lunedì, Maggio 16

‘Guerra economica totale alla Russia’: globalizzazione (in bilico) e sglobalizzazione (incombente) La globalizzazione è solo la traduzione giuridica ed economica di un progetto politico lungo cinque secoli: quello della pace attraverso il commercio. Ora, dietro la 'guerra economica totale alla Russia' si gioca il futuro del progetto. L’analisi di Fabien Bottini, Docente di diritto pubblico a Le Mans Université

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«Un nuovo mondo sta nascendo davanti ai nostri occhi»: se è quanto annunciato lo scorso 26 febbraio in un dispaccio pubblicato prematuramente dall’agenzia russa ‘RIA Novosti‘ a seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, è chiaro che la profezia potrebbe ancora avverarsi.

Mentre l’Unione Europea ha appena presentato un sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia, con in particolare lo stop entro sei mesi delle importazioni europee di petrolio russo e l’esclusione della banca russa Sberbank dal sistema finanziario internazionale Swift, la questione dei legami tra commercio e pace si pone con forza.

Per capirlo, devi sapere che la globalizzazione è solo la traduzione giuridica ed economica di un progetto politico lungo cinque secoli: quello della pace attraverso il commercio, il ‘Wandel durch Handel’ al centro della politica estera europea.

Questo progetto si basa su una certa memoria della pax romana, la pace romana dell’antichità. Abbozzato nel 1623 da Emeric de la Croix, in ‘Le nouveau Cynée‘, da allora ha avuto la tendenza a fare dell’interdipendenza economica delle Nazioni il mezzo per prevenire le guerre tra Stati.
Fu questo progetto che portò Montesquieu ad esaltare le virtù del commercio gentile, nel 1748,
neL’Esprit des lois; e Victor Hugo per gioire, nel 1849, davanti al Congresso degli Amici della Pace Universale, che «verrà un giorno in cui non ci saranno più campi di battaglia che non si apriranno mercati al commercio»; prima del 14 agosto 1941, la Carta Atlantica, co-firmata da Franklin Roosevelt e Winston Churchill, propone di attuarla alla fine del conflitto del 1939-1945, per evitare una terza guerra mondiale.

Ha quindi ispirato successivamente l’avvio della costruzione europea negli anni ’50 e la creazionedell’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio (GATT) nel 1947.

Nel 1979-1980 ad essa possono essere legate anche le rivoluzioni thatcheristiche in Inghilterra e la rivoluzione reaganiana negli Stati Uniti, fondate su questa convinzione che ‘lo Stato non è la soluzione’ ma ‘il problema’; e che solo la liberalizzazione degli scambi tra Paesi potrebbe in futuro garantire prosperità a tutti e, attraverso di essa, progresso sociale.

Il giorno dopo la caduta del muro di Berlino, nel 1989, il politologo americano Francis Fukuyama si è quindi interrogato su ‘La fine della storia?‘. Dieci anni dopo, Alain Minc ha esaltato i meriti di Happy Globalization‘. Perché l’economia di mercato e la democrazia liberale sono apparse allora come due orizzonti insuperabili dopo il fallimento del socialismo sovietico e del partito unico.

Non è quindi un caso che contemporaneamente sia iniziata la dipendenza europea dal gas russo, poiché tale dipendenza è stata poi pensata come un mezzo per radicare il Paese nel grande mercato mondiale, ponendolo in una situazione di interdipendenza economica dalla quale, si pensava, non avrebbe alcun interesse a emergere.

È vero che guerreasimmetriche‘ (come quelle nell’ex Jugoslavia o in Afghanistan) e crisi di sicurezza (’11 settembre’, ’13 novembre’), sociali(‘berretti rossi’, ‘giubbotti gialli’), finanziarie(asiatiche crisi, la bolla di Internet, poi i subprime), la salute (‘H1N1’, ‘Covid-19′) e l’economia hanno da allora messo alla prova questo progetto.
Ma è proprio nel loro contesto che la retorica del nuovo mondo ha cominciato a emergere. Ben prima che il messaggio dell’agenzia russa ‘RIA Novosti‘ fosse pubblicato e il Presidente Biden menzionasse un ‘nuovo ordine mondiale’ il 21 marzo, il Presidente Emmanuel Macron aveva già annunciato, il 16 marzo 2020, nel cuore della crisi sanitaria, il suo desiderio di «proiettare la Francia nel mondo dopo‘».

