giovedì, Ottobre 21

Gran Bretagna: lo spazio ineguale Nel pieno delle carenze che potrebbero portare il Paese allo stremo, la Gran Bretagna ha reso nota la National Space Strategy in cui il governo di Londra identifica l’ambiente spaziale quale grande opportunità di sviluppo economico, ma anche dominio di confronto internazionale con le regole della cooperazione e della competizione

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Tra i tantissimi lavoratori che hanno dovuto andarsene dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, sono i 14 mila autisti di autocarri da mesi a mettere in ginocchio un’economia dai caratteri quasi sacri. Per adesso ai benzinai è toccato non riempire le loro cisterne a causa delle mancate consegne, poi le mensole metalliche dei supermercati sono vuote, perché non scarseggia solo chi trasporta le merci ma anche chi le lavora prima di metterle in circolo. E poi tanti artigiani che si son visti negare il permesso di soggiorno, lasciano forzatamente dei lavori che nessuno più in Inghilterra vuol fare, né i piccoli lord delle contee meno rinomate, né i figli della working class provenienti dalle città più periferiche dell’arcipelago.

È questo il prezzo da pagare per essere usciti dall’Unione? E come si comporta con l’alta tecnologia il governo di un popolo così superbo e altezzoso? Nel pieno di queste carenze che potrebbero portare il Paese allo stremo, la Gran Bretagna ha reso nota la National Space Strategy in cui il governo di Londra identifica l’ambiente spaziale quale grande opportunità di sviluppo economico, ma anche dominio di confronto internazionale con le regole della cooperazione e della competizione. La notizia, lo riconosciamo, pesa più di quello che appare e come riportano i più attenti, racchiude il volto meno compreso di uno scenario assai articolato in cui emergono principalmente le imperdonabili colpe di aver scaricato l’Europa in un momento particolarmente delicato sia per il Regno della figlia maggiore del duca di York, che per l’intero Vecchio Continente e la forte esplicitazione dell’opportunismo di un’isola i cui abitanti si sono sempre -incomprensibilmente- ritenuti i padroni del mondo, in modo anche cruento e vessatorio.

Riconosciamo che l’Inghilterra è stata tra le prime nazioni del contesto europeo del dopoguerra a studiare gli approcci missilistici, forte di aver acquisito dagli alleati una consistente capacità di dissuasione nucleare, elemento complementare per le dotazioni dei lanciatori strategici.

E per molto tempo lo spazio è stato visto dagli inglesi come una risorsa necessaria alla difesa ma anche una vetrina sostenuta dal cappello universale della scienza che ne ha giustificato il conferimento di risorse ingenti e da investimenti di lungo respiro.

Poi, una signora del popolo per altro poco amata da Buckingham Palace, arrivata alla vetta politica della complicata scala sociale anglosassone, decise che le industrie nella nazione che aveva avuto il compito di governare erano una perdita economica piuttosto che un’opportunità vitale per l’economia che avrebbe lasciato ai posteri. E così la futura baroness Margaret Roberts Thatcher, nel raggiungere il suo titolo in un contesto dove ancora vengono difese vetuste tradizioni aristocratiche, si impegnò a rallentare il declino economico in cui versava il Regno Unito ormai da qualche decennio; e per restituire al Paese un ruolo importante nel panorama internazionale impose interventi mirati a sacrificare le imprese manifatturiere, che risanarono i bilanci riducendo però i propri utili di un terzo in un quinquennio, quadruplicando il tasso di disoccupazione dei suoi addetti. Un conto molto elementare che avrebbe saputo fare anche un droghiere di una sperduta cittadina di Grantham, Lincolnshire, che avesse voluto risparmiare sugli acquisti semplicemente non ordinando i prodotti al suo fornitore di fiducia!

Ancora oggi, chi ha ereditato il Paese vive la necessità di dover ricostituire una propria identità industriale, importando giovani ingegneri dall’estero (molti i cervelli pregiati dall’Italia) e imbarcandosi in una serie di compromessi malvisti proprio da quell’Europa che il referendum fantoccio del 23 giugno 2016 ha indicato come il peggior nemico della propria economia.

