giovedì, Ottobre 21

'Green Act' dove sei? field_506ffbaa4a8d4

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Se ne parla sempre e da sempre. L’innalzamento della temperatura, lo sfruttamento (in molti casi) imparziale delle risorse, la mancanza di politiche ambientali basate sull’utilizzo di energie alternative, sta portando al collasso dell’ecosistema, il nostro. Se ne sta parlando  da giorni anche al summit mondiale della Cop21, tutti i Grandi sono concordi nell’agire verso un’unica direzione, purtroppo quello che non viene messo sul piatto sono gli interessi.

Noi aspettiamo da quasi un anno il famoso Green Act. Il Ministro Galletti è da marzo scorso che ne proclama la prossima stesura e non solo. Purtroppo non si  è ancora vista la nascita di questo documento che dovrebbe dettare le linee guida di politiche nazionali ambientali. Però lo scorso 4 dicembre con 156 sì, 85 no e 14 astenuti il Senato ha approvato il ddl recante “disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali”. Meglio di niente, da qualche parte si dovrà pur iniziare. Anche se un collegato ambientale non è proprio il testo che aspettavamo.

Non credo negli slogan del il Green Act o nel nuovo Collegato Ambientale”. Stefano Maglia, professore in Diritto ambientale presso la facoltà di Scienze ambientali dell’Università di Parma e Presidente Nazionale di AssIEA, è piuttosto scettico. Il problema è che quando parliamo di politiche ambientali, il più delle volte non abbiamo una visione a 360°. “Anche il tema delle energie rinnovabili lo dobbiamo affrontare con grande attenzione”, continua il prof. Maglia, “nel senso che l’Italia è uno dei Paesi europei che in questi ultimi anni ha maggiormente investito nelle energie rinnovabili. Gli investimenti sono stati fatti. Questo tema è fondamentale da sottolineare. Purtroppo c’è ancora chi propone il ritorno al nucleare. Noi abbiamo delle enormi possibilità, tra sole, vento. In questi ultimi anni abbiamo puntato tantissimo sui pannelli fotovoltaici. Anche in questo caso bisogna fare una valutazione costi benefici”.

Il fatto è che gli incentivi sono stati dati, però come al solito è mancata una politica a tutto tondo da parte del Governo. “Quanti terreni sono stati ricoperti da questi pannelli? E oltretutto non si sa nemmeno dove andarli a smaltire, con i costi che sono stati accumulati dai cittadini che stanno pagando nelle bollette. In compenso sull’eolico non stiamo facendo niente, anche perché appena si cerca di installare le pale tutti sono contro. Non c’è una politica in questo senso. E’ un ragionamento complesso, ho l’idea che sia tutto fermo, dalla Cop21 non uscirà nulla, perché la situazione mondiale è ancora peggiore rispetto a  quella di Kyoto, l’ho sottolineato più volte”.

Dello stesso parere è Giorgio Assennato, presidente ARPA Puglia.  “Oggettivamente l’Italia non ha mai avuto un buon rapporto con il tema delle Politiche Ambientali. Se guardiamo le politiche dei Governi degli ultimi venti anni, tranne i pochi anni in cui c’era Ronchi al Ministero dell’Ambiente, non ci sono state iniziative  importanti se non il testo Unico che comunque rimane un punto di riferimento. Purtroppo in Italia esiste una grave carenza di politiche in senso gestionale. Pensiamo al cattivo uso che viene fatto, a livello centrale e periferico, della valutazione ambientale strategica che è considerata una sorta di burocratica scocciatura. Recentemente mi sono dovuto impuntare, contro il parer delle Istituzioni, per imporre all’assoggettabilità della valutazione di impatto ambientale la costruzione di due nuovi ospedali, di cui uno molto grande. Parliamo di una struttura che avrà un impatto sull’ambiente, e bisogna valutarne le conseguenze. In Italia queste azioni vengono viste come una burocratica tempo di tempo. Al contrario serve per evitare che sorgano problemi”.

“Per quanto riguarda il Green Act, ho letto un documento di Lega Ambiente (Il ‘Green Act’ che serve all’Italia) che mi ha convinto, e spero che questo venga considerato opportunamente in tutte le tematiche che sono analiticamente affrontate. Come Direttore dell’ARPA spero, ma non confido, sul fatto che venga rapidamente approvato dal Senato il DL di legge Realacci-Bracci, già approvato alla Camera, ma che giace da mesi al Senato in attesa dei tempi di approvazione. Riguarda il funzionamento delle ARPA e ISPRA che sancirebbe la creazione del sistema nazionale di protezione ambientale, dei livelli essenziali di protezione e tutela ambientale da rispettare su tutti territorio nazionale e l’obbligatorietà dei pareri dell’ARPA. Fino ad ora non sono sanciti in tutti i provvedimenti. Purtroppo non sono molto ottimista rispetto a questo. Sarebbe opportuno, nel ‘Green Act’, definire le basi di un piano ambientale strategico nazionale che definisca strategie di sviluppo. Nella nostra Regione si potrebbe iniziare ad attivare una  policy di progressiva decarbonizzazione, ovviamente è giusto che sia definito all’interno di un piano nazionale strategico sull’ambiente e sull’energia, perché non può essere affidata ad una singola Regione. Bisogna mettere in campo queste politiche, altrimenti risulterà difficile riuscire a rispettare gli accordi di Cop21”.

Eppure siamo rimasti in pochi a non credere (realmente) in un cambiamento. “Si, è così. Lo sfruttamento del territorio si può vedere da due punti di vista. Noi lo stiamo sfruttando ma nel senso che lo stiamo sfruttando male. Ad esempio tutta la situazione inerente ai disastri idrogeologici, l’ultima legge razionale sul dissesto idrogeologico è del 1939, bisogna rifletterci sopra.  Sono abbastanza sfiduciato” , sottolinea Stefano Maglia. L’unica cosa che l’Italia sta facendo, dal punto di vista ambientale, è proprio sulle energie rinnovabili, ma dall’altro lato, purtroppo, siamo ancora schiavi dal carbone. Non bisogna fossilizzarsi su una singola tipologia di qualità di gestione ambientale. Faccio un esempio: i rifiuti noi li consideriamo come un problema, c’è il mito della raccolta differenziata, siccome la legislazione europea prevede che bisogna consumarne di meno, ha dato degli incentivi per quanto riguarda delle forme di riuso di materiali per non renderli rifiuti, a noi questo ci entra da un orecchio e ci esce dall’altro. Noi ci riempiamo la bocca di teorie. Io non vedo una politica ambientale italiana dai tempi di Diego Ronchi”.

Quindi tra utilities e rispetto chi vince? “Il problema è che siamo passivi nei confronti delle politiche e gli appetiti delle multinazionali delle utilities energetiche”, conclude il professor Assennato. Queste ovviamente seguono i loro interessi. A fronte di questo, una Nazione come la nostra, dovrebbe opporre un piano strategico nazionale che induca i gestori energetici a restare nei limiti di una programmazione nazionale. Se non viene fatto risulta difficile per il Governo opporsi razionalmente alle proposte dei gestori energetici. Ecco esche serve questo ‘Green Act’. Spesso in Italia le leggi ci sono ma mancano i provvedimenti esecutivi e regolamenti e le leggi non si traducono in realtà”.

 

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