martedì, Maggio 18

Guerra e Pace image

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tartari

 

E’ da quando avevo più o meno dieci anni, mezzo secolo fa, che periodicamente risale a galla il grande spettro, il mostro tenuto a bada sul fondo di mari, o laghi, limacciosi, ma mai definitivamente annientato.

Intendiamoci, di guerre ce ne sono state a iosa, sul pianeta, e qualcuna ci ha anche coinvolto direttamente, anche se di striscio. Ma il meccanismo innescato dopo la seconda guerra mondiale ha fin qui sostanzialmente tenuto, risparmiando alle grandi potenze l’affronto, l’offesa, le ferite di un conflitto combattuto entro i propri confini, la difesa di se stessi, dei propri beni, delle proprie case.

Negli anni cinquanta e poi nei sessanta l’incubo era la bomba atomica. Hiroshima e Nagasaki erano ricordi freschi, il conflitto ideologico tra le due superpotenze Usa e Urss era acutissimo e l’abitudine alla pace non aveva avuto il tempo di sedimentarsi  in generazioni i cui padri ancora raccontavano direttamente gli orrori vissuti in prima persona. Lo spettro era lì, visibile a occhio nudo, John Kennedy e Nikita Kruscev, i due massimi leader dell’epoca, arrivarono a un soffio dalla catastrofe.

Oggi si avverte una strana aria, in giro. E’ come se i settant’anni di pace per l’Europa fossero percepiti come un premio troppo grande, un bene che prima o poi dovrà essere ineluttabilmente scontato. La crisi economica del mondo occidentale gioca la sua parte in modo pesante, l’inquietudine dilaga, si fa strada in qualche modo l’idea che la guerra è bella anche se fa male, che solo pagando un prezzo abnorme il mondo possa risolvere tutti i problemi.

E così il nemico, finora più immaginario che reale come quello, inutilmente atteso in modo snervante dai soldati della fortezza Bastiani nel ”Deserto dei Tartari”, prende forma e risale dal fondo del lago, con le sembianze feroci e dichiaratamente ostili dell’ universo islamico.

Poco importa se la fazione più sanguinaria e realmente aggressiva di quella galassia, fatta di innumerevoli realtà per lo più sconosciute all’opinione pubblica occidentale, sia un Califfato che porta il visto americano sul suo frettoloso certificato di nascita, “errore” prontamente ripudiato come al tempo dell’appoggio ai Talibàn nel conflitto con la Russia in terra afghana.

Poco importa se tutti, ma proprio tutti, sanno che l’eterna battaglia senza esclusione di colpi affonda le radici in una sporca storia di petrolio, l’elemento cui il mondo occidentale non può rinunciare e che il Caso ha posizionato nelle viscere di una terra inospitale e desolata. E che da sempre le religioni sono ostaggio del potere economico, generatore e regolatore di tutti i conflitti.

Poco importa se a combattere in prima linea le truci armate del Califfato sia in realtà l’esercito iracheno, composto da soldati verosimilmente di religione islamica.

Qui da noi si preferisce riscoprire e riabilitare i profeti di sventura, quelli che avevano da sempre previsto che il terribile Islam avrebbe prima o poi fatto un sol boccone dell’infedele, una per tutti Oriana Fallaci, i cui deliri senili vengono trasformati in perle di lungimirante saggezza e rivalutati per l’occasione. Ci cascano in parecchi, a giudicare dagli effluvi che si spandono anche in certi settori intellettuali.

Poi, naturalmente, ci sono i ragli privi anche del minimo barlume di coscienza, provenienti da stalle prezzolate e da ville bunkerizzate dove la strategia dell’odio viene alimentata giorno per giorno con cinica freddezza e calcolo chirurgico.

Per neutralizzare alcuni di questi, a quanto pare, basta una bella Macumba concertata con cognizione di causa. Per altri, chissà. 

 

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