una comunicazione solo schierata, l’acqua santa è l’America che dopo l’ignominioso abbandono pluridecennale dall’Afghanistan aveva necessità di una come si dice oggi nuova narrazione che la riportasse al centro dell’impero bipolare, nella testa da Guerra fredda di Biden. E nel giornalismo occidentale pare proprio che in Afghanistan il famoso Occidente non ci sia mai andato! Mentre il diavolo è Putin. In attesa che Xi Jinping faccia il suo maestoso ingresso sulla scena della rappresentazione sociale del mondo prendendosi quasi tutto. A cominciare da Taiwan dove ogni tanto fa passare sui suoi cieli qualche caccia militare giusto per tenerli allenati.

Addirittura il COPASIR (il Comitato parlamentare per la sicurezza) starebbe interrogando direttori dei programmi televisivi per ‘scoprire’ infiltrazioni di virus russi prezzolati, cioè pagati dal Cremlino per diffondere propaganda e disinformazione. Ma perché tutti gli altri in Occidente quando parlano lo fanno per spirito da buoni samaritani, aggratis come si dice, non facendo propaganda? Gli Stati Uniti non sono la nazione più avanzata in tema di disinformazione e propaganda della storia, passata e recente? Siamo messi molto male, qui si siamo oltre al controllo e sorveglianza sociale di massa. Perché tanta paura, se le ‘nostre’ idee sono superiori ed inscalfibili puoi far parlare chiunque. Qui al contrario si vogliono silenziare tutti eccetto i portavoce ufficiali. E ritorna George Orwell con ‘1984’ con le sue leggi ’La guerra è pace’, ‘la libertà è schiavitù’ e soprattutto ‘l’ignoranza è forza’. Un’imbecillità di massa s’approssima all’orizzonte. Aiutoooo!

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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