martedì, Maggio 11

Guerra dei dazi e l’Australia? Vediamo insieme l' impatto delle tariffe sull' Australia. Vincitrice o tutto il contrario?

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Botta e risposta tra Stati Uniti e Cina. Trump ci va pesante con l’imposizione delle tariffe e Pechino reagisce in egual misura. Dazi di qua e dazi di là e gli analisti avvertono sulle probabili conseguenze a catena. Secondo i dati americani, lo scorso anno, la Cina avrebbe importato 130 miliardi di dollari di merci statunitensi; gli USA , a loro volta, avrebbero acquistato merci orientali per 506 miliardi di dollari. Secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio, le esportazioni globali sono aumentate dell’11% nel 2017 toccando i 17.2 trilioni di dollari. Seguendo il filo, maggiori tariffe,  dunque, porterebbero a maggiori danni.

Le conseguenze indirette potrebbero essere piuttosto importanti: le stime degli economisti mostrano che, per ogni 100 miliardi di dollari di importazioni colpite dalle tariffe, viene danneggiato circa lo 0.5% del commercio globale. In altri, termini, per ogni tariffa, si cancella una parte di crescita del PIL (precisamente, lo 0,1% ogni 100 miliardi). L’impatto diretto sull’ascesa economica della Cina nel 2018 è stimato dallo 0.1% allo 0.3%, mentre il rallentamento della crescita delle esportazioni dovrebbe essere dell’1%. L’effetto sugli Stati Uniti pare sarà inferiore. Per ciò che riguarda il globo nella sua interezza, invece, la caduta dovrebbe salire dallo 0.1 agli 0.3 punti percentuali.

Ma se stiamo parlando di reazioni a catena, i protagonisti non saranno gli unici ad essere coinvolti. Lo abbiamo già visto con il Sud America ed, in particolare, con il Brasile. Oggi andiamo  a vedere cosa sta accadendo in Australia.

Molti sospettano che potrebbe uscirne vincitrice. Come? Presentandosi come la valida alternativa. Fornendo prodotti a prezzi accessibili e competitivi, tra cui vino, frutta e noci, potrebbe fare gola a chi rischia di essere travolto da tariffe incontrollate -senza fare nomi-.

Gli statunitensi sono già preoccupati al riguardo. Gli eventuali guadagni australiani, infatti, significherebbero guai per gli USA. Le importazioni di vino made in USA verso la Cina, ad esempio, sono già crollate lo scorso anno, a differenza di quelle dell’Australia, aumentate del 63% (848 milioni di dollari). Il record del 2017, ha osservato la ‘CNBC.

Ma se si parla di esportazione in Cina, quello del vino non è l’unico mercato fruttuoso: l’Australia, infatti, è il più grande concorrente degli Stati Uniti in termini di esportazioni di frutta in Cina. Quasi il 40% delle esportazioni australiane lo scorso anno è andato al gigante orientale. Il leader della California Agrumi Mutual, Joel Nelsen, ha dichiarato che la quota di mercato che hanno cercato di sviluppare negli ultimi anni diventa sempre più «spendibile e così c’è un’opportunità per altri di rubarla». E infatti…

La frutta secca, non è da meno. Secondo l’Australian Bureau of Agricultural and Resource Economics and Sciences, le esportazioni di noci australiane in Cina sono passate da 6 milioni di dollari nel biennio 2010-2011 a ben 63 milioni in quello del 2015-2016. Il capo di CMC Markets, Michael McCarthy, ha dichiarato che l’Australia e la Nuova Zelanda hanno una certa ‘reputazione’ per alcuni di questi prodotti alimentari che potrebbe rivelarsi un’opportunità per «inserire questi prodotti in altri mercati».

Quello agricolo, poi, non è il solo settore in cui l’Australia vede potenzialità di guadagno. Prendiamo l’alluminio di scarto prodotto dalle fornaci cinesi ed esportato in America, anch’esso con l’aggravio della tariffa del 25%. La Cina è sempre stato il più grande partner commerciale statunitense per questo tipo di prodotti, per ben 602 milioni di dollari. Da quasi 30 anni, però, anche l’esportazione australiana dei materiali di scarto è aumentata vertiginosamente.

Poi, c’è il carbone metallurgico: anche qui il primato alla Cina, uno dei maggiori importatori di carbone per la produzione di acciaio. Ora, con il plus imposto, potrebbe decidere di rifornirsi di carbone proveniente da altri paesi. Rieccoci con l’Australia, non a caso, uno dei maggiori esportatori mondiali.

