domenica, Settembre 26

Guagliò, questa polemica puzza field_506ffb1d3dbe2

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Bisogna dirlo. La mascotte di Expo 2015 disegnata da Walt Disney Italia è proprio bruttina. Una macedonia improbabile nello stile dell’Arcimboldo che però somiglia di più a una di quelle cofane traballanti sulla testa delle ballerine brasiliane al carnevale di Rio. Ma la polemica scatenata dai leghisti sul nome scelto dai bambini per il naso della mascotte, l’aglio, ribattezzato Guagliò, alla napoletana, dimostra una sola cosa: che siamo alla frutta, paisà.

Il partenopeo non è gradito sopra il Po. O meglio, non è gradito dalla parte più ruspante dei leghisti, che, bisogna ricordarlo, nelle passate elezioni in ‘Padania’ hanno preso una sonora tranvata, racimolando intorno all’8 per cento dei voti, la metà di quelli che avevano ottenuto appena cinque anni prima. Giusto per ridimensionare la questione. I lumbard duri e puri che evidentemente han pochi guai a cui pensare, per protestare si sono affidati addirittura a una nota ufficiale del partito, che dice: «Il fatto che Milano e i Lombardi debbano essere rappresentati davanti agli occhi del mondo, in una vetrina a rilevanza globale quale è Expo 2015, da una mascotte con un nome napoletano, è una stupida provocazione per guadagnare i titoli di stampa e l’ennesimo insulto all’identità lombarda».

Ora, che la città di Milano abbia vinto l’Expo non significa che l’Expo sia di Milano. Certo, tra Rho e Milano quattromila persone stanno scavando e costruendo un sito espositivo che vale 1,3 miliardi. Qui arriveranno 20 milioni di visitatori, 6 milioni dall’estero, per un giro d’affari di 25 miliardi. C’è da immaginare che il grosso del ‘malloppo’ entrerà nelle tasche dei cittadini del Nord. Un bell’affare. Abbastanza per lasciare al resto d’Italia almeno il nome della mascotte. O no?

Macché. Napoletani cornuti e mazziati. La polemica non si placa. Dice Alberto Rivolta, Segretario Provinciale della Lega Nord di Monza e Brianza: «Altro che Guagliò. Dovevano chiamarlo Bagaj (ragazzo in milanese, ndr). Contiene la parola ‘aj’ che nella nostra lingua significa aglio». Il calembour ambrosiano è pure divertente, per carità. Ma quanti, nel mondo, lo capirebbero? Il bello di una mascotte è che deve portare un messaggio chiaro per tutti. Se devi spiegare un simbolo, è la fine.

Guagliò lo capiamo in Italia, ma lo comprendono anche Oltreoceano, perché lì furono costretti a trovare fortuna milioni di abitanti del Regno delle due Sicilie, quando nel 1860 i Savoia “scesero” nella già povera terra dei terun e finirono l’opera. ‘Guaglione‘ poi è il titolo di una famosa canzone di Nicola Salerno, cantata pure da Claudio Villa e da Renato Carosone, italiani famosi in tutto il mondo. Il brano ispirò il film ‘Guaglione‘ diretto da Giorgio Simonelli, con Terence Hill (allora Mario Girotti), Dorian Gray e Titina De Filippo.

A ben vedere, la parola ha perfino un’origine antica. Lo dice l’esperto di dialetti, Raffaele Bracale, quando spiega che deriva «dal sempre vivo basso latino galione(m) giovane mozzo, servo sulle galee e détta voce è riportata a pag. 640 del corposo ‘Glossarium Ad Scriptores Mediae et Infimae Latinitatis’ del Du Cange». Indica il ragazzetto monello che vive e gioca per la strada, «non il bambino, che è detto propriamente: criaturo o anche ninno o nennillo e – quando si tratti di un bambino piccolissimo anche anema ‘e Ddio».

La polemica, semmai, toccherebbe ai napoletani. Perché della discutibile testa brasilera tuttifrutti, tra mele, pere, banane, fichi, papaie e raffinati melograni, a loro è toccato proprio di dare il nome alla testa d’aglio. L’unico cibo che puzza.
 

 

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