mercoledì, Aprile 21

Guerra commerciale: la Cina perde il ‘titolo’ di principale partner degli Usa Si inasprisce il confronto tra Washington e Pechino

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I dati relativi allo stato del commercio internazionale focalizzati sul primo trimestre del 2019 sollevano il velo su una realtà sotto molti aspetti sconcertante: la Cina perde ufficialmente il ruolo, interpretato ininterrottamente a partire dal 2005, di principale partner economico degli Stati Uniti. Sull’onda dei dazi imposti dall’amministrazione Trump, l’interscambio bilaterale ha infatti conosciuto un continuo declino, quantificabile in una contrazione dell’export cinese verso  gli Usa del 12% e in un ben più pesante calo delle vendite statunitensi sul mercato cinese del 19%.

Per quanto cruciale, si tratta di un risultato largamente prevedibile. Basti pensare che, nello scorso maggio, Washington decretò l’innalzamento dei dazi dal 10 al 25% su 5.700 categorie di prodotti cinesi per un valore di 200 miliardi di dollari, e chiarì che nuove tariffe sarebbero state introdotte a breve nei confronti di altre 325 miliardi di merci sfornate dalla Cina. In precedenza, dazi imposti dall’amministrazione Trump avevano colpito quasi 285 miliardi di dollari di importazioni dal dragone cinese (il 12% circa del totale).

La decisione di alzare il tiro nasceva dall’esigenza di imprimere una svolta alle trattative bilaterali che, nell’ottica dei falchi statunitensi facenti capo al direttore del National Trade Council Peter Navarro, stavano protraendosi da troppi mesi senza produrre risultati all’altezza delle aspettative.

La reazione di Pechino, tuttavia, si rivelò ben più rapida e decisa rispetto alle attese. La Cina, principale esportatore verso gli Stati Uniti e loro maggiore creditore, adottò infatti una linea d’azione comprensiva di una progressiva limitazione degli acquisti di Treasury Bond – tra il febbraio 2018 e il febbraio 2019, il valore di titoli di Stato Usa nel portafoglio cinese è passato da 1.1176 a 1.130 miliardi di dollari – e della parallela imposizione di contro-dazi su una vasta gamma di prodotti statunitensi. La prima tornata di tariffe coinvolse 110 miliardi di merci statunitensi, mentre nel giro successivo furono colpite quasi 2.500 tipologie di merci, con un rialzo dei dazi dal 5-10% a 20-25%. Pechino ventilò inoltre la possibilità di introdurre tariffe del 25% sull’importazione di Suv prodotti negli Usa, nonché di ridurre drasticamente gli ordini di aerei Boeing e di revocare il programma, già pianificato con Washington, che prevedeva l’incremento degli acquisti di prodotti agricoli – soia e carne di maiale in primis – ed energetici – a partire dal Gas Naturale Liquefatto (Gnl). Merci che Pechino aveva già cominciato a reperire diversificando i canali di approvvigionamento, e ingigantendo quindi il volume delle importazioni da altri Paesi produttori come Brasile e Iran.

Nei giorni scorsi, lo stesso Trump ha elevato ulteriormente il tenore dello scontro, proclamando l’innalzamento, a partire dal primo settembre, di una sovrattassa del 10% su 300 miliardi di dollari di merci d’importazione dalla Cina non ancora sottoposte a regime tariffario, tra cui prodotti di largo consumo riconducibili a settori sensibili quali l’abbigliamento e, soprattutto, l’elettronica.«Finché non raggiungeremo un accordoha promesso il presidente Usa – tasseremo i prodotti cinesi come mai abbiamo fatto in passato».

Pronta la reazione di Pechino, che tramite la portavoce del Ministero degli Esteri Hua Chunying ha fatto sapere di aver già predisposto ‘adeguate contromisure’ alla mossa statunitense. Ieri poi, alla Cina che ha fatto scendere fino a 7 yuan per dollaro il tasso di cambio della sua valuta, gli Usa hanno risposto definendola un «manipolare di valute».

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