Un decennio prima, il 25 settembre 2008, anche il Presidente Nicolas Sarkozy sentiva che con la crisi economica legata ai mutui subprime, «una certa idea di globalizzazione sta volgendo al termine». Lungi dal segnare una rottura con il progetto di pace attraverso il commercio, queste ultime due dichiarazioni miravano tuttavia in realtà ad approfondirlo: colmando le aree di illegalità che compromettevano il buon funzionamento del mercato mondiale per consentirgli di raggiungere il suo ottimale. Di crisi in crisi, il progetto è andato avanti.
Questa è tutta la differenza con la guerra ad alta intensità condotta oggi in Ucraina. Perché riflette il
rifiuto, tanto brutale quanto improvviso, da parte della Russia -Stato continentale, l’undicesima potenza economica del pianeta- delle regole del gioco internazionale… con il rischio che la seconda potenza mondiale, la Cina, ne segua l’esempio.
Comprendiamo quindi meglio la posta in gioco di questa guerra economica totaleche l’Unione Europea e gli Stati Uniti stanno conducendo contro la Russia e il continuo inasprimento delle sanzioni economiche che ne derivano con l’avanzare del conflitto: l’8,5% del PIL che dovrebbero, secondo il FMI, costare al Paese nel 2022, costituiscono una prova a grandezza naturale dell’efficacia del progetto di pace attraverso il commercio.
Dal loro successo o fallimento dipenderà un nuovo avanzamento della globalizzazione in una direzione più in linea con il progetto originario dei promotori della pace attraverso il commercio o meno.

Per Larry Fink, il leader del più grande fondo di investimento del mondo, BlackRock, la conclusione è però chiara:«Siamo alla fine della globalizzazione economica come l’abbiamo vissuta per trent’anni».

Il politologo americano Fareed Zakaria afferma: la guerra in Ucraina segna la fine della pax americana che si è imposta gradualmente dalla fine della seconda guerra mondiale e dall’inizio degli anni ’80. Il commercio sembra preannunciare un mondo diviso in due o tre blocchi regionali con i propri interessi, dove quello formato da Stati Uniti e UE che rimangono impegnati nelle virtù dell’interdipendenza economica a lungo termine tra le nazioni con i loro alleati.

Che queste previsioni si realizzino o meno, sarà comunque opportuno rivedere i termini di questa pace attraverso il commercio che, a un secolo di distanza, avrà fallito due volte: durante la crisi economica del 1929, precedente la seconda guerra mondiale; e durante la crisi economica del 2008, che ha portato alla guerra in Ucraina, che tutti sperano non degeneri in un nuovo conflitto planetario. Perché la storia sembra ripetersi, le stesse causele crisi economicheproducono gli stessi effetti: conflitti fratricidi tra Stati.

L’insufficienzase non l’assenzadi una regolamentazione effettiva del mercato mondiale, non impedendo la predazione di alcuni Paesi su altri, ha indubbiamente favorito un aumento delle disuguaglianze tra le Nazioni.

Se queste ultime sono state fonte di tensione a livello globale, queste sono state aggravate all’interno degli stessi Stati dal fenomeno della concentrazione della ricchezza nelle mani deifirst in line‘ a scapito dei ‘first in chores‘, questo un fenomeno che ha alimentato esso stesso il populismo all’interno di vari Paesi.

Mentre il concetto di mercato intendeva sostituire la logica di un gioco a somma positiva (commercio) alla logica di un gioco a somma zero (potere), il modo in cui è stato organizzato dall’inizio degli anni 1980 ha portato a produrre l’opposto: lo ha reso un gioco a somma zero. In effetti, per Stati come la Russia, solo il potere sembra essere un gioco a somma positiva.

Spezzare la spirale di violenza tra Stati e rimediare alle nuove disuguaglianze indotte dalla sfida climatica presuppone il ritorno al progetto del simposio Lippmann del 1938, all’origine della nascita del neoliberismo, poiché, lontano dalle caricature che spesso si fanno, i suoi autori hanno insistito sull’importanza di consentire allo Stato di svolgere i suoi ‘compiti sociali’.
Lo ha detto Walter Lippmann aprendo il colloquio: «
Quello che cerchiamo non è di resuscitare una teoria [quella del liberalismo classico], ma di scoprire le idee che permettano all’impulso alla libertà e alla civiltà di trionfare su tutti gli ostacoli dovuti alla natura umana, alle circostanze storiche, alle condizioni della vita su questa terra».

Il filosofo Louis Rougier, all’origine di questo colloquio, da parte sua ha insistito su questo errore storico: «Fu più tardi e per un vero equivoco [che la dottrina del laissez-faire]divenne una teoria del conformismo sociale e dell’astensione dello Stato».

Occorre quindi riconnettersi con l’ambizione di ristrutturare il progetto di pace attraverso il commercio, individuando le scelte politiche che lo hanno fatto deragliare dal 1938, evitando gli errori del passato, e integrando le nuove sfide del nostro secolo -a cominciare dalla sfida climatica. Programma completo se presente.

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