Non saranno tutta colpa della Iron Lady le cose che non vanno in Inghilterra. Ma certamente alcune leggerezze si piangono a caro prezzo. Tant’è che l’orgoglio dei vecchi discendenti dei Sea Dogs ovvero i corsari elisabettiani John Hawkins, Francis Drake, Walter Raleigh e altri briganti dei mari ora sono costretti a scendere a patti con le tanto umiliate colonie d’oltre oceani -popoli, avrebbe detto Oscar Wilde, separati dalla stessa lingua- allontanandosi dall’amicizia, mai facile con la Francia con cui si sta consumando lo scontro per il patto Aukus, stretto proprio con Stati Uniti e Australia per la vendita di sottomarini a propulsione nucleare.

Allora qual è l’importanza dell’azione intrapresa dal Regno Unito? La National Space Strategy vuol far crescere l’economia spaziale di Londra, guidando la ricerca scientifica ma più verosimilmente sfruttando tutti gli asset per proteggere e difendere gli interessi nazionali da probabili attacchi esterni. Un modo per dire che oltre a sorvegliare i suoi cieli al di sopra dei 100 fatidici chilometri, la Gran Bretagna non esclude di utilizzare tutti i suoi strumenti per andare a inseguire possibili minacce anche molto lontano: in tal caso, in quelle traiettorie si può immaginare cosa il Ministry of Defence di Sua Maestà si fiderebbe di far transitare, visto che già il 30 luglio scorso è stato aperto lo UK Space Command presso la base aerea di High Wicombe, nella contea di Buckinghamshire, con i compiti di operazioni spaziali, addestramento del personale e costruzione di programmi mirati all’integrazione dei diversi domini che possono interfacciarsi con l’ambiente spaziale.

Come è comprensibile e con chi scrive concordano molti osservatori qualificati, il settore spaziale britannico che ha questi obiettivi deve crescere: devono ricostituirsi i grossi poli di sviluppo e integrazione dei mezzi da utilizzare sul mercato, devono riprendere le attività delle piccole e medie imprese che forniscono i manufatti da assemblare e mettere in rampa, ma occorre anche quella collaborazione internazionale con paesi terzi -senza dubbio prima di tutti gli Stati Uniti- nonostante la partecipazione britannica all’Agenzia Spaziale Europea, la cui appartenenza, come ricordiamo non implica l’adesione all’Unione.

Il programma è ambizioso e la chiamata a raccolta per tutti gli attori del settore, pubblici e privati, militari e civili è inequivocabile. Ma in questa difficile fase, ci domandiamo, quanti tecnici di sangue britannico sono in grado di dar risposta? E quella manovalanza intellettuale straniera oggi in attività nei siti produttivi, sarà valorizzata o emarginata come gli autotrasportatori rumeni dal prossimo inquilino di Downing Street quando il premier Boris Johnson esaurirà il suo mandato?

Il Regno Unito” – afferma Marcello Spagnulo in una sua dichiarazione a un giornale molto vicino ai corridoi del potere italiano – “punta a integrare i punti di forza nazionali nella scienza, tecnologia, difesa, regolamentazione e diplomazia”. È certamente vero, ma con quali risorse autoctone? O non saranno gli ex coloni a venire a dettar legge su un arcipelago che almeno geograficamente appartiene sempre all’Europa? E poi, quali saranno le regole da attuare?

Chiudiamo queste riflessioni con uno spruzzo di storia connesso allo spazio. L’Inghilterra ne conserva vivo un triste ricordo. L’8 settembre 1944 Londra fu scossa da un’esplosione che sventrò Staveley Road, una via non lontana dal letto del Tamigi. Fu l’assaggio dei V2, la cui costruzione era stata già devastata dai pesanti Lancaster e Halifax due anni prima nell’operazione Hydra condotta a Peenemünde, sulla costa baltica, luogo in cui Hitler aveva dato ordine di costruire macchine da guerra innovative e particolarmente micidiali: missili balistici da quattro tonnellate, con una testata da una tonnellata denominati Vergeltungswaffe Zwei ovvero ‘arma di rappresaglia’ con una velocità di crociera di 3.200 chilometri all’ora. Wernher von Braun e Walter Dornberger riuscirono comunque ad allestire 1.300 V2 da lanciare contro la sola Inghilterra. Un amaro battesimo del fuoco che fece comprendere agli isolani quanto fosse importante esplorare un settore poco compreso e -diciamolo- inizialmente sottovalutato.

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