mercoledì, 1 Febbraio
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Grecia, attese per stasera le dimissioni Tsipras

Per il regime del Generale Sisi, a capo dell’Egitto dal 2013 dopo aver spodestato il predecessore Muhammad Morsi esponente dei Fratelli musulmani, l’unica soluzione per contrastare l’Isis è la forza e la stretta legislativa in nome della ‘lotta al terrorismo’. Solo qualche giorno fa un decreto presidenziale aveva fatto entrare in vigore la nuova e controversa legge antiterrorismo, che limita fortemente le libertà individuali e che assomiglia molto alle leggi speciali a lungo applicate nell’Egitto dei poteri militari succedutisi dal 1952 a oggi. Il Governo giustifica queste misure come risposta all’incremento di attentati compiuti nel Sinai e in altre regioni del Paese dall’inizio del 2014. Osservatori locali dubitano però che un problema radicato nelle difficoltà sociali ed economiche della società possa essere risolto solo col pugno di ferro. E suggeriscono l’avvio di politiche locali che migliorino le condizioni di vita delle popolazioni più esposte al richiamo jihadista.
In un primo momento, un gruppo black bloc egiziano aveva rivendicato l’atto sulla sua pagina Facebook, aprendo la strada all’ipotesi di un nuovo attore sulla scena del terrore al Cairo.

Tensione alta anche in Tunisia, dove nel tardo pomeriggio di ieri tre poliziotti, in atto di recarsi al lavoro, sono stati oggetto di colpi di fucile da caccia calibro 16 sparati da due uomini a bordo di una grossa motocicletta nei pressi del ponte dopo l’incrocio della strada che porta a Msaken, a 7 chilometri da Sousse. Uno di loro è deceduto durante il trasporto all’ospedale, gli altri due non sono stati colpiti. Una gigantesca caccia all’uomo è ancora in corso da parte delle forze dell’ordine in tutta la zona. Mentre i media locali parlano apertamente di attacco terroristico, nessuna conferma in tal senso è ancora arrivata dalle autorità.
La Tunisia torna dunque ad aver paura di altri attacchi terroristici dopo le stragi del museo del Bardo del marzo scorso, e a inizio estate, proprio a Sousse, teatro dell’attacco all’Hotel Imperial Marhaba che lo scorso 26 giugno fece 38 morti. E sempre a Sousse, un mese dopo (25 luglio), una pattuglia delle forze dell’ordine, di servizio all’entrata della città (Zaouiet Sousse), intorno alle 06.30 del mattino, è stata fatta oggetto di colpi di fucile, da parte di due individui in moto, poi datisi alla fuga, e il tutto terminò con il ferimento di un luogotenente della polizia. I due fuggitivi non sono mai stati trovati.
Per il segretario al Ministero dell’Interno tunisino, Rafik Chelly, resort turistici, istituzioni governative, caserme di polizia e forze di sicurezza, rappresentanze diplomatiche, centri commerciali e carceri sono tutti possibili obiettivi terroristici. Chelly ha precisato che in questi mesi vi sono stati diversi tentativi di attacchi, prontamente sventati dalle forze di polizia. Secondo il funzionario del Governo, fra gli obiettivi vi sarebbero anche i centri penitenziari, dove sarebbero avvenuti alcuni tentativi di evasione. La situazione descritta da Chelly rappresenta il quadro delle preoccupazioni del governo tunisino, che teme nuovi attacchi in concomitanza con il deterioramento della crisi in Libia.

Oggi si è appreso che gli attacchi terroristici che hanno colpito la Tunisia negli ultimi mesi hanno avuto ripercussioni anche sull’andamento dell’economia locale. Nel secondo trimestre del 2015 il Prodotto interno lordo tunisino è cresciuto dello 0,7% rispetto allo stesso periodo del 2014, meno del previsto e meno del +1,7% messo a segno nei primi tre mesi dell’anno, certificano dati ufficiali. L’industria del turismo, una delle principali voci dell’economia locale, tanto da contribuire al 7% alla formazione del Pil tunisino, ha subito una drastica riduzione dopo l’attacco terroristico alla città di Sousse, in linea con quanto accaduto con l’attentato di marzo al museo di Bardo. Il Governo di Tunisi ha già tagliato dello 0,5% le proprie previsioni di crescita del Pil per l’intero 2015, inizialmente stimato in un +3%, e a fronte di un incremento del 2,3% conseguito nello scorso anno. Il Governo, inoltre, prevede di chiudere il 2015 con un deficit di bilancio pari al 5% del Pil nazionale, contro il 5,8% registrato nel 2014.

Intanto, nella regione montuosa tra Khanchela e Tebessa, vicino al confine con la Tunisia, alcune unità delle forze armate algerine impegnate in un’operazione antiterrorismo hanno disinnescato decine di mine antiuomo e sequestrato munizioni e armi. Da settimane gli uomini dell’Esercito algerino stanno svolgendo una grande grande operazione per scovare i terroristi nella regione. Nell’ambito di quest’azione lo scorso 17 agosto l’esercito ha bloccato un gruppo di 40 terroristi legati ad Al Qaeda nel Maghreb (Aqmi), fra cui, sostengono alcune fonti, il leader Abdelmalek Droukdel alias Abou Mosaab Abdel Woudoud.

