martedì, Maggio 11

Groenlandia: elezioni, gli Inuit vincono, le terre rare non si toccano … forse L’opposizione al progetto minerario di Kvanefjeld ha premiato l’Inuit Ataqatigiit, ora chiamato a trovare il giusto equilibrio tra ambientalismo, economia ed indipendenza

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Alla fine, con circa il 36,6% dei voti (in netta crescita dal 26% del 2017) e 12 seggi, l’ha spuntata l’Inuit Ataqatigiit (IA), alle elezioni per rinnovare i 31 seggi del Parlamento, l’Inatsisartut, che hanno chiamato alle urne i 56.000 abitanti del territorio autonomo della Groenlandia, l’isola più grande del mondo, con una superficie di sette volte quella italiana, che si trova a ridosso del Polo Nord, formalmente autonoma dal 1979, ma parte del Regno di Danimarca dal 1721. Il successo dell’IA, forza progressista, ambientalista e indipendentista, quasi sempre all’opposizione, certifica la seconda vittoria dei verdi – dopo quella del 2009 – del partito social-democratico altrettanto ambientalista ed indipendentista, Siumut (del Premier uscente Kim Kielsenche ha ottenuto il 29% del consenso popolare e 10 seggi in Parlamento. 

Una sconfitta storica, se si tiene conto del fatto che è solo la seconda volta che Simiut perde la maggioranza in parlamento dal 1979. Erik Jensen, Presidente del partito socialdemocratico, non ha tardato ad ammettere la sconfitta congratulandosi con il partito avversario: “Ci congratuliamo con gli Inuit Ataqatigiit per le elezioni. Siamo ora entusiasti di ciò che i negoziati [della coalizione]porteranno nei prossimi giorni”. Al terzo posto si sono attestati i centristi di Naleraq, favorevoli ad una Groenlandia indipendente. Briciole, invece, per  campo unionista, con il quarto posto dei Democratici e con il quinto di Atassut.

Le elezioni, in realtà, sono state anticipate in seguito ad una crisi politica scatenata nel febbraio scorso dalla decisione dell’IA di ritirarsi dalla coalizione di governo poiché contrario alla proposta del partito Siumut di bloccare le consultazioni pubbliche sui permessi d’estrazione di un sito terre rare, e di uranio, per il timore di possibili ripercussioni sull’ecosistema locale nell’area meridionale dell’isola. Trattasi del  progetto nel Kvanefjeld o, in lingua inuit, Kannersuit: l’impresa australiana Greenland Minerals and Energy poi scalata dalla cinese Shenghe Resources Holding Ltd di Shanghai, aveva ottenuto una licenza di esplorazione per la miniera che, potenzialmente, potrebbe costituire il secondo giacimento di terre rare – soprattutto neodimio, fondamentale insieme al disprosio, per la costruzione dei magneti utilizzati nei motori dei veicoli elettrici e militari oltre che nelle turbine eoliche) più grande al mondo e la quinta più grande riserva di uranio, oltre la seconda fonte di entrate per le casse dello Stato dopo la pesca, cruciale nella direzione di una maggiore diversificazione dell’economia minacciata dal cambiamento climatico. A detta dell’azienda australiana, il progetto potrebbe garantire alla comunità locale introiti per 235 milioni di dollari. 

La compagnia australiana Greenland Minerals si è detta convinta del fatto che Kannersuit potrebbe diventare “il più grande produttore di terre rare occidentale” e fors’anche il più economico. Il basso costo sarebbe un effetto dell’alta concentrazione, in percentuale, delle terre rare più richieste sul mercato nel sito. Secondo le stime dell’azienda, la spesa per l’avvio della produzione potrebbe essere superiore ai 1,39 miliardi di dollari. Ma il colosso sino-australiano delle terre rare, per ottenere il nulla osta dal governo di Nuuk, ha iniziato a lavorare sulla fattibilità e sui possibili effetti ambientali del progetto nel 2007, quasi quindici anni fa.

