domenica, Maggio 9

Grattacapi ucraini per il Caucaso field_506ffb1d3dbe2

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Almaty – La crisi in Ucraina sta destando molte preoccupazioni nello spazio post-sovietico, dai Baltici all’Asia centrale. La reazione dei tre Paesi caucasici è legata dal filo rosso del diritto internazionale. Nessuno dei tre, infatti, può dirsi libero da dispute territoriali internazionali. Armenia e Azerbaigian ancora si scontrano per la regione montagnosa del Karabakh, Azerbaigian e Iran non riescono a riappacificarsi a causa della folta minoranza azera nel nord-ovest dell’Iran, Georgia e Russia sono ai ferri corti dal 2008, quando uno scontro tra truppe militari si trasformò nella creazione di due stati, Abkhazia e Ossezia del Sud, che non sono stati riconosciuti dalla comunità internazionale. In queste condizioni, è chiaro che Baku, Tbilisi e Yerevan difendano l’integrità territoriale dell’Ucraina, contro qualsiasi ingerenza da parte russa.

Mosca ha fatto sentire la propria voce, ribadendo di non essere in controllo delle truppe che hanno destabilizzato la Crimea. I gruppi paramilitari sul posto non hanno segni distintivi e si dicono pronti a difendere la minoranza russa, che rappresenta più del 30% della popolazione che vive sulla penisola nel Mar Nero. Tuttavia, come sottolineato da diversi esperti, la composizione etnico-demografica non è una condizione sufficiente per comprendere l’effettivo supporto politico, visto che molti russi in Crimea sostengono l’Ucraina unita. Ciononostante, tra pochi giorni sarà celebrato il referendum che chiederà alla popolazione di entrare a far parte della Federazione russa. Di nuovo, la corda del diritto internazionale è così tesa che sembra si stia per spezzare. Ci sarebbe infatti bisogno di una discussione multilaterale e di osservatori internazionali quando si arriva a scelte così critiche.

La reazione del Caucaso agli ultimi sviluppi della situazione ucraina non sono stati molto dissimili dalle risposte venute dall’Asia centrale: un sentimento di solidarietà verso la popolazione e una diffidenza costante verso Mosca. «La situazione in Ucraina è spiacevole, speriamo che il governo e le opposizioni si uniscano per trovare una soluzione». Così si esprimeva Elmar Mammadyarov, ministro degli esteri dell’Azerbaigian il 19 febbraio, quando il sangue nelle piazze di Kiev non si era ancora asciugato e Janukovic era ancora presidente. La settimana scorsa, Faraj Guliyev, membro del Parlamento azero, ha dichiarato senza mezzi termini: «ciò che sta accadendo in Crimea è occupazione». D’altro canto, i portavoce del Partito Socialista Progressista e del Partito Comunista hanno rilasciato una comunicazione congiunta, in solidarietà con le azioni delle forze della Crimea «contro la rivoluzione anti-costituzionale e il regime pro-fascista che ha preso il potere in Ucraina con il supporto diretto dei circoli imperialisti occidentali».

In Georgia, si teme un nuovo 2008. Allora, l’intervento russo dopo le provocazioni georgiane era stato disproporzionato ed era servito a mettere in chiaro le relazioni di forza e a sconvolgere lo status quo nel Paese caucasico. Anche in occidente, si utilizza sempre più spesso la similitudine tra ‘Georgia 2008’ e ‘Crimea 2014’. L’attuale presidente ucraino ad interim Oleksander Turchinov si è espresso in questi termini: «lo scenario creato dalla Russia in Crimea è analogo a quello abkhazo, dove la Russia ha prima inviato le truppe e poi annesso il territorio». Secondo alcuni, insomma, la storia si ripete. Il ministro della difesa georgiano ha rilasciato un’intervista a ‘The Guardian‘, nella quale ha dichiarato: «da qui non si torna indietro, per l’Ucraina è fatta. [L’uscita di scena di Janukovich, ndr] è il primo fallimento strategico di Putin. Si può dire che questo sia un movimento tettonico nella geopolitica europea».

L’occidente e il governo ucraino hanno dato la propria disponibilità a cercare di trovare figure che conoscono bene la regione e la situazione per risolvere lo stallo. Il primo ministro georgiano Irakly Garibashvili ha messo in guardia contro il possibile invito dell’ex-presidente Mikhail Saakashvili come consigliere del governo ucraino: «benché io non voglia interferire negli affari interni ucraini, credo che ascoltare i consigli di Saakashvili sia un grande sbaglio». Secondo Garibashvili, è proprio la biografia dell’ex-presidente che parla: «Saakashvili si nutre di situazioni di crisi e di radicalismo, si sente male solo quando ci sono pace e stabilità». La critica sottolinea la netta opposizione del nuovo esecutivo di Tbilisi verso il vecchio governo di Saakashvili.

L’Armenia ha rifiutato di firmare gli Accordi di Associazione all’interno del programma europeo del Partenariato orientale. Il no dello scorso settembre ha deluso Bruxelles e ha minato il successo del summit di Vilnius. Anche se non ha scatenato un ‘EuroMaidan’, la frenata di Yerevan testimonia l’importanza della Russia nell’area, soprattutto quale garante dello status quo nel Karabakh. Gli aggettivi ‘difficile’, ‘delicato’, ‘confuso’ sono spesso utilizzati dai membri del governo di Yerevan, che cercano di smorzare i toni. Allo stesso modo si esprimono anche i principali partiti di opposizione, eccetto ‘Patrimonio‘, che ha condannato fermamente «l’aggressione russa in Crimea».

Dopo più di tre mesi di scontri pacifici e violenti nelle piazze dell’Ucraina, questa situazione sembra veramente configurarsi come uno smottamento geopolitico, che cambierà di nuovo lo scenario regionale nello spazio post-sovietico. Ci potranno essere episodi di imitazione, ma molto probabilmente alcuni governi vedranno in questo un’opportunità per affilare i coltelli e soffocare le opposizioni. Nel Caucaso, si rimarrà cautamente vicini a Mosca, finché ci sia uno spiraglio per un accordo sulle regioni separatiste (Abkhazia e Ossezia del Sud per la Georgia) e occupate (Karabakh per l’Azerbaigian), o finché la cooperazione economica sia vitale per la sopravvivenza, come nel caso armeno.

 

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