Nella vicina Libia, le forze armate, con l’aiuto di alcune milizie dei giovani di Bengasi, stanno cercando di respingere gli attacchi condotti dallo Stato Islamico nel distretto di al Sabri, controllato dalle forze fedeli al governo di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale. Negli scontri avvenuti durante la settimana, almeno sette militari sono rimasti uccisi, mentre diversi civili sono rimasti feriti durante i bombardamenti lanciati dai terroristi nell’area di Laithi nel centro del distretto. Gli attacchi condotti dal gruppo terrorista sarebbero una tattica per creare un diversivo per l’esercito che al momento non dispone di uomini e mezzi per affrontare sia gli attacchi dell’Is che quelli delle milizie islamiste.
A fine luglio le forze di sicurezza libica hanno conquistato parte del distretto di al Sabri conquistando una serie di punti strategici per combattere le milizie islamiste del Consiglio della Shura dei rivoluzionari di Bengasi. Dopo gli attacchi dello Stato islamico a Sirte costati decine di morti il governo di Tobruk ha chiesto una riunione straordinaria della Lega araba, avvenuto lo scorso 18 agosto al Cairo nella quale ha chiesto esplicitamente agli stati arabi armi a per contrastare l’espansione dello Stato islamico nel paese. Il Ministro degli Esteri libico, Mohammed al Dairi, ha avvertito che il Governo non dispone dei mezzi in grado di combattere efficacemente lo Stato islamico, organizzazione che secondo il ministro sta cercando di stabilirsi in pianta stabile nell’ex Jamahiriya del defunto colonnello Muhammar Gheddafi, dove i jihadisti non sono costretti a subire gli attacchi aerei della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti in Siria e in Iraq. Il ministro libico ha aggiunto che i negoziati mediati dalle Nazioni Unite per formare un governo di concordia nazionale in Libia non dovrebbero essere di ‘ostacolo’ alla lotta contro le milizie che fanno riferimento al sedicente califfato.

In seguito al quadro descritto da al Dairi, il capo della Lega Araba, Nabil Elaraby, ha esortato i Paesi membri dell’organizzazione panaraba a rispondere ‘prontamente’ ed ‘efficacemente’ alla richiesta dei rappresentanti libici. Nel comunicato congiunto diffuso al termine della riunione, i membri della Lega Araba hanno sottolineato che, data la difficile situazione, vi è un urgente bisogno di pianificare una strategia araba che agisca direttamente sul campo, che comprenda anche la relativa assistenza militare alla Libia per affrontare lo Stato islamico. I delegati della Lega araba hanno inoltre deciso di tenere un terzo incontro per la costruzione della Forza araba congiunta il prossimo 27 agosto al Cairo. In Libia è in vigore dal 2011 un embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite. L’esecutivo libico di Tobruk ha più volte chiesto la revoca dell’embargo, ottenendo lo scorso marzo il via libera da parte del Consiglio di sicurezza ad una commissione incaricata di esaminare l’eventuale rimozione delle restrizioni. Più recentemente, l’esecutivo libico attivo nell’area orientale del paese ha chiesto ai paesi arabi un vero e proprio intervento armato contro i seguaci del sedicente califfato.

Sul versante interno, il conflitto tra le milizie libiche riesce a mantenersi vivo anche con il denaro che la Banca Centrale continua a far affluire verso i due governi di Tobruk e Tripoli. In questo modo «chi è impiegato nel conflitto continua a essere pagato», ma al momento non ci sono le condizioni per fermare questo flusso di denaro. Lo afferma Claudia Gazzini, esperta di Libia presso l’International Crisis Group (Icg), analizzando la situazione nel Paese nordafricano che appare sempre più nel caos. Ma fermare i finanziamenti di denaro alle milizie, ritenuto uno dei nodi principali da sciogliere per pacificare la Libia, non è così semplice, mette in guardia l’esperta di Icg. «È difficile che (la Banca Centrale, ndr) prenda una decisione del genere al momento», sostiene Gazzini, precisando che una delle ipotesi potrebbe essere quella di «congelare i fondi della Banca Centrale, ma poi come verrebbero pagati gli impiegati pubblici? Si rischierebbe di creare una crisi socioeconomica».

Esclude invece che la Banca Centrale della Libia paghi le milizie il Ministro dell’Informazione e della Cultura di Tobruk, Omar El Guwairi. Il Ministro sostiene che «il Governo di Tobruk non ha milizie, ma un esercito che combatte il terrorismo. Invece a Tripoli ci sono milizie e bande armate che rubano con le minacce alle banche nazionali e alle istituzioni statali». Anche secondo Mustafa Ali Rugibani, incaricato d’affari dell’ambasciata di Libia presso la Santa Sede, la Banca Centrale non finanzia le milizie, ma solamente «il personale dei due governi di Tobruk e Tripoli», come «impiegati dei ministeri della Difesa, dell’intelligence, della polizia e dell’esercito». E questo flusso di denaro – a suo parere – «non deve fermarsi» perché presto “ci sarà un governo di unità nazionale» e gli impiegati «devono continuare a ricevere gli stipendi».
Infine, sono «completamente inesistenti» le prospettive per la nascita di un governo di unità in Libia tra Tobruk e Tripoli, ha aggiunto Omar El Guwairi in merito allo stallo politico in corso.

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