mercoledì, Aprile 14

Governo, serve un miracolo C’era una volta, nel lontano lontano 1976, il Governo della non sfiducia. Oggi...

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Oportet ut scandala eveniant’, dice con la sua solita lungimiranza la Chiesa cattolica riprendendo il Vangelo e pensando certamente all’Italia. Noi preferiamo una versione più attuale e aggiorniamo la frase mettendo ‘miracula’ al posto di ‘scandala’. E in verità bisogna pure che i miracoli avvengano, per rinsaldare la fede dei credenti e, en passant, per fare del bene a qualche essere umano. In questo caso il miracolo richiesto è quello di avere un Governo, il bene richiesto è per il Paese

Le parole evangeliche (con variante abusiva) vengono  in mente quando, nel totale vuoto pneumatico delle consultazioni al Quirinale, qualcuno ha cominciato a sussurrare l’ipotesi di ‘Governo di solidarietà nazionale’ o, per usare la machiavellica definizione di Giulio Andreotti che lo presiedette, ‘Governo della non sfiducia’. Con questa formula, mai abbastanza derisa per la sua tortuosità, si intende significare che quando non si riesce a comporre un Governo con una maggioranza solida in Parlamento, allora si fa a meno della maggioranza e lo si fa galleggiare e sopravvivere su una marea di astensioni concordate da parte delle forze politiche. «Ci volle coraggio per quella scelta di inedita larga intesa e solidarietà» ha riconosciuto in un recente passato l’ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, commentando con il senno di poi quanto accadde allora. Peccato che quell’espediente, nato in una temperie del tutto particolare nella storia d’Italia, sia la negazione stessa del principio di democrazia parlamentare in quanto configura un Governo ‘in negativo’, non sorretto ma tollerato, non nella pienezza dei poteri ma soggetto al continuo ricatto di chi gli dà l’ossigeno necessario per respirare. In una simile situazione i partiti politici tradiscono clamorosamente il proprio elettorato.

Ma per capire meglio occorre sfogliare l’agenda di quel (lontano lontano) 1976. Il Governo Andreotti III, il primo della settima legislatura, rimase in carica dal 30 luglio di quell’anno al 13 marzo 1978, per un totale di 590 giorni, ovvero 1 anno, 7 mesi e 10 giorni. Vediamo le differenze e le analogie. Allora un partito antisistema, il Partito Comunista Italiano, raggiunse il proprio massimo storico, il 34,4%, ma senza riuscire a sorpassare la Democrazia Cristiana, priva però di maggioranza. Oggi un blocco eterogeneo di centrodestra tenuto insieme da ideologie diverse ma egualmente avverse al ‘sistema’, ha ottenuto una schiacciante maggioranza che non si coagula però in base parlamentare. Sul fronte sociale quelli erano gli Anni di Piombo, della violenza ideologica, delle manifestazioni e delle bombe, del terrorismo; oggi attraversiamo una crisi economica senza fine non meno esiziale che andrebbe pur affrontata, ma nessuno ne ha voglia per la impopolarità di ogni necessaria politica di rigore, di riforme ma soprattutto di coraggio intelligenza e fantasia. In comune c’era e c’è in entrambi i casi, e per le più svariate ragioni, l’urgenza di dare una guida al Paese. Ma la prospettiva di medio termine nel 1976 era di preparare un Governo di larghe intese con il contributo del PCI ammesso finalmente nelle stanze del potere esecutivo, la prospettiva di oggi non è di dare vita a governi consociativi destra-sinistra, ma consolidare una concreta alternativa di destra, come l’elettorato ha chiesto a gran voti, che succeda alla sinistra e rimedi ai suoi errori o alle sue omissioni.

Come se ne uscì allora? Dietro le quinte c’era il maggior statista (non uomo politico, statista si intenda) dopo Alcide De Gasperi: Aldo Moro. Tra le mani aveva l’uomo più duttile, più cinico e più vergine di ideologie quale era Andreotti, che fu lo strumento perfetto per governare senza una maggioranza, con un monocolore democristiano, e preparare la convergenza finale delle famose ‘parallele’ di Moro. Parallele tragicamente spezzate dalla strage della sua scorta e dalla sua morte annunciata e voluta in concorso di colpa da quanti, a casa nostra e fuori dai confini, erano fermamente opposti all’esperimento. Oggi sfortunatamente siamo privi e dello stratega e del suo strumento.

Un’altra analogia fra allora ed oggi è la fondamentale sfiducia, diffidenza, astio quando non aperta ostilità che pervadeva e pervade le forze in campo. Sul terzo Governo Andreotti si astenevano i comunisti, divisi però sulla strategia finale: essere ammessi benignamente al potere o rivendicarlo con il peso della loro forza elettorale, accontentarsi di un’elemosina o chiedere tutto il tesoro. Ma peggio ancora più divisi che mai sull’atteggiamento da prendere verso gli estremismi di sinistra, benvisti in cuor loro da tanti militanti della base come ‘i compagni che sbagliano’ (ma non sbagliavano affatto la mira quando abbattevano giudici, giornalisti, alti funzionari ministeriali). Si astenevano i socialisti, con Bettino Craxi ormai in aperta rottura con Enrico Berlinguer e smanioso di diventare lui l’interlocutore privilegiato della DC per entrare a Palazzo Chigi. Si astenevano i partiti del vecchio centrosinistra incerti però di quale sarebbe stato il loro ruolo dopo, schiacciati fra i due colossi DC e PCI. E anche nella DC non tutti ci vedevano chiaro. Identiche tensioni, asti, incomprensioni serpeggiano oggi nelle forze di centrodestra, le vincitrici finora inutili delle urne.

Analogie e diversità finiscono qui. Se il supremo ‘Giudice dei governi’ che siede al Quirinale pensa di mandare allo sbando in Parlamento l’alacre Matteo Salvini pregandolo di pregare tutto il resto del mondo politico di fargli ala e ad astenersi, nulla lo vieta: ma almeno gli imponga, se può, un programma di lacrime e sangue che valga da test della benevolenza su cui dovrà contare. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi.   

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