venerdì, Luglio 23

Guerra dei trent'anni per il Nagorno-Karabakh field_506ffbaa4a8d4

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Da quando è entrata in rotta di collisione con l’Occidente la Russia di Vladimir Putin non ha sbagliato un colpo. Lo riconoscono, magari a denti stretti, anche quanti si sforzano di minimizzare i suoi successi militari e politico-diplomatici. Lanciata in reazione alla crisi ucraina, la multiforme campagna di Mosca mirante essenzialmente ad assicurare o restituire alla principale erede dell’Unione Sovietica un posto in prima fila in quello che una volta si chiamava alquanto eufemisticamente il ‘concerto delle nazioni’, traducibile oggi in club delle maggiori potenze, sembra avere raggiunto il suo scopo.

In Ucraina ha conquistato di forza posizioni con ogni probabilità irreversibili nonostante contestazioni e sanzioni occidentali che stanno invece perdendo consensi e comunque efficacia. Il conflitto armato è solo precariamente congelato e la futura collocazione del Paese rimane incerta così come la sua configurazione interna, ma è certo che la Russia avrà in ogni caso parecchia voce in capitolo riguardo ad entrambe. In Siria l’intervento militare di Mosca ha puntellato un regime amico che stava per crollare, ripristinato presenza, influenza e prestigio russi nel Medio Oriente con riverberi visibili anche altrove, come mostra l’evoluzione degli atteggiamenti di molti paesi europei.

Naturalmente nessun risultato raggiunto è mai definitivamente acquisito; ogni nuova situazione genera automaticamente, di regola, nuovi problemi. E la Russia, d’altra parte, si trova oggi alle prese con un’ennesima crisi economica ancora lontana dall’esaurimento, di non facile e rapida soluzione e capace di rimettere in discussione, protraendosi, gli stessi successi in politica estera e il conseguente rafforzamento del regime putiniano anche sul fronte interno. Senza contare, infine, che per capire meglio quali potranno essere le risposte occidentali al potenziamento del ruolo internazionale della Russia bisognerà attendere almeno il prossimo cambio della guardia alla Casa bianca.

Intanto qualche primo contraccolpo negativo di sviluppi complessivamente favorevoli sembra già registrabile, e neppure tanto lontano da Mosca. E’ riesploso nei giorni scorsi il quasi trentennale conflitto tra altre due repubbliche ex sovietiche, l’Armenia e l’Azerbaigian, iniziato ancor prima della disintegrazione dell’URSS e sfociato nella conquista armena di una provincia, il Nagorno-Karabakh, abitata in grande maggioranza da connazionali ma che Stalin aveva assegnato a suo tempo all’Azerbaigian. Nonostante un armistizio (1994) mediato e teoricamente controllato da un apposito organo internazionale, il Gruppo di Minsk, copresieduto da Francia, Russia e Stati Uniti, le ostilità non sono mai del tutto cessate sullo sfondo del fermo rifiuto del governo di Baku di accettare l’amputazione territoriale e della rivendicazione armena del diritto della popolazione interessata all’autodecisione, esercitato nella fattispecie con la proclamazione di una repubblica la cui indipendenza non è stata sinora riconosciuta da nessuno; compreso, per motivi tattici, lo stesso governo di Erevan.

Un contrasto insuperabile, dunque, malgrado gli sforzi dei mediatori, ma i cui effetti rimanevano contenuti grazie anche all’influenza moderatrice del contesto regionale. L’Armenia gode della protezione di Mosca, garantita dalla presenza di una base militare russa e da un trattato per la reciproca assistenza in caso di aggressione da parte di terzi, essenziale per la sicurezza esterna del piccolo paese transcaucasico quanto meno potenzialmente minacciata dall’ultrasecolare inimicizia con la Turchia. La quale, invece, è molto sensibile alla comunanza etnica e religiosa con l’Azerbaigian che a sua volta lamenta l’appoggio quanto meno indiretto fornito da Mosca a Erevan nel conflitto degli anni ’90.

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