lunedì, Aprile 19

Governo? rebus all’apparenza irrisolvibile Gli ‘attori’ politici sono come dei fumatori che scagliano i loro mozziconi in una santa Barbara. Hanno innescato un meccanismo simile all’apprendista stregone. Al pari del rabbino Yehudah ben Bezalel, hanno perso il controllo del Golem che loro stessi hanno creato

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Un rebus che neppure il più abile solutore riuscirebbe a risolvere; e chissà, forse anche il Presidente della Repubblica, di cui è nota la discrezione e la paziente azione di moral suasion, comincerà a pensare che l’unica cosa da fare è gettare la spugna.
Il realtà, c’è ancora una carta preziosa da giocare, che tutti evocano sottovoce, e pochissimi hanno il coraggio di esternare chiaramente. Del resto, non c’è di che stupirsi: l’ipocrisia è la cifra costitutiva della politica politicante. La carta preziosa è un combinato disposto: una legge elettorale bislacca, voluta e imposta da Matteo Renzi e che porta la ‘firma’ del renzianissimo Ettore Rosato; e la riforma costituzionale voluta dal M5S, che riduce in modo sghembo e sgangherato il numero dei parlamentari, riforma a cui gli altri partiti idiotamente non hanno saputo e voluto opporsi come sarebbe stato giusto e necessario.
Da questa miscela, un risultato che da una parte riduce le fette di torta da spartire (ci si scuserà per la metafora volgare, ma questo è: con questa riforma ‘lineare’ saltano 345 seggi); con la legge elettoraleRen/atoi candidati saranno scelti da una ristrettissima oligarchia, i capoccia dei vari partiti. Saranno loro a scegliere e ‘nominare’ i capilista; l’elettore potrà solo ratificare. In un certo senso, più che elezioni, si tratta di plebisciti.

Gli attuali inquilini di Montecitorio e palazzo Madama lo sanno molto bene; sanno che molti non saranno neppure candidati, perché non graditi e sufficientemente obbedienti ai voleri delle segreterie dei loro partiti. Sanno che ci sono meno seggi; sanno che quella legge elettorale, sempre la ‘Ren/ato’, a suo tempo venne congegnata per impedire l’ascesa di Matteo Salvini, della Lega e del centro-destra. Peccato che Renzi e Rosato abbiano fatto male i loro conti: la legge che li doveva favorire, li ha puniti. Ora una cosa è certa: tutti i sondaggi e le rilevazioni demoscopiche danno per sicura la vittoria di Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi e appendici; in passato è accaduto che i sondaggisti si siano sbagliati, ma questa volta è improbabile. Giulio Andreotti col suo cinismo romanesco ammoniva che il ‘potere logora chi non ce l’ha’. Questa volta però questa ‘regola’ sembra si debba inchinare alla classica eccezione.

Ecco, tutto ciò premesso, dovrebbe comportare un minimo di resipiscenza; ma è pur vero che a volte l’iniziale innocua palla di neve si trasforma in una micidiale valanga.

Si diceva di Sergio Mattarella. Il Presidente ha parlato sottovoce, ma in modo inequivocabile: o si crea una maggioranza minimamente coesa e stabile, o tutti a casa; ne va di una credibilità già da tempo compromessa e ridotta: prima un innaturale governo Lega-M5S; ora un non meno innaturale governo Partito Democratico-M5S; o l’attuale esecutivo, dopo la ‘sparata’ renziana, si rafforza con l’evocata componente socialista, cattolica e liberale; oppure il governo istituzionale, come invoca Renzi. Quest’ultimo, tuttavia, come spesso gli accade, fa i conti senza l’oste, e sembra convinto che sia sufficiente che lui desideri qualcosa, perché questo ‘qualcosa’ si realizzi. Chi dovrebbe far parte di questo governo istituzionale? Il M5S si chiama fuori; Salvini e Meloni un giorno sì e l’altro pure dicono che l’unica soluzione a loro giudizio possibile per uscire dalla crisi sono le elezioni anticipate. I cosiddettiresponsabilinon si trovano in numero sufficiente per garantire un minimo di stabilità.

Trattare di nuovo don Renzi? Il M5S non ne vuole sapere; il PD per bocca del segretario Nicola Zingaretti fa pollice verso, ma è attraversato da mille mal di pancia; Renzi tiene duro (a parole: non si sa quanti dei suoi sono disposti a seguirlo fino in fondo): senza neppure troppi giri di parole auspica un Giuseppe Conte ‘sereno’ almeno quanto Enrico Letta; il citato Conte non si sa bene cosa intenda fare, oltre all’esser disposto a tutto pur di stare a galla. Si evoca il fantasma di un suo possibile partito, che inevitabilmente dovrebbe rubar consensi a M5S, PD e centristi; il partito di ‘centro’, viene evocato (e desiderato) anche da Renzi, ma anche da Carlo Calenda, la cui Azione molto presente dal punto di vista mediatico, ma non si sa quanto attrattivo elettoralmente…