Dopo una campagna quasi interamente incentrata sul controverso progetto minerario, il voto ha, però, premiato gli ambientalisti i cui timori riguardavano i danni che l’estrazione su larga scala potrebbe causare sul paesaggio incontaminato, mettendo a rischio all’ecosistema groenlandese. “Dobbiamo ascoltare gli elettori che sono a disagio per Kunannersuit. Siamo contrari all’estrazione dell’uranio “, ha affermato il leader dell’IA, Mute Egede, nella consapevolezza, come ha affermato Dwayne Menezes, direttore della Polar Research and Policy Initiative, che “ciò a cui si oppongono” gli elettori “è il mining sporco“. L’apertura della miniera – era, di contro, la linea del Simiut – avrebbe creato centinaia di posti di lavoro, favorendo una crescita economica dell’isola, ma, a detta degli Inuit, avrebbe anche messo a repentaglio l’ecosistema locale e avrebbe generato rifiuti tossici: infatti, nei giacimenti di Kvanefjeld le terre rare sono indissolubilmente legate all’uranio, che verrebbe prodotto nel processo di estrazione, nel quale è anche coinvolto l’utilizzo di grandi quantità di solventi chimici, essendo le tecniche alternative e più sostenibile ancora in fase di sperimentazione ed estremamente più costose di quelle tradizionali. L’IA ha richiamato l’attenzione sul fatto che tanto la polvere radioattiva sollevata dalle operazioni di estrazione quanto il trasporto dei prodotti da e verso i siti minerari potrebbe danneggiare la salute dei residenti della vicina città di Narsaq mentre i pastori di pecore, i pescatori e l’industria del turismo temono che lo sviluppo industriale possa danneggiare le loro attività. Tuttavia, aveva avvertito l’allora Ministro per le Risorse Minerarie Vittus Qujaukitsoq, la Groenlandia tornasse sui propri passi ora, potrebbe spaventare gli investitori minerari.

In attesa di convalida da parte del governo groenlandese, oltre a quello di Kvanefjeld, ci sarebbe poi anche il giacimento di Klinglerne, situato nella punta meridionale dell’isola, ricco di disprosio, la cui licenza d’esplorazione è stata assegnata all’azienda privata Tanbreez Mining e quello di Dundas – il più ricco al mondo di ilmenite, componente del titanio – condotto dalla BlueJay Mining che ha ricevuto l’autorizzazione governativa nel 2017. 

Come è noto, le terre rare sono circa 17 metalli utilizzati nella fabbricazione di dispositivi high-tech come gli smartphone, ma anche le vetture elettriche e i motori delle pale eoliche, oltre che di alcuni sistemi d’arma. Come indica l’attributo “rare”, ciò che caratterizza questi elementi è l’alta concentrazione in poche zone del pianeta e la difficoltà nel separarli da altri a cui sono legati in natura.

Per capire l’importanza di queste risorse, basta pensare che la costruzione di un singolo jet da combattimento F-35 della Lockheed Martin, ad esempio, richiede almeno 920 libbre (417 Kg) di terre rare che provengono principalmente dalla Cina. Questo livello di dipendenza dalle importazioni da Pechino preoccupa il governo degli Stati Uniti che intende ridurlo il più possibile visto che, ad oggi, la Cina produce circa il 60% delle terre rare mondiali, oltre a processare e raffinarne circa l’80% a livello globale. Questo era chiaro all’ex Presidente USA Donald Trump, ma anche al suo successore Joe Biden che, poche settimane fa, ha firmato un ordine esecutivo per la revisione delle catene di approvvigionamento in quattro settori identificati (difesa, salute pubblica e preparazione biologica, energia e produzione alimentare) ognuno dei quali sarà sottoposto a una revisione di 100 giorni per valutarne le vulnerabilità e i prospetti di miglioramento.

Sebbene i funzionari abbiano rassicurato che l’ordine deriva, in parte, dalla diffusa carenza di dispositivi di protezione individuale anti-COVID-19, la decisione della Casa Bianca è giunta dopo la notizia che la Cina sta valutando se limitare l’esportazione dei minerali delle terre rare negli Stati Uniti. E questo dossier strategico non può essere preso sotto gamba dalla nuova Amministrazione: disastri naturali, disordini civili, controversie commerciali e fallimenti aziendali potrebbero, in qualsiasi momento, interrompere una catena di approvvigionamento di minerali e, di conseguenza, di prodotti critici per la sicurezza nazionale.

Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno aumentato la pianificazione strategica e gli investimenti in catene di approvvigionamento affidabili: durante l’amministrazione Trump, Washington ha lanciato una strategia federale per garantire forniture affidabili di minerali critici, ma quella strategia era basata in parte sul ridimensionamento dei limiti dell’impatto ambientale dei progetti – molto difficile da attuare – e la collaborazione con i Paesi partner per migliorare la governance delle catene di approvvigionamento minerario.

Con Biden, gli Stati Uniti potrebbero migliorare il loro sostegno ai mercati minerari critici e agli accordi commerciali. L’espansione del riutilizzo dei minerali critici può anche aumentare la sostenibilità e rendere i minerali più disponibili per l’uso negli Stati Uniti. Un modo per incoraggiare i programmi di riciclaggio è trasferire la responsabilità dai gestori dei rifiuti ai principali produttori come Apple e Samsung. Gli accordi internazionali possono anche essere scritti in modi che richiedono un’estrazione responsabile. Allo stesso modo, le aziende statunitensi potrebbero fare di più per garantire che non acquistino da fonti non sostenibili o che supportino pratiche che incoraggiano l’abuso e lo sfruttamento delle economie in via di sviluppo.

Da questo punto di vista, la linea dovrebbe essere di non perdere neanche un granello di quello che si ha a disposizione ed aumentare la diversificazione. Il motivo principale sta nel fatto che la Cina si è mossa per aumentare il controllo sulle esportazioni di minerali critici, ma l’estrazione e il riciclaggio di questi minerali negli Stati Uniti sono ancora limitati. Ciò è dovuto in parte a quanto possano essere distruttive e inquinanti dal punto di vista ambientale molte operazioni di estrazione e lavorazione, ma anche perché le misure politiche sono state esplorate e finanziate solo di recente. Washington ha avviato una revisione delle catene di approvvigionamento di minerali critici e il Dipartimento dell’Energia ha recentemente promesso fino a 30 milioni di dollari, oltre ai finanziamenti inclusi nel pacchetto di aiuti per la pandemia di dicembre e un pacchetto di sostegno per il 2020 per l’estrazione mineraria

Per questo motivo, il Pentagono è stato uno dei più forti sostenitori di catene di approvvigionamento più resilienti. Negli ultimi anni è stata proattiva sul rafforzamento della produzione interna, in particolare per gli elementi delle terre rare. Ciò include nuovi contratti con attività di estrazione e produzione di terre rare in Nebraska, California e Texas. In quest’ottica di espansione dell’esplorazione di minerali critici rientra l’annuncio di Rio Tinto di piani per un nuovo impianto per recuperare il tellurio, un minerale fondamentale utilizzato nei pannelli solari, dalle sue operazioni di raffinazione del rame nello Utah. Anche l’estrazione di litio nel deserto della California ha iniziato ad attrarre investitori, così come i progetti di terre rare in Colorado e Nevada. La Defense Logistics Agency dispone anche di scorte di emergenza di 42 materie prime con un valore di mercato di 1,1 miliardi di dollari in sei diverse località negli Stati Uniti.

Ora, con il piano infrastrutturale del Presidente Joe Biden che promette un’espansione dei veicoli elettrici e delle energie rinnovabili, la legislazione “verde” diventa più probabile e il cambiamento climatico diventa una priorità, le catene di approvvigionamento di minerali critici sono ancora di più sotto i riflettori. Anche per questo, si prevede che le quantità di litio, cobalto, grafene, indio e altri minerali critici necessari per le sole tecnologie a basse emissioni di carbonio aumenteranno dal 100% al 1.000% entro il 2050.

Constatazioni che fanno ben comprendere l’importanza della sicurezza delle catene di approvvigionamento anche perché Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, che ha fatto notizia in passato a causa delle vendite di minerali che hanno finanziato i conflitti armati, non sono partner particolarmente allettanti per le aziende statunitensi. La Repubblica Democratica del Congo, in particolare, è responsabile della produzione di oltre il 70% del cobalto mondiale, utilizzato in quasi tutte le batterie agli ioni di litio ricaricabili che alimentano di tutto, dai cellulari e laptop ai veicoli elettrici, e la Cina ha investito molto nella regione.

Ecco perché fanno così gola le risorse della regione artica, in particolare della Groenlandia, che secondo le stime dell’US Geological Survey, ospita circa 1,5 milioni di tonnellate di terre rare, pari a circa l’1,2% delle riserve globali, oltre a zinco, nickel, rame, titanio, cobalto, oro, metalli del gruppo del platino. 

