martedì, Settembre 21

Grecia, nuove scissioni da Syriza field_506ffbaa4a8d4

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Si terrà il mese prossimo a New York, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, un nuovo incontro sull’accordo sul programma nucleare iraniano al quale parteciperanno i vice Ministri degli Esteri di Teheran e dei Paesi del gruppo 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Gb e Germania). Lo ha annunciato nel corso di una conferenza stampa la portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Marzieh Afkham. La portavoce ha sottolineato che la data dell’incontro non è ancora stata definita, aggiungendo tuttavia che se l’accordo sarà ratificato dal Congresso Usa e dal Parlamento iraniano prima della nuova riunione, l’incontro sarà a livello di ministri degli Esteri. L’intesa sul programma nucleare di Teheran è stata raggiunta il 14 luglio a Vienna.
Intanto il capo dell’agenzia atomica iraniana, Ali Akbar Salehi, ha cominciato oggi una visita in Cina, in cui si parlerà anche dell’assistenza tecnica di Pechino per la riprogettazione e ricostruzione del reattore di Arak prevista nell’accordo sul nucleare iraniano chiuso il 14 luglio scorso tra l’Iran e le potenze del 5+1. Lo riferiscono vari media iraniani. L’accordo prevede tra l’altro che Teheran modernizzi il reattore di ricerca ad acqua pesante, in base ad una progettazione concordata e realizzata con una partnership internazionale che coinvolga le sei potenze ed eventualmente altri Paesi.
Ma dall’Iran giungono notizie anche per quanto riguarda la lotta allo Stato Islamico. Le forze di sicurezza di Teheran hanno arrestato oggi alcuni sospetti terroristi affiliati all’IS che si erano infiltrati nella Repubblica islamica per eseguire un attentato. Lo ha riferito il Ministro dell’Intelligence di Teheran, Mahmoud Alavi. Secondo il ministro, l’IS voleva colpire cinque Paesi della regione, incluso l’Iran, ma «le forze di sicurezza della Repubblica islamica sono riuscite a identificare e arrestare i terroristi», consegnandoli alla giustizia. Alavi ha quindi sottolineato che nell’operazione, condotta nel sud del paese, sono state sequestrate grandi quantità di esplosivo.

Stato Islamico che nel frattempo si vede messo sotto pressione in Iraq sia dal Governo di Baghdad che dai peshmerga curdi. E’ di 14 militanti uccisi il bilancio di un raid aereo condotto dalle forze armate irachene a Samarra, secondo quanto riferisce un comunicato dell’esercito. Da giorni l’area nei dintorni di Samarra, storica città irachena nel governatorato di Baghdad, si sono intensificati gli scontri fra le forze di sicurezza e i militanti jihadisti.
A nord, le milizie curde hanno lanciato oggi un’offensiva nel governatorato di Kirkuk, a sud del Kurdistan iracheno, per riprendere il controllo di diverse città ora sotto il controllo del sedicente Califfato. All’offensiva partecipa anche la Coalizione internazionale anti-IS che fornisce supporto aereo. Kirkuk è situata a soli 80 chilometri a sud di Erbil, nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, e a circa 130 chilometri a sud est di Mosul, roccaforte dell’Isis, teatro ormai da oltre un anno di combattimenti fra terroristi islamici e forze di sicurezza irachene, compresi i peshmerga curdi.

Restando in tema antiterrorismo, è di oggi l’annuncio che il prossimo 11 settembre (scelta forse non casuale) un comitato di esperti in tema di sicurezza dei trasporti si riunirà a Bruxelles per discutere sulle nuove misure di prevenzione da adottare nelle stazioni ferroviarie del Vecchio continente. Nelle grandi stazioni potrebbero presto comparire metal detector per i bagagli e scanner ‘total body’ agli ingressi dei binari per i treni ad alta velocità e su lunghe distanze, oltre a telecamere nei singoli vagoni. In altri termini, come l’11 settembre (quello storico) trasformò in una sorta di ‘via crucis’ i controlli preimbarco negli aeroporti di tutto il mondo, così lo sventato attentato del 21 agosto sul treno Amsterdam-Parigi, potrebbe fare altrettanto per il trasporto ferroviario. L’obiettivo finale sarà, in sintesi, decidere se trattare i treni esattamente come gli aerei, anche se i primi non si possono dirottare né far schiantare contro palazzi. Dopo gli ‘sherpa’ la parola passera ai ministri dei Trasporti dei Ventotto che si riuniranno ad ottobre. L’ultima parola spetterà poi ai singoli governi e al Parlamento di Strasburgo.
E a proposito di 11 settembre, una notizia ci riporta con la mente a quel giorno. Marcy Borders, la donna afroamericana che sopravvisse al crollo delle Torri gemelle e fu ripresa da un fotografo ricoperta da testa a piedi da quella sottile polvere grigiastra che quel giorno invase le strade di Manhattan, è morta di tumore allo stomaco a 42 anni. Una malattia innescata proprio dalle conseguenze di quella tragedia, che le ha riempito il corpo di tossine. La foto che l’avrebbero fatta passare alla storia fu scelta dalla ‘Time‘ tra le 25 immagini più potenti di sempre.