In questo gioco al massacro, tutti hanno da rimetterci. Tutti ostentano indifferenza circa gli effetti a livello nazionale e internazionale che la crisi comporta e comporterà. Gli ‘attori’ politici sono come dei fumatori che scagliano i loro mozziconi in una santa Barbara. Hanno innescato un meccanismo simile all’apprendista stregone. Al pari del rabbino Yehudah ben Bezalel, hanno perso il controllo del Golem che loro stessi hanno creato.
Un raro pasticcio, a cui non è estraneo il grosso nodo costituito da importanti nomine di potere reale a cui nessuno è disposto a rinunciare: in importanti enti di Stato, in RAI, nella Corte Costituzionale, al Consiglio Superiore della Magistratura; e la nomina più ‘pesante’ di tutte: il successore di Mattarella. Andare a elezioni anticipate e consegnare il Parlamento a Salvini, Meloni e Berlusconi significa lasciare che siano loro a decidere chi mandare al Quirinale. Una prospettiva che dovrebbe inquietare più d’uno; e questo spiega le mille cautele e i mille rospi ingoiati dal PD. Il gran consigliere di Zingaretti, Goffredo Bettini, dice a tutti che questi sono gli attori, e con questi si deve fare la recita. Ma una pochade mediocre, che si risolve in un tatticismo di corto respiro, senza visione strategica.

Ognuno alza i suoi paletti. «La crisi si risolve in Parlamento perché altrimenti il pericolo è il voto», è il mantra degli esponenti del PD, dal vicesegretario Andrea Orlando a Bettini, al Ministro agli Affari regionali Francesco Boccia. «O si trovano le ragioni di questa alleanza sociale che abbiamo costruito un anno fa, oppure non c’è una strada alternativa».

Il dito è puntato contro i renziani: «Renzi lo sa. Possiamo confrontarci in qualsiasi momento, il problema è non farlo con un ricatto, questo non è accettabile. Si può sempre trovare una soluzione ma da Italia Viva non si vedono passi indietro».
Nessun ricatto, replica l’ex Ministro Teresa Bellanova: «Quali sarebbero i ricatti? Il Paese è fermo, bisogna far ripartire l’economia Siamo pronti al dialogo, ma non si usino le elezioni come minaccia, per convincere a cambiare casacca».
Il PD cerca di convincere il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ad ammorbidire i toni della sua prossima relazione al Parlamento sullo stato della giustizia prevista per i prossimi giorni: l’occasione attesa dall’opposizione per mettere in crisi l’esecutivo, pronti come sono a unire i loro NO a quelli già annunciati dei renziani. Dai grillini un granitico quadrato attorno al ‘loro’ Ministro. L’intervento di Bonafede come occasione per affossare definitivamente il governo? «Basta strumentalizzazioni sul ministro; ci sembra paradossale minacciare di non votare la sua relazione annuale senza neanche averla ascoltata…». Luigi Di Maio ci mette il suo carico: «Il voto su Bonafede è un voto sul governo. Dobbiamo trovare una soluzione entro 48 ore, se delle forze politiche si vogliono avvicinare ben venga, altrimenti si scivola verso il voto».
A Di Maio risponde la senatrice Sandra Lonardo, del gruppo dei ‘costruttori’: «Il ministro Di Maio non aiuta il governo Conte. Vuole i voti per continuare a fare il ministro degli Esteri, ma, poi, con arroganza, richiede una obbedienza cieca ed assoluta alla linea ultragiustizialista del suo collega Bonafede. Il nesso fiducia al governo, e quindi fiducia a Bonafede, per quanto mi riguarda, lo escludo. Lui dichiara che ‘loro non sono donatori di sangue sulla prescrizione’. Molti di noi non possono di certo accettare i ‘Dracula’ dei diritti soggettivi».

Si conferma, insomma, la fosca e lucida analisi di quel grande vecchio della sinistra italiana che è stato Emanuele Macaluso nella sua ultima intervista, rilasciata a Sergio Sergi per ‘Striscia rossa’: «La politica è morta. Defunta. Tutti si occupano di Covid, del contagio. Accenni una discussione e subito si tocca lo stesso tasto: la diffusione della malattia…Lo capisco. Ma la politica, purtroppo, viaggia in terza classe. Parliamoci chiaro, non c’è più scontro e passione politica. Tutto scomparso. Ogni tanto qualcuno si agita, ma nulla di più. Fuori dai denti: si dicono tante stupidaggini, queste sì…I partiti non esistono. Salvini raglia ogni tanto, la Meloni cinguetta e Zingaretti ripete sempre le stesse cose. Di Maio purtroppo è ministro degli esteri. I grillini nessuno li prende più sul serio. Conte tira a campare. Non ha strategia. Sì, tira la carretta. Non mostra una capacità di guida del Paese. All’inizio sembrava meglio. Brava persona ma non ha grinta politica. Non un leader, semmai un amministratore».
E così, si torna all’iniziale casella: il rebus, all’apparenza irrisolvibile. Ma chissà: per disperazione si fanno tante cose. Magari, alla fine, anche quella giusta…

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