mercoledì, Maggio 12

Governo Letta: fallimento di fatto? field_506ffb1d3dbe2

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Governo Letta

Di fatto il Governo Letta ha già fallito, manca solo la certificazione ufficiale. E con lui Giorgio Napolitano che quel governo ha fortemente voluto. Contro tutti, soprattutto contro quelli che facevano finta di non volerlo. A destra come a sinistra. Silvio Berlusconi che aveva voluto per primo il governo delle larghe intese, già il giorno dopo la ‘non vittoria’ di Pierluigi Bersani, nel frattempo si è defilato. E, come capitò quando tolse l’appoggio al Governo Monti, si defilerà anche dalle responsabilità sui non risultati ottenuti dal Governo Letta – Alfano in modo da ritrovarsi all’opposizione quando inizierà la prossima campagna elettorale. Un film già visto, la cui ‘audience’ sarà ben capitalizzata dal Cavaliere in termini di voti. Come sempre.

Aldilà del numero di mesi effettivi che mancano alla fine della legislatura (inizio 2015?), il misero bilancio di questi primi dieci mesi è improbabile che possa essere migliorato nei dieci rimanenti, nonostante la rendita di posizione derivante dal prossimo semestre di Presidenza italiana all’Unione Europea.

Anche il risultato pomposamente sventagliato da Enrico Letta alla fine del viaggio negli Emirati Arabi, si è sgonfiato in fretta. Quei 500 milioni di euro che il Premier si è vantato di aver portato a casa dal Kuwait in dote alle imprese italiane, momentaneamente da ‘congelare’ presso la Banca Depositi e Prestiti (!), a quanto pare non sono chissà che se confrontati con la disponibilità complessiva del Fondo sovrano kuwaitiano che ammonterebbe a circa 300 miliardi di euro e all’investimento che lo stesso Fondo ha effettuato di recente in Inghilterra (20 miliardi di euro) nelle 100 migliori società inglesi quotate in Borsa.

Ma è ripassando le dichiarazioni programmatiche che Enrico Letta fece il giorno dell’insediamento del suo governo alla Camera dei Deputati che si può evidenziare l’enorme differenza tra buoni propositi e stato dell’arte: «Bisogna superare l’attuale tassazione sulla prima casa, intanto con lo stop dei pagamenti di giugno per dare il tempo di elaborare una riforma complessiva che dia ossigeno alle famiglie, soprattutto alle meno abbienti. Bisogna rinunciare all’inasprimento dell’Iva, ridurre le tasse sul lavoro e la burocrazia. Verrà istituita una Convenzione per le modifiche costituzionali, verranno abolite le Province e fatta una nuova legge elettorale. Ridurremo i costi della politica a iniziare dall’abolizione dell’attuale legge sui rimborsi elettorali».

A oggi, da quel 29 aprile 2013, lo stato dell’arte è sotto gli occhi di tutti. La tassa sulla casa non è stata pagata come Imu ma è stata comunque corrisposta come Tares: basta fare la somma degli importi di Imu e Tarsu (vecchia imposta sui rifiuti) versati nel 2012 e confrontarla con l’importo della Tares (nuova imposta su rifiuti e servizi) versato tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014. La differenza è di pochi spiccioli, sufficienti a materializzare la grande presa in giro del ‘superamento’ della tassazione sulla prima casa.

L’aumento dell’Iva, contrariamente a quanto dichiarato nei buoni propositi di inizio legislatura, c’è stato. L’incremento di un punto percentuale (dal 21 al 22%) previsto per il primo luglio dell’anno scorso è solo slittato di qualche mese. La riduzione delle tasse sul lavoro (cuneo fiscale) introdotto dall’ultima Legge di Stabilità è stato giudicato poco più di una mancia da osservatori economici e mondo produttivo. I cinque miliardi di euro all’anno originariamente previsti (200 euro di beneficio per ogni lavoratore) sono diventati tre (qualche decina di euro il beneficio per ogni lavoratore). La nuova Legge di Stabilità sembra sia stata elaborata e integrata con gli stessi metodi e ‘giochi di prestigio’ con la quale veniva compilata la vecchia Legge Finanziaria.

A oggi sono del tutto impercettibili gli effetti dei provvedimenti sull’abolizione delle Province (Disegno di legge approvato alla Camera nel dicembre scorso), sul finanziamento pubblico ai partiti (Decreto emanato dal Governo prima di Natale), del cosiddetto ‘Decreto del fare’ e sulla riduzione dei costi della politica. Non solo: la maggior parte dei Decreti legislativi emanati dal Governo Letta – Alfano, molti dei quali in scadenza, sono ancora da attuare.