Dalle immagini dell’11 settembre passiamo idealmente all’Afghanistan, dove i talebani hanno conquistato la notte scorsa il distretto di Musa Qala nella provincia meridionale afghana di Helmand. Lo hanno reso noto fonti dell’amministrazione locale. Il capo di questo distretto, Mohammad Sharif Khan, ha confermato di essere stato costretto ad abbandonare la sua sede a seguito di pesanti scontri fra le forze di sicurezza e gli insorti, e di essersi spostato ad una certa distanza dalla città. Khan ha detto che le forze di sicurezza hanno opposto una strenua resistenza all’offensiva dei talebani ma che quando hanno finito le munizioni e le riserve di cibo hanno dovuto ritirarsi lasciando il campo libero al nemico. Musa Qala è uno dei distretti del sud afghano in cui dall’inizio dell’intervento della coalizione internazionale in Afghanistan nel 2001 i talebani hanno realizzato attacchi contro i militari stranieri e le forze di sicurezza locali.
Intanto, in un compound nella provincia di Helmand due soldati stranieri, la cui nazionalità non è stata rivelata, sono rimasti uccisi da due uomini con indosso la divisa dell’esercito afghano. I due assalitori sono poi stati uccisi dai militari della coalizione. Questo tipo di incidenti, conosciuti in Afghanistan con la definizione ‘green on blue’ (dal colore delle uniformi afghane e della Nato) si sono ripetuti spesso in passato e solitamente vengono attribuiti a militanti talebani infiltratisi nei ranghi delle forze di sicurezza.

Restando in Asia, in una telefonata di 40 minuti fra i due leader, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama si è scusato con il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe, per una vicenda di spionaggio rivelata da Wikileaks. Lo ha riferito il Segretario capo di gabinetto giapponese, Yoshihide Suga.
Abe, spesso criticato per essere troppo filoamericano, ha chiesto a Obama di prendere misure appropriate in risposta alle accuse emerse e i due leader hanno concordato di continuare a discutere della questione. Wikileaks ha pubblicato in luglio un documento riservato della National Security Agency Americana con la lista di 35 obiettivi nipponici da spiare. Fra questi figuravano l’Ufficio del gabinetto giapponese, i ministeri delle Finanze e del Commercio oltre a importanti società nipponiche.
Il Presidente americano, Barack Obama, ha espresso rammarico al Premier giapponese, Shinzo Abe, per «i problemi causati» dalla diffusione dei report da parte di Wikileaks sulle attività di spionaggio della Nsa a carico di alti funzionari governativi e società giapponesi. Lo ha riferito il portavoce dell’esecutivo nipponico Yoshihide Suga. Abe, ha aggiunto Suga, ha chiesto a Obama di fare chiarezza sulla vicenda, in considerazione del fatto che «se vera, la vicenda potrebbe scuotere il rapporto di reciproca fiducia». Obama ha osservato che gli Stati Uniti stanno procedendo con le azioni appropriate in base alla direttiva presidenziale del 2014 sulla raccolta dei dati di intelligence. E che gli Usa, allo stato, non intendono prendere iniziative che possano danneggiare la fiducia tra i Paesi alleati.
All’inizio del mese, Wikileaks ha pubblicato il corposo file Target Tokyo’, nuovi documenti tra cui quattro rapporti della National Security Agency, con marchio ‘top secret’, su discussioni relative a commercio internazionale e cambi climatici, avendo per bersaglio lo stesso Premier Abe. Il sito fondato da Julian Assange ha fornito una lista di 35, obiettivi ‘sensibili’ nel mirino della Nsa, tra cui l’ufficio di Gabinetto, la Bank of Japan, i ministeri di Finanze e Commercio e dirigenti di colossi del trading, come Mitsubishi e Mitsui. Lo spionaggio risale almeno alla fase del primo governo Abe, dal settembre 2006 al settembre 2007, mirate a raccogliere elementi sulle discussioni interne relative a problemi come scambi internazionali e politiche sul cambiamento climatico. A stretto giro dalla diffusione dei file, il Giappone aveva chiesto lumi agli Usa e Abe aveva parlato della questione in un colloquio telefonico con il vicepresidente, Joe Biden.
Su altre questioni di reciproco interesse, Abe e Obama, ha aggiunto Suga sui contenuti del colloquio telefonico, hanno accolto positivamente l’accordo tra le due Coree per placare le tensioni nella penisola, assicurando la stretta cooperazione su missili e armi nucleari su cui lavora Pyongyang.
I due leader, sempre nel resoconto di Suga, hanno espresso preoccupazione per le turbolenze dell’economia globale, partite dai timori sulla tenuta della Cina, e concordato su una rapida chiusura del Trans-Pacific Partnership (Tpp), il trattato di libero scambio a 12 Paesi sotto la guida Usa che comprende il Giappone, il cui negoziato arranca.
Obama ha manifestato apprezzamento per la dichiarazione di Abe del 15 agosto, per i 70 anni della fine della Seconda Guerra Mondiale, che accoglie le scuse del passato del Giappone sulla responsabilità delle sue azioni in tempo di guerra e invita i Paesi vicini, Cina e Corea del Sud in testa, a guardare al futuro.

