domenica, Novembre 28

Guerra dei trent'anni per il Nagorno-Karabakh field_506ffbaa4a8d4

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Tra Mosca e Ankara, tuttavia, i rapporti erano complessivamente buoni oltre che intensi in ogni campo ancora fino ad un paio di anni fa, e il loro peso si faceva sentire anche nel cuore della Transcaucasia. Il periodico ripetersi di scontri e incidenti vari lungo la linea armistiziale appariva perciò contenibile e destinato più che altro a mantenere aperta la questione, benchè non mancasse di preoccupare il rafforzamento militare soprattutto dell’Azerbaigian, duramente sconfitto negli anni ’90 e ora proteso ad armarsi fino ai denti sfruttando la ricchezza accumulata grazie alla dovizia di petrolio e gas naturale.

Già in concomitanza con la crisi ucraina il cielo aveva cominciato ad oscurarsi anche sopra il buon vicinato russo-turco. Non a caso una più allarmante riesplosione di ostilità intorno al Nagorno-Karabakh si era registrata nell’estate del 2014. A rendere addirittura incandescente il deterioramento dei rapporti tra Russia e Turchia sono stati i più recenti sviluppi della crisi siriana, ai quali non può perciò non ricollegarsi l’ultimo soprassalto del conflitto transcaucasico all’inizio di questo aprile, il più grave di tutti in quanto caratterizzato dall’impiego di armi pesanti di ogni genere da entrambe le parti con conseguenti vittime e danni senza precedenti.

Come in precedenza, invece, i contendenti si accusano a vicenda di essere partiti all’attacco. Le prove mancano, ma una volta di più i maggiori sospetti non possono non gravare su Baku, se non altro perché sono gli azeri a contestare uno status quo che favorisce ovviamente i loro avversari e che col passare del tempo rischia di consolidarsi. Esistono però anche altri motivi più contingenti. La situazione interna del paese, innanzitutto, decisamente peggiorata a causa del crollo del prezzo del petrolio e delle sue ricadute economico-sociali, che il regime tipicamente autoritario e repressivo del presidente Ilham Aliev può ragionevolmente temere più di altri. La classica situazione, insomma, in cui si usa cercare un diversivo nella mobilitazione patriottica contro il nemico esterno. Qualcosa di simile potrebbe valere anche per l’Armenia, la cui politica interna è cronicamente agitata, ma non al punto da giustificare mosse offensive altrimenti inspiegabili. A Erevan i sentimenti filo-occidentali sono sempre molto forti, ma la protezione russa è più che mai preziosa in presenza della tensione tra Mosca e Ankara e una nuova guerra a tutto campo per il Nagorno-Karabakh sarebbe il modo peggiore per ingraziarsi il Cremlino.

Anche l’Azerbaigian, dal canto suo, ha bisogno di un appoggio russo per risolvere in qualche modo la disputa a proprio favore. Malgrado le sue fin troppo ostentate velleità di indipendenza da Mosca, per evidenti ragioni geopolitiche non può aspettarsi un sostegno determinante da parte dell’Occidente, che pure lo corteggia soprattutto per gli interessi energetici (la British Petroleum, per dire il meno, è di casa a Baku) passando sopra alla natura del suo regime. Iliev e i suoi, tuttavia, possono presumibilmente premere in modo indiretto su Mosca per ottenere la suddetta soluzione approfittando sia della sfida turca alla Russia sia dei legami tra quest’ultima e un altro Paese amico, l’Iran, benchè Teheran ed Ankara si trovino schierati, per il resto, su fronti mediorientali contrapposti. Il tutto sullo sfondo di un’altra sfida non solo mediorientale, quella dell’ISIS, o se si preferisce Daesh, insidiosa per il Cremlino anche dentro casa e comunque da tenere presente di fronte ad una controversia tra un vicino cristiano-ortodosso come l’Armenia e uno musulmano come l’Azerbaigian.

Ammesso quindi che sia stata probabilmente Baku a provocare la nuova e più violenta fiammata bellica, resta da rilevare che questa ha sollevato anche echi ed allarmi esterni più forti del solito. Hanno levato la loro voce, esortando naturalmente i contendenti a deporre le armi, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, il segretario di Stato americano John Kerry, Federica Mogherini per la UE, ecc. Significativo, inoltre, l’annuncio delle visite che papa Francesco effettuerà in giugno in Armenia e nel prossimo autunno in Azerbaigian.

La preoccupazione maggiore, però, è stata visibilmente manifestata dalla dirigenza russa. Putin ha indirizzato alle parti in causa un energico appello e dopo il ministro degli Esteri Sergej Lavrov si è precipitato a Baku anche il premier Dmitrij Medvedev, che il giorno prima si era recato a Erevan, dove non si è limitato a ribadire gli stretti vincoli di amicizia e cooperazione con l’Armenia. Ha altresì accusato praticamente la Turchia di soffiare sul fuoco, ossia in qualche modo sospinto o incoraggiato l’Azerbaigian ad inscenare la nuova e più minacciosa prova di forza.

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