Non è stata istituita nessuna Convenzione per le riforme, il lavoro dei 35 Saggi (nominati con Decreto governativo su iniziativa del Capo dello Stato a giugno dell’anno scorso) che avrebbe dovuto facilitarne il cammino non è mai pervenuto e i primi bagliori su nuova legge elettorale, abolizione del Senato e del Titolo V della Costituzione sono frutto dell’accordo extraparlamentare tra Matteo Renzi, nuovo segretario del Partito democratico, e Silvio Berlusconi, Presidente di Forza Italia.

E pensare che alla maggior parte dei cittadini italiani nulla importava di essere governati da una maggioranza ‘innaturale’ come quella tra Partito democratico e Popolo della libertà (poi diventata Pd-Nuovo Centro Destra dopo lo strappo di Alfano con Berlusconi) che tanto scandalo aveva destato tra gli addetti ai lavori. Si sarebbero accontentati semplicemente di non essere presi in giro da qualunque governo, assortito con qualunque colore. Cosa si devono attendere gli stessi cittadini nel 2014 da questa classe politica? Nuove elezioni, la staffetta ‘democratica’ tra Matteo Renzi e l’attuale Premier o il solito rimpasto firmato da un Letta – bis?

Sembra che le prime due strade non siano percorribili: la nuova legge elettorale è ancora in embrione e incombe il turno di Presidenza italiana all’UE. In quanto a Renzi non sembra avere nessuna intenzione di entrare a Palazzo Chigi passando dalla finestra («Chi me lo fa fare?» ha dichiarato solo qualche giorno fa). Una soluzione di questo tipo verrebbe percepita come una manovra di Palazzo (le citazioni sulla sostituzione di Prodi con D’Alema nel ’98 in questi giorni si sono sprecate), e il segretario del Pd si rende conto che in questo modo sconfesserebbe tutta la sua storia politica costruita anche con le critiche ai bizantinismi, alle strategie esasperate e ai vecchi riti della politica italiana.

Con tutta probabilità quello che ci attende non è difficile da immaginare. L’oroscopo del 2014 per la politica italiana è facile da elaborare. Nell’incontro che si terrà tra Letta e Napolitano, sembra entro questa settimana, il Capo dello Stato chiederà all’attuale Premier semplicemente di andare avanti sostituendo se stesso (Letta bis) e operando un rimpasto vecchia maniera surrogando i ministri più ‘chiacchierati’ (a iniziare da Maurizio Saccomanni, Ministro dell’Economia e Flavio Zanonato, Ministro dello Sviluppo economico) con altri più graditi ai partiti dell’attuale maggioranza e magari dell’opposizione. A questo seguiranno i passaggi parlamentari di rito e le nuove dichiarazioni programmatiche, il tutto in attesa che passi il semestre di Presidenza italiana all’UE.

È molto probabile che tutto il 2014 venga impiegato quasi esclusivamente, a parte qualche provvedimento di ordinaria amministrazione, per trasformare l’attuale proposta di legge elettorale sfornata dalla ditta Renzi – Berlusconi in legge vera e propria (abolizione del Senato e riforma del Titolo V verranno messi in lista d’attesa), in modo da presentarsi a nuove elezioni politiche all’inizio del 2015. Come sempre tutti i lunedì verranno annunciate ‘settimane decisive’ per questo o quel motivo e come al solito di decisivo nulla ci sarà. Nel frattempo il debito pubblico continuerà ad aumentare (115 miliardi di euro solo nel 2013), la produzione industriale non si capisce se e quando tornerà a crescere (-3% nel 2013 rispetto a 2012), i giovani continueranno a non sposarsi (a oggi 7 milioni di giovani sotto tra i 18 e i 35 anni vivono ancora a casa con i genitori, questo dice l’ultimo rapporto sulla coesione sociale elaborato secondo dati Istat). Giusto per citare qualche indicatore significativo.

Molto probabilmente altri due anni sprecati quindi. Altri due anni passati senza che nessuna delle emergenze (grandi o piccole) del Paese siano state definitivamente risolte. Altri due anni in attesa dell’arrivo del nuovo ‘unto del Signore’: che si chiami Renzi o ancora Berlusconi (Marina).

 

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