Ma occhio ad un altra angolazione della questione: il clima teso tra le due maxi potenze starebbe riportando l’Australia in cima alla lista dei desideri di molti cacciatori di proprietà della Cina, nonostante il recente aumento delle tasse per compratori stranieri. Il dollaro australiano in calo nei confronti del renminbi sta alimentando i compratori cinesi in un momento in cui l’aumento del dollaro statunitense sta, invece, rendendo gli investimenti americani più costosi per il resto del mondo. Dopo un anno di calo di interesse, infatti, nel primo trimestre di questo 2018 si è registrato un aumento delle ricerche di proprietà australiane da parte di acquirenti cinesi del 10.1% rispetto al trimestre precedente. Solo nel mese di Giugno l’aumento è stato del 4.4%. Questo trend non convince ancora tutti che il rinnovato interesse si possa tradurre in un aumento significativo delle vendite, ma certo è una notizia positiva per l’Australia.

Ma il Primo Ministro Malcolm Turnbull non sembra seguire il filone della positività, continuando a pensarla così: «nessuno vince da una guerra commerciale», a meno che Stati Uniti e Cina non raggiungano un accordo. «È molto importante mantenere il libero scambio, aprire i mercati – questo è stato il fondamento della prosperità di cui tutti abbiamo beneficiato, specialmente in questa regione».

I media americani ed alcuni esperti australiani, si aggiungono al coro, propendendo per una visione diametralmente opposta alla prima: l’Australia non trarrebbe beneficio da questa lotta tra potenze perché, se la sua é una speranza nella Cina, non è una speranza ben riposta. Questo perché il Paese dipende ancora molto dalla crescita cinese e dai prezzi di esportazione. In altre parole, o la Cina trova un equilibrio ed un accordo con la controparte occidentale, o l’Australia ci va di mezzo. Nessuna illusione.

Gli esperti commerciali statunitensi hanno lanciato un ulteriore allarme. I dazi contro la Cina potrebbero finire per aumentare il potere economico di Pechino attraverso il suo progetto Belt and Road. L’economista Yixiao Zhou, non a caso, ha parlato di «impatto negativo» della guerra commerciale, non solo su Stati Uniti e Cina «ma anche su paesi terzi come l’Australia e l’Europa».

Lo scenario fa apparire l’Australia intrappolata in questo rapporto controverso con la Cina, da una parte, un importante partner commerciale, e dall’altra, una variabile da cui dipende troppo e che rischia di impazzire. Le cose non appaiono semplici, specie dopo che i media statali cinesi hanno recentemente accusato l’Australia di essere un «pioniere anti-Cina» riferendosi alla sua posizione nel Mar Cinese Meridionale. Lo Stato, d’altra parte, ha lavorato duramente per rafforzare i legami con l’Oriente; l’Australia, infatti, fa sempre parte dell’accordo Trans-Pacific Partnership -anche dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati- ed ha stabilito un Accordo di libero scambio con la Cina.

Ma se la Cina non ha mezzi termini e peli sulla lingua, l’Australia ha un po’ il piede in due staffe. Il ministro degli Esteri, Julie Bishop, in un incontro con il suo pari statunitense, Mike Pompeo, ha provato a sollecitare l’Amministrazione Trump ad esonerare l’Australia da una potenziale tariffa del 25% sulle parti di automobili. La minaccia si sente ed il Paese ci tiene a mantenere buoni rapporti; il motivo è limpido. La tariffa avrebbe un effetto devastante sui produttori di automobili australiani.

Anche se l’industria automobilistica ha cessato la produzione, l’Australia -ogni anno- esporta ancora 330 milioni di dollari in parti di automobili verso gli Stati Uniti. Circa 21.000 lavoratori a rischio. «Continueremo a sostenere con forza che eventuali restrizioni commerciali non si applicano all’Australia», ha detto ai microfoni in Ministro. All’inizio di quest’anno, il Governo di Turnbull è riuscito ad assicurarsi l’esenzione dalle tariffe statunitensi per l’acciaio e l’alluminio, ma i timori restano. Secondo alcuni, la mossa della Bishop sarebbe inutile: difficile credere che Trump risparmi l’Australia dalle tariffe che ha in mente su auto importate e ricambi. E gli Stati Uniti hanno una propria contro-richiesta: ottenere più severità per il furto della proprietà intellettuale in Cina. A chi daranno retta?

Insomma, l’Australia avrà più benefici o danni da questa guerra?

Attenzione, la verità sta sempre nel mezzo.

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