Tali risorse e stanno assumendo sempre più importanza a livello mondiale, soprattutto agli occhi dei Paesi occidentali desiderosi di abbattere la dipendenza da Pechino che, comunque, riesce ad estendere la sua influenza anche sui giacimenti groenlandesi visto che l’11% di Greenland Minerals, la società australiana che avrebbe messo in piedi gli scavi nel sud dell’isola, è controllato da Sheghe Resources, compagnia cinese che si occupa di terre rare e che, a sua volta, possiede una quota simile in MP Materials, azienda americana finanziata dal Pentagono. 

Pechino sa bene che, se dovessero essere avviati scavi e produzione, la sua posizione dominante potrebbe essere insidiata, nonostante possa vantare dominio quasi esclusivo degli stadi di processazione e del know how tecnologico per la raffinazione degli ossidi di terre rare estratti nei singoli elementi rende questi sforzi del tutto inefficaci. Il business plan di Greenland Minerals (con già più di 100 milioni di dollari investiti grazie alla tecnologia fornita da Shenghe), infatti, non farebbe altro che servire gli interessi cinesi: importare la materia prima per estrarne il valore aggiunto, contribuendo a consolidare la scalata high-tech e industriale di Pechino in questa filiera strategica. L’unico impianto fuori dalla Repubblica popolare cinese che produce terre rare raffinate in scala è in Malesia, controllato da un’altra azienda australiana, la Lynas Corporation, mentre è di recente stato annunciato un consorzio industriale transatlantico: infatti, anche l’Istituto di Studi Strategici dell’Unione Europea ha chiarito come lo sfruttamento delle terre rare groenlandesi potrebbe aiutare a ridurre una grave dell’UE che, al momento, le importa dalla Cina.

La competizione USA – Cina si è inasprita nel corso del tempo a tal punto da rendere sempre più strategica l’isola vicina al Polo Nord e a spingere, due anni fa, l’ormai ex Presidente americano Donald Trump a proporre l’apertura di una struttura diplomatica in Groenlandia per la prima volta dagli anni Cinquanta – progetto di cui si sono perse le tracce – e a buttare sul tavolo, tra provocazione e realtà, l’idea, già balenata agli americani nel secolo scorso, di comprare la Groenlandia dalla Danimarca, un’offerta che gli americani avevano a Copenaghen già nel 1947. La premier danese Mette Frederiksen aveva bollato l’uscita come “assurda” mentre il portavoce del suo partito aveva affermato che quella era “la prova finale che è impazzito”. «La Groenlandia è ricca di materie preziose, di acqua dolce, di pesce, di energie rinnovabili e di turismo. Per questo decliniamo l’offerta ma siamo aperti a discutere di affari», aveva rilanciato Ane Lone Bagger, ministro degli Esteri. Del resto, oltre ad essere un territorio ricco di metalli critici, la Groenlandia, grazie alla sua posizione, è da sempre un avamposto strategico per gli Stati Uniti e per la NATO, anche nell’ottica di operazioni di intelligence: il che è confermato dal fatto che, sull’isola, gli USA gestiscono, insieme all’Alleanza Atlantica, la base aerea di Thule sin dalla Seconda Guerra Mondiale. 

Certo è che, a fronte di una competizione così cruciale, è improbabile che lo sfruttamento delle terre rare possa giovare, come auspicabile, alle popolazioni locali – impossibilitate, per carenze di know how e strutturali, a gestirle in autonomia – piuttosto che agli interessi ben più imponenti sopra ricordati, a meno che non venga messo in campo un più profondo dialogo multilaterale per trovare un compromesso soddisfacente per tutti.

“A livello globale, avremo bisogno di affrontare questa tensione tra le comunità indigene e i materiali di cui avremo più bisogno per un pianeta stressato dal clima”, ha affermato Aimee Boulanger, direttore esecutivo dell’Iniziativa per l’estrazione responsabile Assurance, un’organizzazione senza scopo di lucro.

