giovedì, Aprile 22

Grasso e la memoria dell'attentato di via dei Georgofili 40

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Matteo glielo aveva predetto davanti a tutti, la sera del 23 scorso, davanti ad una piazza della Signoria affollata come nelle grandi occasioni: “Dario, la prima cosa che farai da Sindaco, sarà quella di rendere omaggio a nome della città, alla memoria delle vittime della strage del 27 maggio del ’93, in questa stessa piazza e poco più in là, in via dei Georgofili. Perché nessuno dimentichi”.  E così è stato. Dario Nardella, appena investito dallo schiacciante voto popolare ( che nella città del Fiore ha sfiorato il 60 per cento dei consensi), consentendogli di passare al  primo turno, ha indossato  la fascia tricolore e la notte del 27 maggio, esattamente alle 1 e 04 scandite dal rintocco della Martinella, la campana di Palazzo Vecchio dei grandi momenti ( la stessa che dette il via!, l’11 agosto del ’44 all’insurrezione della città contro i nazifascisti) era alla testa del corteo e del Gonfalone della città Medaglia d’oro alla Resistenza, insieme ai familiari della vittime e al Presidente del Senato Pietro Grasso, per andare a deporre una corona d’alloro sul luogo dell’attentato mafioso, che provocò la morte di cinque persone, tra cui  due sorelline, 41  feriti, la distruzione dell’antica Torre de’ Pulci e seri danni agli Uffizi.

Questo, il primo significativo atto di  Dario Nardella,  diciassettesimo Sindaco della Città dalla Liberazione  ad oggi.  In precedenza il neo Sindaco (e in queste ore anche neo papà di Francesco), 39 anni, nato a Torre del Greco ma fin dall’età di 12 anni residente a Firenze, laurea in giurisprudenza, dottorato in diritto pubblico e dell’ambiente e diplomato in violino  al Conservatorio Cherubini di Firenze,  era corso in piazza SS.Annunziata per  brindare in una improvvisata festa  con i cittadini, i volontari e i  nuovi sindaci dei comuni dell’area metropolitana, alla loro elezione. Ma soprattutto per ringraziarli  e rinnovare l’impegno ad affrontare i problemi della città e della sua crescita ( lavoro, infrastrutture, servizi sociali,anziani, mobilità, cultura, periferie, città metropolitana). Perché in questa piazza ?  “L’ho scelta senza nemmeno pensarci – ha detto Nardella-  nel 2009 Renzi fu incoronato lì. Sciarpa viola al collo, mi sembra ieri, fu l’inizio della nostra rivoluzione giovane. E poi perché Grillo era venuto, proprio lì a darci lezioni di democrazia”. Ma se Matteo, ex Margherita   è il “rottamatore”   Dario, ex Ds,  è chiamato il “Ricucitore”. E il “Ricuciture” tiene a dire che non sarà il clone di Matteo: “abbiamo caratteri diversi”. Dopo il brindisi, via in Piazza Signoria,  per la cerimonia che concludeva un’intera giornata in ricordo delle vittime della strage. Finita l’esecuzione della Cavalleria Rusticana di Mascagni  da parte dell’Ensemble La Fortezza, con il Coro di S.Francesco e S.Chiara a Montughi e la consegna di un quadro di Miguel Angel Citi all’ Associazione fra i familiari delle vittime, si è formato il corteo per il saluto alle vittime. A lungo il Sindaco ha sostato davanti al cippo ed alla lapide in cui è trascritta la poesia della piccola Nadia: “Il tramonto  se ne va, il tramonto si avvicina, un momento stupendo, il sole sta andando via (a letto), è già sera, tutto è finito”.

Si è trattato, di una  lunga giornata di riflessione, iniziata con una convegno a Palazzo Sacrati, sede della Presidenza della Regione,  dal titolo “Il dovere della memoria e della ricerca della verità” , accompagnata da una mostra di acquerelli di L.Guarnieri e una rassegna fotografica sui danni riportati dalla torre. Ad ascoltare i relatori, una sala piena di rappresentanti delle istituzioni e  di familiari, gli studenti dell’Istituto Marco Polo di Firenze e delle altre scuole che hanno partecipato ai programmi didattici sul tema. Sia al Convegno che in piazza, il Presidente del Senato Pietro   Grasso, ha avuto parole  ferme e toccanti, le parole di chi ha vissuto in prima persona quella tragedia, perseguendo come magistrato e poi come procuratore antimafia, la verità su quegli atti criminosi che uccisero sangue innocente. Ed il  suo primo pensiero è andato alle vittime, che abbiamo il dovere di ricordare, ha detto:  “ Caterina Nencioni era nata da appena 50 giorni, sua sorella Nadia non aveva ancora compiuto nove anni: nella notte tra il 26 e 27 marzo entrambe furono sepolte sotto montagne di macerie, insieme al padre Fabrizio e alla mamma Angela. Anche il giovane studente di architettura Dario Capolicchio è morto quella notte nel suo appartamento, e molti sono stati feriti a causa dell’esplosione” .

