lunedì, Maggio 16

Greta Gila, accusata di essere ‘Miss Cocaina’: tre mesi in carcere, ma è stato un errore Ogni anno tremila innocenti in carcere. Essere risarciti per ingiusta detenzione è un calvario

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Come al solito… L’accusa è pesante: traffico internazionale di droga. Mica uno spinelli, un bel carico di cocaina. Da Londra, via Roma, fino a Tokio. Greta Gila, 24 anni, candidata a miss Ungheria 2018 si ritrova le manette ai polsi, arresto immediato, traduzione in carcere. C’è da discuterne? Si sa che in quell’ambiente di “roba” ne gira… Si sa. Come al solito. No, invece. Come al solito, la storia è diversa da come viene “sparata”. Però Greta deve aspettare tre mesi. Chiusa in quella cella dove l’hanno sbattuta. Come al solito, scagionata; innocente. Niente cocaina. Niente “traffico”. Un errore. Un equivoco. Che si consuma nel marzo del 2019. Si aggiungano i tre mesi di “attesa” prima della scarcerazione: si arriva a giugno. Greta chiede per l’ingiusta detenzione centomila euro come risarcimento. Si può sapere per quale motivo si deve arrivare al 22 febbraio 2022 per sapere se ne ha diritto o meno? Perché quel giorno la quarta sezione della Corte d’Appello deciderà se e come risarcire Greta.

  Forse centomila euro saranno pure pochi. L’avvocato della ragazza sostiene che Greta è vittima di un vero e proprio trauma, e che per questo è stata costretta a cambiare mestiere: La carriera non è più decollata, Greta ha ora paura di viaggiare. Timore causato dalla situazione che ha vissuto. Aveva sempre viaggiato senza problemi per fare la modella ma ora è una ragazza che vive nel terrore che si possa creare nuovamente un equivoco di questo genere. Gila ha rinunciato a questa carriera e ora fa la pittrice. E’ stata una sua scelta. Non se la sente più di entrare in contatto con persone che non conosce bene“.

  Come al solito storie come questo fanno “notizia” (quando la fanno) per qualche giorno, un paio di colonne su un quotidiano; una manciata di secondi al telegiornale, poi si passa ad altro. Come se fossero vicende irritanti e fastidiose, da trattare con cautela e liberarsene in fretta… E però se ci si dà pena di grattare un momento la “superficie”, altro che storie alla Greta, che vengono fuori.

  La cifra lascia basiti, ma come al solito ci si limita a registrarla come cosa “normale”: quasi il 64 per cento dei procedimenti che escono dalle Procure dopo la fine delle indagini preliminari non va a giudizio: viene archiviato. Quel 64 per cento corrisponde a circa 430mila fascicoli. Dati ufficiali, forniti dal primo presidente della Cassazione, Pietro Curzio, durante l’inaugurazione del nuovo anno giudiziario. E non finisce qui. Ci sono poi le assoluzioni in primo grado: 46 per cento circa.

  Piercamillo Davigo, magistrato ora in pensione, nel febbraio 2019 si era dato una spiegazione: In buona parte non si tratta di innocenti, ma di colpevoli che l’hanno fatta franca. Di norma le prove raccolte nelle indagini non valgono in dibattimento. Ciò allontana il giudice dalla verità. Per non dire dell’appello, dove buona parte delle assoluzioni dipende dalla difficoltà di conoscere a fondo il processo”. Così Davigo, alloraconsigliere del Consiglio Superiore della Magistratura, sollecitato da “La Stampa”, aveva spiegato perché ci sono, per ingiusta detenzione, oltre un migliaio di indennizzi l’anno (tre al giorno, domeniche e altre feste comprese).

   Affermazione che all’epoca fece scalpore; ma nei fatti, non è cambiato nulla. Sono suonate come scudisciate, le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso rivolto al Parlamento, dopo il giuramento per il suo secondo incarico: “I cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia e l’Ordine giudiziario“.