Spostandoci sulla terraferma, le forze armate della Corea del Sud hanno ridotto il loro livello di allerta al confine con il Nord, dopo l’intesa raggiunta ieri fra alti esponenti di Seul e Pyongyang. «La massima allerta per le unità militari di prima linea è stata abbassata», ha riferito l’agenzia stampa sudcoreana Yonhap, citando fonti militari. I soldati dispiegati al confine manterranno comunque un livello di allerta superiore al normale, ha precisato la fonte.
Con l’intesa raggiunta ieri, la Corea del Nord ha messo fine al ‘quasi stato di guerra’, mentre il Sud ha interrotto la propaganda diffusa  con gli altoparlanti verso il Nord. La nuova impennata di tensione fra i due stati, che hanno soltanto firmato un armistizio alla fine della guerra del 1950-53, era iniziata ai primi di agosto, quando due soldati del Sud sono rimasti feriti dallo scoppio di mine attribuite al Nord.

A proposito di confini, aumenta la tensione fra Colombia e Venezuela, dopo che il Presidente Nicolas Maduro ha deciso la chiusura della frontiera fra i due Paesi e l’espulsione di oltre mille colombiani, definita ‘inaccettabile’ dal suo omologo di Bogotà, Juan Manuel Santos.
Maduro, da parte sua, ha replicato poche ore dopo che i media colombiani «mentono spudoratamente ogni giorno sulla situazione alla frontiera», annunciando che la Ministra degli Esteri di Bogotà, Maria Angela Holguin, dovrà accettare le «dure verità» sulla crisi che le saranno illustrate oggi dalla sua collega venezuelana, Delcy Rodriguez, in un incontro che si terrà a Cartagena de Indias.

Infine, in Brasile il faccendiere Alberto Youssef, uno dei principali pentiti nell’operazione Lava Jato (Autolavaggio), l’inchiesta sullo schema di tangenti all’interno di Petrobras, ha detto che la Presidente brasiliana Dilma Rousseff e il suo predecessore Luiz Inacio Lula da Silva (che governò dal 2003 al 2010), erano a conoscenza delle irregolarità riguardanti la statale del petrolio. Yousseff ha parlato in serata, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta aperta sul caso a Brasilia, durante un confronto tra lui e l’ex direttore di Petrobras, Paulo Roberto Costa, attualmente agli arresti per corruzione e a sua volta divenuto collaboratore di giustizia.
Rousseff ha sempre negato di sapere che dentro Petrobras circolassero mazzette. Nei mesi scorsi Lula aveva invece definito Yousseff un «bandito» che attacca e «calunnia senza prove». Ma la posizione della presidente si fa sempre più delicata.

 

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