lunedì, Giugno 21

Guerra all’Isis: Di Maio disarma Finmeccanica guerra

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Governo nel panico, quasi come gli americani durante l’attacco giapponese a Pearl Harbour, all’indomani della velenosa anticipazione data dal ‘Corriere della Sera’ sulla imminente entrata in guerra dei nostri caccia Tornado nei cieli dell’Iraq in funzione anti Isis. Precipitose e poco convincenti le dichiarazioni rilasciate a caldo dai ministri della Difesa, Roberta Pinotti, e degli Esteri, Paolo Gentiloni, che non hanno confermato, ma nemmeno smentito la notizia ‘bomba’ (in senso letterale). Al momento la versione dei fatti più credibile, anche se non ufficiale, riporta di uno scontro al calor bianco tra il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan (che nella prossima legge di stabilità vorrebbe inserire un taglio del 3%, quasi 500mln di euro, alle spese militari) e il sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi, già Generale di Corpo d’Armata, decisamente contrario alla ‘dieta’ imposta all’Esercito. Il quotidiano milanese, in pratica, non avrebbe fatto altro che da cassa di risonanza per gli interessi della lobby con le stellette. Il ‘NoalleVostreGuerre’ senza se e senza ma, reso pubblico da Beppe Grillo sul suo blog è notizia di ieri.

Oggi, invece, oltre ad Alfano e alla Pinotti, tocca al presidente della commissione Difesa del Senato, Nicola Latorre (Pd), tentare di sviare le attenzioni dal pasticcio iracheno esprimendo la sua opinione, sinceramente non richiesta da nessuno: «Meglio concentrare gli sforzi sulla Libia». Senza aggiungere, però, quando, come, dove e chi bombardare. Il M5S insiste, invece, nella sua posizione pacifista intransigente. «Il terrorismo non si ferma con le bombe e noi non ci dimentichiamo che cosa ha prodotto la guerra in Libia», dichiara il ‘premier ombra’ grillino Luigi Di Maio che si spinge oltre promettendo che se il Movimento dovesse andare al governo «una delle prime cose che faremmo sarebbe il divieto della vendita di armi all’estero da parte di Finmeccanica». Di Maio, inoltre, chiede che su questa vera e propria azione di guerra anticipata dal ‘Corriere’ si esprima non solo il parlamento, ma anche i cittadini, perché bisogna aspettarsi delle «ritorsioni». Per sconfiggere l’Isis invece delle bombe, conclude il vicepresidente della Camera, bisognerebbe «stabilizzare le regioni interessate» e «smettere di fare affari con paesi che sono il bancomat del terrorismo». Il pericolo di «attentati interni» compiuti dai ‘terroristi’ viene ribadito anche dall’altro grillino Stefano Lucidi.

Grandi manovre, non propriamente militari, si sviluppano anche nel centrodestra. Oggi il leader della Lega Matteo Salvini ha spiegato alla stampa il contenuto politico dell’incontro con Silvio Berlusconi, avvenuto ad Arcore domenica scorsa mentre il ‘loro’ Milan prendeva quattro pappine da quei ‘colerosi e terremotati’ (Salvini dixit) del Napoli. L’Altro Matteo conferma la «piena sintonia» con il Cavaliere che servirà a trovare un «accordo sul programma per il dopo-Renzi». Sul tema delle tasse i due vanno a braccetto perché favorevoli all’introduzione della flat tax, l’aliquota fiscale unica che il leghista vorrebbe al 15%, mentre il Caimano al 20%. Per quanto riguarda le candidature alle elezioni amministrative di primavera, Salvini fa il finto modesto, rifiuta la candidatura a sindaco di Milano perché «ci vuole qualcuno migliore di me», ma in realtà il suo scopo è più ambizioso: leader unico del centrodestra che verrà. Chiusura totale anche su una futura alleanza con Angelino Alfano e Denis Verdini. «Lascio i Verdini e gli Alfano a chi piacciono», sbotta il lumbard anche a nome di Silvio, perché «non si può costruire l’alternativa a Renzi con chi oggi sta con lui e fa il collaborazionista».

Giornata turbolenta anche sui cieli di Palazzo Madama dove i senatori sono impegnati a riformare il ‘loro’ Senato secondo i dettami del ddl Boschi. Nei due voti segreti previsti sul menù, l’Armata Brancaleone renziana si assottiglia decisamente, arrivando a toccare la vertiginosa (al contrario) quota di 143 e 144 voti, ben al di sotto della maggioranza fissata a 161 e con il voto dei verdiniani risultato numericamente decisivo. Incidente di percorso che il forzista Maurizio Gasparri non perde tempo a bollare come «vergognoso» perché, denuncia, «vanno avanti con poco più di 140 voti. Così non si riscrive la Costituzione. Siamo all’esproprio delle istituzioni». Tutte le opposizioni, invece, unite per una volta come un sol uomo, scrivono una lettera al Capo dello Stato per mettere all’indice il comportamento del presidente del Senato Pietro Grasso colpevole, a loro giudizio, di non essere un «arbitro super partes» perché si esprime «costantemente a favore delle istanze della maggioranza». Del Pd che si rispacca abbiamo già parlato.

 

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