L’exploit dell’IA non è inaspettato visto che sotto la guida del suo leader Mute Egede, il partito, che non ha mai manifestato in modo esplicito la riluttanza a concedere i diritti d’estrazione alle compagnie straniere, si è sempre contraddistinto per l’accento ambientalista del suo programma. La competizione elettorale, d’altra parte, si è giocata anche sul riscaldamento globale, emergenza che la pandemia di COVID-19 ha messo in evidenza e che lo scorso anno ha causato uno scioglimento record dei ghiacciai. Anzi, a detta di Egede, gli elettori in Groenlandia hanno dimostrato di essere più interessati alle questioni sociali e all’ambiente: “Queste sono le due questioni che hanno vinto le elezioni per noi. Le condizioni di vita delle persone sono una. E poi ci sono la nostra salute e l’ambiente”, ha detto.

“Gli abitanti della Groenlandia hanno sempre lottato per sopravvivere. La risorsa più grande del nostro paese sono le persone. Il riscaldamento globale è un fenomeno negativo, ma siamo molto bravi ad adattarci”, diceva il cacciatore Nick Nielsen a due amici in un  video pubblicato dal ‘Guardian’ qualche mese fa a pochi giorni dalla pubblicazione sulla rivista ‘Nature’ dai ricercatori coordinati da Jason Briner, dell’università americana di Buffalo che indicava per l’isola  – prendendo in esame le rilevazioni del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (Ipcc) – il rischio di perdere i suoi ghiacci ad un ritmo accelerato, mai visto negli ultimi 12.000 anni della sua storia, sulla base di dati relativi a temperature e precipitazioni ottenuti dall’analisi delle carote di ghiaccio.

“Abbiamo alterato il nostro pianeta al punto che i tassi di scioglimento della calotta glaciale in questo secolo hanno un ritmo maggiore di qualsiasi cosa accaduta sotto la variabilità naturale della calotta glaciale negli ultimi 12.000 anni”, faceva osservare Briner, che aggiungeva: “Se il mondo segue una massiccia dieta energetica, il nostro modello prevede che il tasso di perdita di ghiaccio della Groenlandia in questo secolo sarà solo leggermente superiore a quello sperimentato negli ultimi 12.000 anni”. Ma, concludeva, “la cosa più preoccupante è che, in uno scenario ad alte emissioni, il tasso di perdita di ghiaccio potrebbe essere circa quattro volte quello sperimentato negli ultimi 12.000 anni”. Di qui la necessità di ridurre le emissioni di gas serra per abbattere il contributo che lo scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia darà all’innalzamento del livello degli oceani.

A supporto di queste previsioni, uno studio pubblicato il 15 marzo sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) ha stabilito che la fusione dei ghiacci si è già verificata almeno una volta nell’ultimo milione di anni. E questo confermerebbe che siamo vicini ad un “punto di non ritorno”.

A facilitare il lavoro dei ricercatori i carotaggi,  realizzati nel 1966, in piena guerra fredda, – poi congelati e trasferiti poi in un deposito a Copenaghen – da esperti americani che perforarono il ghiaccio nei pressi della base militare segreta di Camp Century. Ufficialmente, appunto, per ragioni di studio, ma in realtà con l’intento di trovare un modo per nascondere 600 missili nucleari agli occhi dei sovietici. 

 Nello studio si legge che la calotta della zona di Camp Century, oggi spessa più di un chilometro, un tempo aveva lasciato spazio ad una vegetazione simile a quella della tundra e forze anche ad alcuni alberi. In quella fase, la temperatura media globale era cresciuta di circa 2,5 gradi centigradi rispetto alla metà del diciannovesimo secolo. E il livello dei mari era di 10 metri più alto rispetto ad oggi.

Meno certo è che la Groenlandia si sia sciolta anche circa 400mila anni fa, in periodo in cui la temperatura era di 1,5-2 gradi superiore ai livelli pre-industriali. La calotta glaciale ha invece resistito circa 125mila anni fa, con una temperatura compresa tra 1 e 1,5 gradi. È proprio da queste constatazioni che gli scienziati hanno identificato il tipping point, il punto di non ritorno. Situato con ogni probabilità proprio tra 1,5 e 2,5 gradi.

Secondo quanto indicato al quotidiano Le Monde da Pierre-Hendi Blard, glaciologo francese dell’università della Lorena e coautore dello studio, “si tratta di un’osservazione empirica geologica che conferma l’importanza di limitare il riscaldamento globale antropico ad un massimo di 2 gradi, meglio 1,5 gradi, come previsto dall’Accordo di Parigi”. Soprattutto sapendo che, ad oltre 150 metri di profondità, la Corrente del Golfo sta rallentando, favorendo il riscaldamento delle acque.