Un’esplosione che, ci raccontava un testimone, si manifestò in  tutta la sua inaudita violenza: lui si trovava  vicino alla Stazione quando un immenso bagliore si levò verso il cielo da una zona non precisata del centro.  Poi corse verso quel  luogo presagendo la tragedia. Sirene, ambulanze, vigili del fuoco: Firenze come dopo i bombardamenti, dice.  Sotto quelle macerie l’intera famiglia Nencioni e il giovane studente. Ogni anno, il nostro testimone ex operaio, torna lì, a ricordarli. E ci tornerò anche l’11 agosto – dice – con m io padre, 87 anni ed ex partigiano,   a celebrare l’anniversario della Liberazione. Di quelle vittime, chi scrive ricorda il nonno delle due piccole,  Giancarlo, appassionato di sport,  dirigente del  Coordinamento dei viola Club. Amatissimo dal “popolo viola”. Da allora la sua non è stata più vita. Se n’è andato pochi anni dopo. E ricordo anche che, come giornalista Rai, passando da una strettoia non sottoposta a controllo, mi trovai con il collega Vannucci e l’operatore, proprio nel cuore dell’esplosione, nel portone di un edificio di fronte alla Torre de’ Pulci, invaso dalle macerie. Fra queste, ai nostri piedi, trovammo la carcassa di un motore. La prova che si era trattato di un’autobomba. L’esplosivo  era stato piazzato piazzati all’interno del Fiorino bianco rubato che, come stabilito dagli inquirenti, si sarebbe trovato a meno di dieci metri di distanza. Le indagini, condotte da un pool di magistrati fra i quali Gabriele Chelazzi, la cui figura è stata ricordata da Pietro Grasso, portarono a stabilire che quel  potente ordigno  fu messo  dalla mafia. L’attuale Presidente del Senato,  ha ricordato di aver avuto il privilegio di raccogliere per primo, dopo 16 anni, dalla viva voce del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza i nuovi elementi che hanno consentito di riaprire le indagini sulle stragi di Falcone e Borsellino e di Firenze, Roma e Milano. Le sentenze hanno confermato che l’attentato era parte di un programma attuato dalla criminalità organizzata per scuotere dalle fondamenta l’ordine pubblico.

Proprio in quel 1993 era strato arrestato Totò Riina, il Capo dei Capi, primo responsabile del folle attacco alle istituzioni e della eliminazione dei suoi più temibili nemici: Falcone e Borsellino.  “Le cosche misero in atto un piano strategico ricattatorio, volto ad ammorbidire il regime del 41 bis. Due episodi  – ha detto Grasso –avrebbero dovuto far riprendere la cosiddetta trattativa: un proiettile di artiglieria lasciato al giardino di Boboli a Firenze, cui seguì una telefonata di intimidazione e di rivendicazione, mai percepita come tale; nonché il progetto di attentato nei miei confronti, dapprima rinviato poi abbandonato  per una serie di circostanze fortuite. Tra maggio e luglio vennero attuati gravi attentati: quello di via Georgofili, poi Milano e Roma. La finalità era attuare una vera e propria dimostrazione di forza attraverso azioni criminose eclatanti, a carattere eversivo, che avrebbero avuto risalto internazionale. Il tentativo era quello di destabilizzare  un paese già scosso sul piano politico e istituzionale. Quanto accaduto era dunque, nelle intenzioni mafiose, il prologo di altri attentati, da effettuarsi di giorno e in luoghi pubblici, poiché “esclusivamente mirate alla ricerca di vite umane”. Poi Grasso  ha aggiunto: “troppi profili di quell’atroce disegno restano ancora oscuri. Spesso la verità storica e giudiziaria non si sovrappongono. Bisogna insistere perché gli eventi siano ricostruiti in tutte le loro implicazioni e sfaccettature. Dobbiamo avere il coraggio di guardare al nostro passato senza paura e senza omissioni, perché un Paese che nasconde e teme la propria storia è un paese senza futuroQuindi, ha rinnovato la richiesta di una commissione d’inchiesta sulle stragi.

Ed ha apprezzato le parole con cui la Presidente dell’Associazione dei familiari vittime della strage dei Georegofili, Giovanna Maggiani Chelli, che in questi anni  ha tenuto viva l’attenzione per arrivare alla verità, ha dichiarato la propria disponibilità: “Forse serve davvero, e chiediamo di farne parte a pieno titolo, visto il prezzo che le nostre famiglie hanno pagato” Per quanto sta in lui, Grasso ha concluso dicendo: “il mio ruolo non ha cambiato in nessun modo i principi in cui credo, che sono quelli di legalità, giustizia, ricerca della verità. I  nove responsabili di quell’attentato sono in carcere, condannati all’ergastolo, ma la ricerca della verità deve continuare, ha detto la Chelli. “Non ci fermeremo.” Da parte sua il Presidente della Regione Enrico Rossi, ha messo in guardia da chi vuol far passare “il messaggio che da trent’anni tutte le istituzioni sono andate a braccetto con le mafie.” Anche la Toscana – ha aggiunto – è un territorio appetibile per le mafie, ma siamo vigili e consapevoli e  stiamo facendo la nostra parte con scelte rigorose. Il nostro impegno è per il lavoro, migliore antidoto all’illegalità. Da segnalare, infine, che nelle ultime sale degli Uffizi, è esposta un’opera andata completamente distrutta nell’esplosione. A testimonianza della furia distruttiva di quell’attentato che aveva preso di mira il nostro patrimonio culturale, danneggiando ambienti della galleria e del Corridoio Vasariano: diverse opere presenti in quelle sale furono danneggiate e poi restaurate.  Alcune furono perdute per sempre.

 

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