martedì, Ottobre 26

Governo, la strage di San Valentino field_506ffb1d3dbe2

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letta 

 

In attesa che a via del Nazareno si consumi l’ennesima puntata di ‘Harakiri PD’, talent show per ambiziosi Segretari, mi faccio un film personale con risvolti storici, su uno degli ennesimi ‘The Last Hurrah’ della politica italiana.
Ovvero la messa in scena di un Duello fra due personaggi politici che, in teoria, dovrebbero avere un unico obiettivo: il bene comune. Certo, Enrico Letta è ben più giovane del Sindaco scafato Skeffington, impersonato nel film di John Ford da Spencer Tracy, e sarebbe ingeneroso predirne il Viale del Tramonto; d’altronde, Matteo Renzi non è quell’imbranato del suo concorrente, poi rivelatosi vincente, a sorpresa, McKluskey, messo in campo dai puritani.

Però l’atmosfera soft-barricadera, evocata da Letta e dal suo proclamarsi Zen, è di per sé indicativa dello scontro: in altre epoche, nessuno mi avrebbe trattenuto dal mescolarmi ai Colleghi giornalisti bivaccanti intorno al portone della sede piddina. Ora come ora, ho una sorta di ripulsa patologica, che esprime tutto il mio sdegno (oltre l’indignazione) verso questi scontri fra titaniche/nanerottole camarille che costituiscono un pianeta a parte rispetto all’Italia e che sembrano compattate in una palla di cristallo avulsa dalla realtà.

Dunque, chi li conosce li evita e si trattiene dal mescolarsi con tutta questa sagra dell’arrivismo che si sta consumando in queste ore.

A Letta, invece, ed a quella sua battuta surreale sull’essere Zen, vorrei dire che l’anagramma del suo poco affidabile Segretario del Partito  -emblematica la raccolta di dichiarazioni pubblicata da Marco Travaglio stamattina in prima pagina, spalla destra de’ ‘Il Fatto Quotidiano’-  è Ri-Zen: lo sopravanza persino nella zen-aggine.

Ma torniamo alla mia idea di partenza, ovvero quella che collega i Santi del calendario e i fatti cruenti. La resa dei conti avrà luogo (o ci saranno degli strascichi) in una data gentile, tutta intrisa d’amore: San Valentino.

Io che sono un pochino più disincantata, però, e non ho Valentini da spupazzarmi, ispirata dall’aria di sfida all’Ok Corral che tira, mi faccio più suggestionare da un’altra ricorrenza: 85 anni fa avvenne la celebre strage di San Valentino, il picco dell’onnipotenza di un mafioso rimasto nella leggenda criminale, Al Capone.

Pur essendo nato a New York, Alphonse Capone (il cognome originario era Caponi) era figlio di uno stabiese (Castellammare di Stabia, 15 km da Nocera Inferiore) e di una donna originaria di Angri – 5 km…- assurto nella carriera malavitosa fin da giovanissimo.

Quel giorno del 1929 i suoi killer sterminarono in un garage di Chicago 7 uomini di una banda rivale, quella di Bugs Moran, in un’esecuzione sommaria che prese le macabre sembianti di una fucilazione.

Questo fattaccio, malgrado Al Scarface Capone si fosse procurato un alibi di ferro ben lontano di lì, lo rese il ‘nemico pubblico n.1’. Tanto per dirvi quanto fosse spietato e brutale, pochi mesi dopo uccise con una mazza di baseball tre gangster concorrenti che aveva invitato con un tranello a casa sua.

L’anno dopo, però, la sua stella tramontò, e finì in carcere per evasione fiscale, maniera strumentale che le autorità trovarono per paralizzarne l’azione. Il resto lo fece la sifilide   –la penicillina non era ancora entrata nelle terapie-  i cui esiti lo portarono alla morte nel 1947.

La sua fama gli è sopravvissuta ed oggi, allorché si nomina ‘la strage di San Valentino’, la mente va al semianalfabeta boss di origine campane, che si lasciò una scia di morti nel suo cammino verso il comando delle gang di Chicago.

Non pensate che, nel mondo delle cravatte di Marinella e delle Smart-icona non circoli altrettanta ferocia. Il palcoscenico su cui i due protagonisti si sono agitati  è cosparso da virtuali cadaveri. In sovrappiù, il suo antagonista-Segretario di Partito esplicita la propria sfida affermando che serve un nuovo Governo. Insomma, siamo quasi alle mazze da baseball, seppure metaforiche.

Ed Enrico lo zen, forse in esercizi yoga, si è isolato sull’Aventino chigiano, non presentandosi alla Direzione PD e facendo sapere che preferiva così, affinché potessero decidere con serenità.

Forse subodorava una trappola, perché poteva anche scapparci una sorta di condanna sommaria de visu. Preferisce riceverla in effigie, magari facendo quelli che, in gergo, si chiamano i pacchi’.

Toglierà dalla scrivania, riponendola nella valigetta, la foto incorniciata di Gianna coi figli; vuoterà i cassetti; raccoglierà intorno a sé i suoi più stretti collaboratori, a cominciare dal portavoce, Giammarco Trevisi.

C’è un che di ‘Addio ai Monti’ manzoniano in quelle ore successive all’esecuzione sommaria di un Governo.

Anche le persone più scafate sentono un pizzicorino nel naso, un umidore agli occhi. Vi è sempre la segretaria più sensibile che si scioglie in lacrime. E lui andrà nel bagno riservato, per portar via dentifricio e spazzolino e anche quel dopobarba dal profumo discreto, così in sintonia col suo modo d’essere.

I commessi vedranno da domani o dopo…, consummatum est la strage di San Valentino, cambiare facce e modi di fare: da felpati e misurati a piuttosto strabordanti e con la ‘c’ aspirata che risuona per le antiche sale.

Pat pat, caro Enrico… torna mestamente al Testaccio. Stasera pigiamone e telecomando: forse era meglio se la tua ‘resistenza’ di bandiera l’avessi condita, piuttosto che con lo zen, con lo zen…zero.

 

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