   Attualmente, la situazione è questa: superano il milione l’anno i procedimenti iscritti nelle Procure e altrettanti sono avviati in Tribunale, ma la grande maggioranza rischia di “inutilmente” impegnare gli uffici e gravare su chi è sottoposto a processo. Per una quota rilevante di notizie di reato, è proprio il Pubblico Ministero a chiedere l’archiviazione, che in genere viene in genere accolta: nel 2020-2021 sono stati emessi circa 430mila decreti di archiviazione su disposizione dell‘ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari e del Giudice per l’Udienza Preliminare; per contro, i rinvii al giudice del dibattimento sono stati circa 81mila.

  Di questi, poi rileva Curzio, è alta la percentuale di assoluzioni: reati più diffusi e che di regola toccano più da vicino il cittadino“. Nell’ultimo anno giudiziario, il 54,8 per cento dei processi definiti nel giudizio ordinario si è concluso con un’assoluzione.  

   Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, fondatori di “Errorigiudiziari.com”, un’associazione che da anni cerca di sensibilizzare sul tema dell’ingiusta detenzione rendono nota una statistica degli errori giudiziari e delle somme erogate dal ministero dell’Economia a titolo di risarcimento. Dagli ultimi dati disponibili, emerge un progressivo aumento della spesa pubblica per i casi di errori giudiziari per ingiusta detenzione, passata da 38 a 48 milioni di euro.

  “Ufficialmente” sono mille l’anno i casi di persone arrestate ingiustamente, ma il vero numero è dieci volte di più. L’ex vice-ministro della Giustizia Enrico Costa spiega che il 90 per cento delle ingiuste detenzioni non viene risarcito dallo Stato sulla base del presupposto che l’arrestato ha “contribuito” colposamente all’errore del giudice, avvalendosi, ad esempio, della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio. Una facoltà prevista del codice“. Per poter fare domanda di risarcimento, poi, serve una sentenza definitiva di assoluzione. Se il reato si è prescritto prima, come capita spessissimo, il periodo trascorso in custodia cautelare è destinato a finire a tarallucci e vino. La normativa, con questi paletti stringenti, è fatta apposta per scoraggiare la richiesta dei risarcimenti ed evitare spese aggiuntive per lo Stato. Ogni giorno dietro le sbarre viene risarcito con 250 euro.

   Caso da manuale: Raffaele Sollecito, assolto dall’accusa di omicidio di Meredith, non ha mai preso un euro per i quattro anni trascorsi agli arresti. Fino al 2017, inoltre, non esisteva una norma che obbligasse l’esecutivo a indicare il numero di persone sottoposte al carcere preventivo, quindi senza alcuna sentenza di condanna. Solo con la riforma delle misure cautelari del 2017, si è previsto che nella relazione che il governo deve presentare annualmente al Parlamento sull’applicazione delle misure cautelari personali, si dia conto dei dati relativi alle sentenze di riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione pronunciate nell’anno precedente, “con specificazione delle ragioni di accoglimento delle domande e dell’entità delle riparazioni, nonché i dati relativi al numero di procedimenti disciplinari iniziati nei riguardi dei magistrati per le accertate ingiuste detenzioni, con indicazione dell’esito, ove conclusi“. I dati, comunque, ad oggi “sono incompleti“, prosegue ancora Costa. E quanti sono, infine, i magistrati chiamati a risarcire i propri errori? Dal 2010 al 2021 ci sono state solo otto condanne, con un solo magistrato chiamato a mettere mano al portafoglio. Cifra? 10mila euro. Come al solito, vien da dire.

  Ad ogni modo, tra il 1992 e il 2020 sono state risarcite 29.452 persone per un totale che sfiora i 795 milioni di euro, una media di 27 milioni di euro all’anno. Grazie a “Errorigiudiziari.com” sappiamo che i maggiori “errori” giudiziari si consumano a Napoli; vengono poi Reggio Calabria e Roma:rispettivamente con 101, 90 e 77 casi di detenzioni sbagliate; e ancora: Bari (68), Catanzaro (66), Palermo (46), Lecce (39), Milano (39), Catania (37) e Venezia (23).

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