domenica, Maggio 22

Guardando un po’ in là: dopo Draghi, Draghi Tutto sembra in movimento, tutto è fermo. I sondaggi, i grillini sempre meno (elettori) e sempre più affaccendati (i capi o presunti tali). Se si guarda al dopo voto 2023: come dopo Mattarella, Mattarella, si può ipotizzare dopo Draghi, Draghi

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Andrè Breton, e con lui Guillaume Apollinare, Antonin Artaud, Paul Delvaux, Tristan Tzara, Salvador Dalì, Max Ernest, René Magritte, Alejandro Jodorowsky, e i tanti esponenti e teorici del surrealismo sorrideranno da qualche parte soddisfatti. Si vada a leggere il ‘Manifesto’ del movimento, del 1924, redatto da Breton: «…Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale…». Non è forse quello che accade in Italia in questi giorni, mesi, settimane?
Siamo di una emergenza che ha sconvolto il mondo (il Covid), e di un’altra i cui disastrosi effetti si stanno appena assaggiando (la guerra che Putin ha scatenato invadendo l’Ucraina), e la pur non decisiva (anzi, abbastanza marginale), Italia, in che cosa è affaccendata?
Un giorno il carnevale apparecchiato dal logoro cerchio magico attorno a Silvio Berlusconi, e quel matrimonio farlocco a cui si sono prestati per umana compassione gli amici del buon tempo andato; seguito dalla notizia non meno farlocca di un ulteriore erede, non fosse sufficiente l’attuale figliolanza e nipoti. Penoso epilogo di un leader un tempo imprenditore vittorioso e ora avviato in un viale del tramonto senza uscita o possibilità di ritorno. A fianco l’’unico vero leader’ (a detta sempre di Berlusconi), quel Matteo Salvini che sembra, politicamente parlando, più suonato di Micheal Johnson quando, in famoso ‘duello’ del 1985, ha cercato di affrontare Mike Tyson. Poi quello che accade nel Movimento 5 Stelle, con un Beppe Grillo più che silente (avrà capito che per lui e il Movimento, è meglio tacere?); e un leader che non è leader (Giuseppe Conte), e un ministro degli Esteri (Luigi Di Maio) impegnati a farsi la guerra su ogni fronte possibile; con tutti gli altri grilliniimpazziti‘ (sempre politicamente parlando): vagano e vagolano al pari di formiche a cui sia appena stato devastato il formicaio…

I sondaggi (per quel poco che ormai valgono), accreditano il M5S intorno al 10 per cento; comunque molto al di sotto del trionfo del 2018. In sostanza, perde due elettori su tre; e c’è da interrogarsi chi e cosa trattenga il terzo…
Se possibile, in questi giorni, i pentastellati sembrano ingegnarsi allo spasimo per offrire illoropeggio. Conte penosamente si arrabatta su più fronti, tutti ostili: il citato Di Maio, ma bordate arrivano anche da quell’ Alessandro Di Battista che pur fuori, resta comunque ai margini, e può contare su fedeli ‘guastatori’ all’interno del Movimento. Un terzo fronte non meno insidioso è costituito dai numerosi parlamentari che pur se non esplicitamente schierati con Di Maio, sono comunque preoccupati per il proprio destino politico: i più non saranno eletti e neppure candidati. Devono ringraziare la demagogica e scellerata riforma da loro stessi voluta, che riduce il numero di deputati e senatori: la prossima ‘torta’ parlamentare riserverà fette minori, ed è un discorso che vale per tutti, per il M5S in particolare.
Anche per questo, sotto traccia, tanti di loro lavorano per eliminare uno dei punti cardini fondativi del Movimento: quello che divieto del terzo mandato. Come quasi sempre, ‘fatta la legge’, si fa poi ricorso all’eccezione che consente di derogare. Questa è una delle ragioni per cui Conte, dopo essersi fatto ascoltare dal Comitato Parlamentare sui Servizi di Sicurezza, ha assunto comportamenti contraddittori e per quel che riguarda l’aumento delle spese militari: su questo terreno (quello della contraddizione e della demagogia) è riuscito perfino a superare un maestro della materia: Salvini; questi continui distinguo rispetto alle decisioni che si assumono nell’ambito del Consiglio dei ministri, suscita più di un inarcar di ciglia irritato da parte di Mario Draghi. E’ evidente che Conte non si può permettere il lusso di far venir meno il sostegno al Governo non sta né in cielo né in terra. Il risultato di tutto questo bla-bla, tuttavia è da una parte indebolire lo stesso Conte; dall’altra irritare il segretario del Partito Democratico Enrico Letta, il cuicampo largodovrebbe comprendere anche compagni di strada inaffidabili, da cui non solo non acquistare la proverbiale automobile usata, ma neppure un triciclo.

 

Sempre a proposito di sondaggi (e con l’avvertenza che spesso non colgono nel segno), parrebbe andare con il vento in poppa la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni; in termini di consenso il suo partito supera il PD di circa un punto di percentuale: Meloni il 21,7 per cento. Letta il 20,7 per cento. Il fatto è che quello che Fratelli d’Italia guadagna, lo perde la Lega e Forza Italia; per cui il tutto finisce con il tradursi in un travaso di voti all’interno della stessa coalizione. L’altro dato che viene sottolineato è l’attestarsi sul 3,6 per cento di Azione e Più Europa. La coabitazione Carlo Calenda-Emma Bonino paga? Presto per dirlo. In politica storicamente uno più uno non ha mai fatto due, sempre uno. Ovviamente c’è sempre una prima volta. Chissà.
Il dato che più dovrebbe impensierire è che è altissimo il numero degli aventi diritto al voto che ha già deciso di disertare le urne; e tra quanti voteranno, ben quattro su dieci confessa di non sapere a chi dare la sua preferenza. Fra un anno ci saranno dunque elezioni nazionali e si confronteranno due coalizioni fragili, con all’interno grosse contraddizioni, incapaci di ‘leggere’ la realtà per come si manifesta, e di interpretarne umori e interessi, e incanalarli in azione di governo.
Il PD di Letta ha un buon peso e potere a livello locale, si è ripreso dalla dura crisi interna, non sembra soffrire in modo particolare dell’abbandono di Matteo Renzi. Può contare su un discreto seguito, ma il 20-21 per cento di consenso, in sé non consente di governare. Dal momento che è molto improbabile che possa crescere in modo significativo, ha comunque il problema di una coalizione; e qui non si scappa: o è il M5S (quello che ne sopravvive), o parte del centro-destra. Forse perfino entrambe le cose, sullo stesso modello dell’attuale (e chissà: ancora Mario Draghi). Insomma: dopo un tanto invocare elezioni, chi da queste si attende e spera in un ‘chiarimento’, forse ne verrà ancora una volta deluso in modo cocente: dopo Draghi, Draghi; come dopo Sergio Mattarella, Mattarella. Questa la situazione, questi i fatti.

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