domenica, Novembre 28

Guerra dei trent'anni per il Nagorno-Karabakh field_506ffbaa4a8d4

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Oggetto della contesa non è soltanto il Nagorno-Karabakh entro i suoi vecchi confini. L’Armenia si era impadronita anche di una sua cintura territoriale che non ne faceva parte e ne ha mantenuto l’occupazione per esigenze di sicurezza, provocando tra l’altro un massiccio esodo della popolazione azera. Baku, naturalmente, esige come minimo lo sgombero di queste aree, sulle quali Erevan non può rivendicare alcun tipo di diritto. Aree che, inoltre, sono presumibilmente coperte dalla garanzia russa ancor meno della provincia che circondano, espressamente esclusa dal trattato bilaterale che prevede il soccorso di Mosca all’Armenia in caso di aggressione. Ne consegue che un attacco a fondo da parte azera non dovrebbe provocare alcun intervento russo e che ciò potrebbe indurre Erevan e Stepanakert (il capoluogo della provincia sedicente repubblica) a concedere quanto meno il suddetto sgombero come primo passo verso una soluzione complessiva incluse eventuali modifiche del controverso status attuale del Nagorno-Karabakh.

E’ già stata ipotizzata naturalmente la sua restituzione all’Azerbaigian in cambio di una più o meno ampia autonomia adeguatamente garantita anche da terzi. Baku non ne vuole sapere, e adesso può anche fare appello alla coerenza della Russia che giustifica la sottrazione della Crimea all’Ucraina sostenendo la prevalenza del diritto dei popoli all’autodecisione dei popoli sull’intangibilità di confini statali sanciti da qualche atto di diritto internazionale. La coerenza non è però la virtù più coltivata dagli Stati, mentre le chance di giungere ad un compromesso accettabile per tutti potrebbero semmai migliorare per effetto di una generale distensione concertata tra la Russia e l’Occidente che per il momento è solo nell’aria.

Intanto bisognerà vedere quale sarà la tenuta della tregua ufficialmente vigente sul campo dal 5 aprile dopo quattro giorni di aspri e cruenti scontri. Se si deve credere ai due contendenti, che fanno a gara nel denunciare centinaia e centinaia di violazioni altrui del cessate il fuoco, c’è ben poco da sperare. Nella migliore delle ipotesi si ripete per l’ennesima volta un copione già familiare, in attesa che fattori esterni alla faida locale svolgano eventualmente una funzione rasserenante, magari anche a costo di scontentare una parte in causa più dell’altra. Accontentare in uguale misura entrambe sarà praticamente impossibile, anche se non si possono mai escludere neppure i miracoli.

Da escludere sembrerebbe invece lo scenario peggiore prospettato da non pochi: un diabolico disegno russo di sospingere di fatto i litiganti alla prova di forza per poterli più facilmente piegare al volere di Mosca quale che sia. Lo proverebbe la fornitura di armi anche all’Armenia, che non basta ad impedire vivaci proteste a Erevan, dove mercoledì scorso si è svolta la manifestazione di piazza più antirussa di sempre e il vice presidente del parlamento, Hermine Naghdalian, ha deplorato una dichiarazione di un vice premier russo, Dmitrij Rogozin, noto “falco”, in cui i due paesi sono stati equiparati in quanto entrambi “alleati strategici” di Mosca.

Scopo ultimo del presunto disegno sarebbe legarli più strettamente alla Russia stroncando definitivamente le loro tentazioni di avvicinarsi in un modo o nell’altro all’Occidente. Tutto è possibile, senza dubbio, ma esistono certamente modi meno rischiosi del provocare conflitti dagli esiti e contraccolpi imprevedibili per ristabilire o consolidare legami che non siano imposti con la pura forza. Lo stesso Cremlino, del resto, rimprovera da tempo ai governi occidentali imperdonabili errori e peccati di questo tipo.

 

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