La crisi climatica, evidentemente, non può essere un problema da sottovalutare in un Paese il cui territorio è ricoperto, per tutto l’anno, per l’80%, da ghiaccio che si scioglie a ritmo di circa 280 miliardi  tonnellate ogni 365 giorni. Ha certamente pro e contro: come ovvio, lo scioglimento dei ghiacciai minaccia gli stili di vita tradizionali della Groenlandia e della sua popolazione quasi interamente Inuit (nell’isola vive più di un terzo degli indigeni delle coste artiche che insieme agli Yupik sono noti anche come eschimesi), riducendo la stagione per i cacciatori che ci lavorano con le slitte trainate dai cani. Il riscaldamento delle acque, d’altro canto, comporta anche l’arrivo di nuove specie di pesci, apre nuove rotte e porta alla luce una gran quantità di minerali. A questo riguardo, Mikaa Mered, docente di Geopolitica e Geoeconomia dei mondi polari presso l’istituto ILERI di Parigi, ha evidenziato dalle pagine del giornale svizzero ‘Le Temps’: «Via via che la calotta glaciale si scioglie, nuove territori diventano accessibili. Quante siano le risorse che si potranno estrarre è ancora ignoto».

Inoltre, come se non bastasse, soprattutto negli ultimi decenni, lo scioglimento dei ghiacciai ha aperto e allargato le superfici percorribili lungo le rotte artiche durante tutto l’anno, facendo diminuire i tempi di navigazione. Inevitabilmente il cosiddetto ‘Passaggio a Nord-ovest’ è al centro degli interessi e delle rivalità tra le grandi potenze mondiali: gli Stati Uniti hanno costruito diverse stazioni meteorologiche e basi militari, tra cui quella di Thule, la più importante postazione militare a stelle e strisce nell’emisfero settentrionale dai tempi della Guerra Fredda, e vorrebbero edificare tre nuovi aeroporti. E poi c’è la Russia che già ne controlla una buona parte grazie alla sua geografia e che la settimana scorsa ha dato il via ad una serie di missioni combinate di tre sottomarini nucleari emersi tra i ghiacci polari a poche decine di metri l’uno dall’altro. Ed infine la Cina, che sfrutta queste rotte con sempre maggiore intensità, nella cornice delle cosiddette Vie della Seta polari.

Una questione di rilevanza primaria che stimola le rivendicazioni dei Paesi rivieraschi, già ai ferri corti per le abbondanti risorse energetiche sottomarine. Elemento non secondario, quest’ultimo, dato che alcuni studi hanno reso noto che le aree nei pressi dell’Oceano Artico contengono le più grandi riserve di petrolio e gas naturale al mondo non ancora sfruttate. 

Un mix che non fa altro che rinfocolare i sogni d’indipendenza tra i cittadini groenlandesi. Più di un esperto parla già di quasi-Stato groenlandese, ma va ricordato che la roadmap per l’indipendenza è stata tracciata dall’accordo del 2009 che prevede negoziati con Copenaghen, referendum popolare consultivo soltanto nell’isola per confermare l’accordo e poi il voto favorevole del Parlamento danese e di quello groenlandese. Seguendo questo sentiero, potrebbe vedersi conclusa in tempi rapidi l’era della colonizzazione danese iniziata nel 1721 quando arrivò in Groenlandia il missionario luterano Hans Egede per convertire al cristianesimo gli indigeni Inuit. Nel 1953, la Groenlandia fu integrata in Danimarca come contea danese, anche se con uno status leggermente diverso dagli altri. I groenlandesi ottennero così la loro uguaglianza formale come cittadini e il governo danese evitò di dover affrontare un accordo più complesso, come la regola interna che era stata concessa alle Isole Faroe nel 1948.

