giovedì, Maggio 13

Governo: un cieco sulle spalle dello zoppo indica la strada M5S terrorizzati dal voto anticipato, la ‘pancia’ dei parlamentari di nessun nome, e spesso senza arte o parte, una volta usciti dal ‘Palazzo’, pur di restarvi è disposto a un patto di governo perfino con Goebbels

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Come il tormentone di Ermal Meta e Fabrizio Moro, vincitori del Festival di Sanremo edizione 2018: ‘Non mi avete fatto niente…’. Il Ministro dell’Interno si riposa e si ritempra nell’accogliente ‘Papeete’ del suo buon amico Massimo Casanova, che ha fatto eleggere al Parlamento Europeo. Le cronache riferiscono, le cronache, che tra una spedizione di pesca e l’altra, Matteo Salvini si ricorda del compleanno della fidanzata Francesca; naturalmente ha reso partecipe dell’evento il suo ‘popolo’, attraverso regolare ‘post’ pubblicato sui social; pur tra le mille incombenze, trova il tempo di polemizzare via twitter con Carola Rackete, per via della cruciale questione del reggiseno non indossato quando i magistrati l’hanno interrogata. Interviene sul caso del carabiniere ucciso a Roma dai due balordi americani: «Ricordo ai buonisti che negli Stati Uniti chi uccide rischia la pena di morte. Non dico di arrivare a tanto, ma al carcere a vita, sì». Detto da un Ministro dell’Interno è un bel dire… E’ la risposta a Luigi Di Maio, che gli ricorda come i materia di gestione della sicurezza, discorsi e assicurazioni abbondino; fatti concreti se ne vedono pochi…

Situazione curiosa, quella che vive l’Italia: Lega e M5S sono come lo storpio che si carica sulle spalle il cieco, e quest’ultimo gli indica la strada; ‘mordono’ come una vite spanata, battibeccano su praticamente tutto: se Salvini dice ‘Buongiorno’, sicuro che per Di Maio è l’ora della ‘Buonanotte’. Eppure sembra godano ancora della fiducia e della considerazione di una buona parte di elettorato. Quella che vota, almeno; perché non bisogna mai dimenticare che c’è un buon 50 per cento di cittadini che consapevolmente diserta le urne convinti, a torto o ragione che sia, che non vi sia differenza alcuna tra i vari attori politici, e tutti li condanna, senza scampo.

Per restare agli ultimi giorni, tocca vederne di tutti i colori: il Governo invia a Bruxelles una lettera sulla TAV, che ostentatamente il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli non firma. C’è il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che riferisce in Senato su una questione importante come lo scandalo Moscopoli; soavemente annuncia che il Ministro dell’Interno non gli ha fatto sapere nulla, dunque nulla può riferire e chiarire. Abbiamo il Ministro dell’Interno Salvini che platealmente diserta l’Aula, fa sapere che delle parole di Conte gli importameno di zero’. Abbiamo un partito della maggioranza che, appena il Presidente del Consiglio prende la parola, in massa esce dall’aula. Abbiamo un Ministro dell’Interno cui non sembra importare nulla della bancarotta incombente, e pone ultimatum al Ministro dell’Economia e Finanze Giovanni Tria, recalcitrante a votare riforme di dubbio esito positivo, e di sicuro onere finanziario.

Ebbene: questo Governo, che tanto promette e poco realizza, per ragioni razionalmente inspiegabili, continua a stare in piedi, meglio di un pungiball…

In una situazione normale, se accadono cose del genere, un Presidente del Consiglio va dritto al Quirinale e rassegna le dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica. Il coraggio, Alessandro Manzoni fa dire a don Abbondio, «se uno non ce l’ha, mica se lo può dare»; vale anche per la dignità.

Dev’essere comunque uno spirito del tempo che volteggia un po’ ovunque, se è vero che nel mondo ci sono i Donald Trump e i Jair Messias Bolsonaro, i Viktor Orban e i Boris Johnson… Mal comune, insomma; di nessun gaudio.

A selfie e twitter vanno forte; ma basta uscire un momento dal mondo virtuale e i conti, fatti senza l’oste, non tornano più. Senza essere Samuel Beckett o Eugène Ionesco, si recita unteatro dell’assurdoe la si chiama politica. Lo sanno ben tutti che la legge di bilancio è praticamente già scritta; e tuttavia si prosegue con questo balletto di aut aut e verboten: ‘O io o Tria’, tuona Salvini, accusando il collega di Governo di voler seguire -come deve- le indicazioni che vengono da Bruxelles.

Una babele di parole cui non seguono fatti; né potrebbero. E’ evidente che la nuova Legge di Bilancio non può comprendere la flat tax o l’autonomia differenziata, che pure resteranno cavalli di battaglia agitati dalla Lega, assieme alla questione degli immigrati clandestini. Conte continuerà a barcamenarsi: ha perfettamente colto che il Movimento delle Cinque Stelle (in particolare Di Maio) sono terrorizzati dall’ipotesi di un voto anticipato. Salvini ‘sa’ che Moscopoli creerà seri problemi non tanto giudiziari, quanto di credibilità interna e internazionale. Il Partito Democratico è consapevole della sua debolezza, diviso com’è tra un Nicola Zingaretti che ancora si muove incerto, e un Matteo Renzi, non rassegnato al declino e, anzi, fiducioso di costituire una ‘risorsa’, per nulla disposto a uscire di scena.

C’è poi un paradosso: i due partiti di Governo sono in sostanziale dissenso su tutto, ma fanno coalizione; per contro, Lega, Forza Italia, PD hanno molti obiettivi concreti in comune; non sufficienti tuttavia per giustificare che siano superate i cavalli di frisia che li separano.

Lo zoppo marcerà ancora, nella direzione indicata dal cieco che gli si è appollaiato sulle spalle. Quanto potranno reggere in queste condizioni? E’ la domanda da un milione di dollari. E’ un fatto: lapancia dei parlamentari di nessun nome, e spesso senza arte o parte, una volta usciti dal ‘Palazzo’, pur di restarvi è disposto a un patto di governo perfino con Goebbels. Al momento, comunque, è soprattutto Salvini che può decidere se e quando staccare la spina.

Dalle opposizioni c’è poco da temere: in Forza Italia Silvio Berlusconi regna ma non governa in una Bisanzio sempre più lacerata: vassalli, valvassori, valvassini si dilaniano senza esclusione di morsi e calci negli stinchi. Tace, la coordinatrice Mara Carfagna, a un passo dalla uscita il presidente della regione Liguria Giovanni Toti, che attende solo un pretesto per formalizzare la mini-secessione.
Il PD non riesce a dare concretezza ai buoni propositi di Zingaretti, impegnato a tempo pieno a sminare il campo dalle continue polemiche accese dai renziani: «Se il PD si divide facciamo un danno alla democrazia..».
Per quel che riguarda presunte intese con il M5S, le liquida: «Non lavoriamo a una crisi parlamentare per fare un governo con loro», ma evita di seguire Renzi sulla via del conflitto politico e mediatico: «Lui ha fatto questa scelta, non ho capito, ma andiamo avanti». Si riferisce ai ‘capricci’ dell’ex Segretario, prima auto-candidato a intervenire al Senato, poi protagonista di un dietro-front mai spiegato, infine protagonista di una diretta su Facebook. Da settimane i renziani si smarcano e giocano d’anticipo sulla linea del partito. La leadership di Zingaretti è debole, i renziani non l’hanno mai digerita.

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