lunedì, Settembre 27

Guai a chi tocca il mito di Carmen Il pubblico boccia 'l’oiseau rebelle' con la pistola, il Maggio fiorentino difende la messinscena. La critica dice no al nuovo finale

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Click, click, la pistola  nella mano di Carmen fa cilecca, dal pubblico una signora commenta, ‘si vede c’ha ripensato!’ ma ormai  il finale deve essere quello stabilito dal regista e così  don Josè si accascia e finge di morire.  Finisce così tra i fischi del pubblico, la prima di Carmen  al Maggio Musicale, il cui finale  rovesciato della scena madre,  avrebbe dovuto trasformarsi in un gesto di  rivolta, di  reazione ai tanti femminicidi che insanguinano ben altre scene. Qualcuno commenta:  ‘Dal melodramma alla farsa’. E’ finita così: applausi a cantanti e orchestrali,  fischi e buu  alla regia per il finale stravolto.  Un’ accoglienza inattesa che sorprende lo stesso  Direttore del Maggio Musicale Cristian Chiarot.  «Non me l’aspettavo finisse così. Le due  prove generali erano andate bene, la nuova versione era stata accolta  serenamente, in un’atmosfera rilassata, pronta ad accettare la nuova proposta».

Del resto, l’idea di proporre un qualcosa di diverso, più rispondente ai tempi nostri, era stato lui stesso ad esporla al regista  Leo Muscato. Il Direttore era partito da queste premesse: «il teatro deve far sì divertire, ma anche fornire spunti di riflessione. Quale è lo spirito odierno della Carmen? Deve rimanere sempre un’opera folkloristica, spagnola, gitana, legata all’800? Perciò ho chiesto a Muscato di valutare se si poteva fare qualcosa». La risposta è stata: «Porteremo in scena un Bizet attuale, toglieremo una visione ottocentesca di donna oggetto e in qualche modo colpevole, proporremo sottotraccia un significato attuale – spiega Muscato – D’altra parte credo che ogni classico sia tale se riesce a parlare in modo diverso e attuale a spettatori diversi di epoche diverse».

Carmen non muore’ era stato preannunciato. ‘Reagisce ai colpi di don Josè, si difende’, come fanno sempre più le donne oggi nel mondo.  La sua intenzione era quella di trasformarla in un simbolo del riscatto delle donne contro la crescente ondata di femminicidi e di violenze subite. Intento nobile, tant’è che dopo la prova generale, proprio nella caffetteria  del  teatro, trenta protagoniste della politica e della cultura, si erano ritrovate, indossando un nastro rosso, per leggere  ciascuna testi poetici e  testimonianze ispirate al tema. Un solo uomo tra loro, Paolo Klun , responsabile della comunicazione del teatro. Carmen  sembrava  potesse divenire il simbolo del riscatto contro la crescente  violenza: “basti pensare  che – ricordava la presidente del Tribunale Marilena Rizzonell’ultimo anno le condanne per reati di violenza sulle donne, sono aumentate del 158%”.

La notizia di una Carmen che non muore, aveva suscitato  viva attesa e clamore. Anche sulla stampa estera.  Suscitando, com’era prevedibile,   stupore  approvazione e dissensi. Consapevole dell’azzardo,  Leo Muscato ha cercato di individuare nell’opera stessa le ragioni del suo intervento:  sembrava che quest’opera fosse stata ambientata in un campo rom. Ed è in un campo nomadi degli anni ’80, tra   scassate roulottes, filo spinato e poliziotti  in tenuta antisommossa,  che l’ha voluta ambientare. Inoltre, ha detto, “la Siviglia esotica raccontata da  Bizet non c’è più. Dunque, anche quell’atmosfera andava cambiata. Per il resto–  ha dichiarato – non ho modificato niente, né una parola, né sostituito una nota.. “.

Queste dunque le premesse.  Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare: quello rappresentato dalla creatività artistica. Che non è cosa che si trova sempre dietro l’angolo Ma  qual è il giudizio della critica? Lo chiedo al  critico   musicale e teatrale Giovanni Gavazzeni:” Mi trovavo a teatro alla ‘prima‘ e  ho visto la reazione del pubblico: fischi e rumori nei confronti della messinscena e applausi a orchestrali e interpreti. La protesta era generale, non di una parte del pubblico. Generale. Che dire? E’ comprensibile.  Non si  stravolge un capolavoro come l’opera di Bizet, per ragioni  contingenti, che prescindono dal significato simbolico  dato dallo stesso Bizet a Carmen, che ne fece il simbolo della donna che riafferma  il proprio diritto alla libertà d’amare, alla propria indipendenza,  che perseguirà  fino all’estremo sacrificio. E’  questo il suo destino. Senza il quale non sarebbe divenuta un mito universale, di libertà, indipendenza e ribellione. Selvaggia e senza legge.  Non ho gradito neanche quella scena  fissa, immobile,  con quelle roulottes – vivono così oggi i ron? – senza gli esotismi che pure segnavano l’atmosfera cara a Bizet e alla gente del suo tempo. Il teatro è una continua   reinterpretazione, ma innanzitutto  vi deve essere il rispetto per il compositore, è la sua visione, la sua idea che deve essere approfondita e  saputa riproporre. Perché allora non cambiare anche il testo e la musica? Non si può. Certo che non si può.  Perché non fare allora altri lavori   che abbiano dignità artistica ispirati ai temi che si vogliono trattare? La questione non è tra puristi e innovatori. Ma tra arte e non arte. Ma perché non si discute di questo? Oggi vedo che si attualizza tutto, si riduce tutto all’osso, anche per contenere i costi o, si dice,  per attrarre i giovani. Ma dov’erano i giovani alla “prima”?”.

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