mercoledì, Dicembre 1

Guerra dei trent'anni per il Nagorno-Karabakh field_506ffbaa4a8d4

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Riesce difficile, per la verità, immaginare che i dirigenti turchi siano disposti a rischiare uno scontro all’ultimo sangue con la Russia intervenendo a loro volta nel Nagorno-Karabakh e dintorni. Ma sta di fatto che il presidente Recep Tayyip Erdogan non ha esitato a dichiarare che la Turchia continuerà ad appoggiare ‘fino in fondo’ il Paese amico vittima di un aggressione. E lo stesso ha detto il suo capo del governo, Ahmet Davutoglu, mentre solo il ministro degli Esteri, Mevlut Chavusoglu, ha cercato di gettare un po’ di acqua sul fuoco.

E’ stato però il medesimo Chavusoglu, una settimana dopo la nuova tregua che doveva porre fine alle ostilità, ad annunciare una mossa non drammaticamente incendiaria ma certo tale da complicare ulteriormente la questione quanto meno dal punto di vista russo. Si tratta dell’intenzione proclamata dai ministri degli Esteri dei Paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione islamica, convenuti a Istanbul, di impegnarsi per una soluzione del problema del Nagorno-Karabakh che assicuri il rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità dell’Azerbaigian. E’ un proposito che potrebbe anche rimanere sulla carta come altri analoghi manifestati negli anni da un organizzazione che raramente ha brillato per coesione e fattività. Sembra però prefigurare, quanto meno, un rilancio dell’ormai vecchio progetto panislamista di Ankara rivolto in particolare verso le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, che Mosca già fatica a mantenere nella propria zona di prevalente influenza a causa sia dell’invadenza cinese sia, di recente, della crisi economica russa, e in particolare del rublo, che le ha fortemente danneggiate, aggiungendosi alla minaccia di destabilizzazione rappresentata dalla penetrazione dell’estremismo islamico.

Promette dunque di venire sottoposta ad ulteriori test la credibilità appena guadagnata dalla Russia nel mondo islamico in generale, quando già di per sé la riesplosione del più duraturo conflitto transcaucasico mette Mosca di fronte a scelte alquanto imbarazzanti. Oltre a fruire del sostegno, per motivi non solo religiosi, di grandi Stati musulmani adiacenti, l’Azerbaigian è un’ambiziosa potenza energetica piccola solo per le sue dimensioni territoriali e demografiche, un temibile concorrente reale o potenziale in un settore così nevralgico.

Ogni giorno partono verso occidente attraversando Georgia e Turchia un milione di barili di suo petrolio; nel primo semestre del 2015 ha venduto all’Italia più greggio della Russia. Il Paese si colloca al centro di tutti i progetti di nuovi oleodotti e gasdotti che dovrebbero portare in Europa il combustibile suo e quello prodotto in Asia centrale. Mosca non può dunque permettersi di trattare l’Azerbaigian come un’entità di poco conto, a meno di fagocitarlo come facevano un tempo gli zar. Del resto, nonostante la sua riottosità, gli ha venduto armi di ogni genere come è solita fare con qualsiasi altro cliente, anche a rischio di vederselo rinfacciare da varie parti, Armenia in testa, specialmente adesso.

Un discorso analogo vale però per la stessa Armenia, benchè si tratti nel suo caso di un Paese povero, che sbarca il lunario grazie anche ai multiformi aiuti provenienti dalla diaspora, inferiore solo a quella ebraica, nata dal genocidio ottomano di un secolo fa. La comunanza o vicinanza religiosa con la Russia (le rispettive Chiese ortodosse sono storicamente diverse) ha un suo peso specialmente adesso che la Chiesa russa è divenuta uno dei pilastri del regime di Putin. Ma soprattutto si tratta di un Paese modello per fedeltà a Mosca, sia pure in gran parte per necessità e malgrado l’attrazione per i processi integrativi occidentali. Finora infatti, al contrario dell’Azerbaigian, l’Armenia non ha disertato nessuna organizzazione collettiva delle repubbliche ex sovietiche compresa la più giovane, quell’Unione eurasiatica, per ora solo economica, di cui è l’unico membro transcaucasico e uno dei pochi in generale. Tradirla su una questione nazionale fortemente sentita significherebbe scoraggiare tanti altri partner che alla Russia stanno a cuore o che aspirano a diventare tali.

Riuscirà Mosca ad assolvere un compito che assomiglia molto alla quadratura del cerchio? Certo dovrà cavarsela soprattutto da sola, anche se la collaborazione con altre potenze, che finora nella fattispecie non è stata fruttuosa, nelle attuali circostanze potrà forse servire. Un compromesso tra i due contendenti appare pressocchè proibitivo, ma esiste uno spiraglio la cui utilizzazione potrebbe aprire la strada verso una soluzione pacifica del quasi trentennale conflitto.

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