Va sottolineato, inoltre, che il protettorato semi-autonomo danese, a seguito del referendum del 2009, ha ottenuto la proprietà delle sue riserve minerarie insieme all’autogoverno – mentre la Danimarca si è tenuta la politica estera e di difesa – e da tempo auspica che, grazie alle ricchezze del sottosuolo, rese disponibili in quantità sempre maggiori dallo scioglimento dei ghiacci, possa essere la golden power per ottenere quell’autonomia economica necessaria per l’indipendenza visto che ancor oggi Nuuk, con un PIL di 3 miliardi di dollari, fatto soprattutto di pesca e turismo, dipende dai sussidi danesi annuali di circa 526 milioni di euro, circa un terzo del suo bilancio nazionale. A questo fine, l’isola, al centro di appetiti geopolitici, avrebbe buon gioco a diventare una sorta di vetrina per gli investimenti esteri, grazie anche alla maggior accessibilità e riduzione dei costi di trasporto: Jess Berthelsen, a capo della principale organizzazione sindacale groenlandese, il SIK, ha detto all’agenzia Reuters che “se non attiriamo capitali e creiamo nuovi posti di lavoro, non sono certo di quale sarà il futuro per il nostro Paese”. “La sfida per IA sarà quello di spiegare al mondo che la Groenlandia sia ancora aperta al business e una giurisdizione mineraria attrattiva”, ha rimarcato Dwayne Menezes, direttore del think tank londinese Polar Research and Policy Initiative.

Ora che il partito IA ha prevalso alle urne, grazie alla promessa durante la campagna di arrestare le attività delle compagnie minerarie, è lecito presupporre che le decisioni che il nuovo governo prendere in merito ai progetti di estrazione delle terre rare saranno decisiv non solo per lo sviluppo economico della Groenlandia, ma anche per gli equilibri della catena del valore delle terre rare di cui la Cina detiene un forte controllo, minacciando gli Stati Uniti che potrebbero rilanciare offrendo nuovi investimenti al governo di Nuuk.

A questo punto, però. nella ‘democrazia dei ghiacci’, per avere la maggioranza occorrono 16 dei 31 seggi dell’assemblea legislativa. Sulla scorta di questo dato si stanno avviando le consultazioni per formare un esecutivo di coalizione. Senza una maggioranza assoluta, lo scenario più probabile è ora che gli ambientalisti si alleino con uno o due piccoli partiti per formare una coalizione di governo piuttosto che con l’ex alleato di governo Simiut. Il leader 34enne Mute Egede ha già annunciato che inizierà subito i colloqui con le altre formazioni. “La gente ha parlato”, ha scritto in un post su Facebook. “La vostra fiducia ci darà una grande responsabilità”. tua fiducia ci impegna in una grande responsabilità che ci sforzeremo di soddisfare”, ha aggiunto. Se sarà confermato capo del governo sarà il più giovane primo ministro al mondo, se pure di un territorio autonomo.

Egede ha rifiutato di dire a quale partito si sarebbe avvicinato come possibile partner di coalizione, sebbene Naleraq, un partito nazionalista che controllerà quattro seggi, si sia preparato durante la campagna come potenziale kingmaker.

Naleraq pende bene a destra di IA, ma si oppone anche alla miniera Kuannersuit. E, parlando con i media danesi mercoledì mattina, Aaja Chemnitz Larsen, un membro dell’IA che rappresenta la Groenlandia nell’assemblea nazionale danese, ha confermato che Naleraq era un potenziale partner della coalizione, nonostante le due parti non vedessero faccia a faccia su una serie di problemi.

Se l’AI si rivelasse incapace di formare una coalizione, Siumut, in qualità di secondo maggior numero di votanti, avrà l’opportunità di vedere se può farlo. Mentre Siumut ha aggiunto voti e mantenuto i suoi 10 seggi, il risultato delle elezioni, peraltro, non è riuscito a risolvere una lotta di potere emersa all’interno del partito a novembre, quando il premier uscente Kim Kielsen è stato estromesso dalla presidenza del partito.

Kielsen ha ottenuto quasi il doppio dei voti del suo rivale, Erik Jensen, il nuovo Presidente del partito. Jensen aveva gareggiato per la premier come capo di Siumut, ma Kielsen aveva sostenuto per tutta la campagna che ha continuato a rappresentare il partito e che, se avesse guadagnato più voti, avrebbe dovuto guidare il partito nei negoziati con altri partiti su una nuova coalizione.

Ciò nonostante, le elezioni hanno premiato gli ambientalisti dell’IA e toccherà a questi ultimi provare a trovare soluzioni efficaci a problemi cruciali per la Groenlandia, ma anche per il mondo intero: la ‘sinistra’ internazionale si prepari.

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