sabato, Maggio 8

Governo euroscettico per Cameron field_506ffb1d3dbe2

0

William Hague David Cameron

Londra – Strizza l’occhiolino verso destra e gira le spalle all’Europa il nuovo Governo del Primo Ministro inglese David Cameron. La scorsa settimana, il concitato rimpasto delle nomine che ha tenuto il Regno Unito tutta una notte con il fiato sospeso, ha svelato la strategia politica del leader conservatore verso le prossime elezioni. Quello che alla luce dei primi nomi sembrava un Governo più giovane e al femminile nelle l’intenzioni di Cameron, è in realtà un chiaro segnale sulle intenzioni del Primo Ministro riguardanti l’Europa

Certamente presente un ridimensionamento dei ‘male, pale and stale’, ovvero gli uomini smorti e superati, come sono stati definiti dai media inglesi, a favore di donne più giovani e con un tocco più gentile. Micheal Gove, Ministro dell’Istruzione, riformatore fortemente criticato, viene rispedito a Westminster a curare i rapporti con i parlamentari, con il ruolo di Chief Whip, colui che ‘tiene le file in ordine’. Al suo posto Nicky Morgan, che ricopre anche il ruolo di Ministro per le donne e le pari opportunità. In realtà, però non è solo un cambiamento di forma ma soprattutto di sostanza. E’  in particolare in relazione all’Europa che il nuovo rimpasto sembra indicare i cambiamenti più radicali. Le dimissioni di Ken Clarke, importante figura del partito Conservatore sin dai tempi di Margaret Tatcher e Cancelliere durante il Governo di John Major, che negli anni è divenuto noto per le sue posizione pro Europa, sono state il primo segnale delle nuove intenzioni del Governo. Nella sua lettera di dimissioni pubblicata sulla stampa inglese specifica che si batterà per il futuro del Regno Unito in Europa. «Ho intenzione di rimanere un parlamentare attivo nella Camera dei Comuni. La mia posizione sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea rimane forte come al solito e credo che la giustificazione politica ed economica è ancora più chiara nella moderna economia globalizzata e nel pericolosamente disturbato mondo. Nei prossimi decenni on dobbiamo diminuire la capacità della Gran Bretagna di influenzare gli eventi. Sono consapevole dell’intenzione di avere un referendum sulla questione, e io mi batterò vigorosamente per un risultato che ci mantenga nell’Unione».

Una strategia radicale dei Conservatori, che sperano di togliere dei voti al partito UKIP che ha raggiunto ottimi risultati alle scorse elezioni europee. Tra diverse scelte nella nuova compagine governativa, la nomina più eclatante è quella di Philip Hammond, che ha pubblicamente dichiarato la sua ostilità verso la permanente in Europa. Hammond, subentra a William Hague come Foreign Segretary (Ministro degli Esteri).
Hague e Cameron non hanno mai espresso le loro perplessità sull’Unione Europea così chiaramente come ha fatto il nuovo volto della Gran Bretagna nel mondo. Hammond ha dichiarato in passato «non voterei per rimanere» a riguardo del possibile referendum del 2017 sulla permanenza in Europa. In un’intervista durante una recente puntata dell’Andrew Marr Show, noto programma politico sulla ‘BBC‘, ha ribadito la sua posizione radicale anche adesso che è Ministro degli Esteri. «Se non ci saranno cambiamenti nel modo in cui l’Europa è governata, cambiamenti nell’equilibrio delle competenze tra gli Stati e l’Unione Europea, nessuna risposta alla sfida della coesistenza tra la eurozona e Paesi della non-eurozona, questa non è l’Europa che può funzionare per la Gran Bretagna in futuro». Il neo-Ministro ha poi specificato «Ci devono essere dei cambiamenti, ci deve essere una rinegoziazione» e che ‘lo status quo’ non è nell’interesse del Regno Unito.

Il Governo di Cameron arriva da una sconfitta alle recenti elezioni europee e anche ad una sconfitta in Europa, dove fatica a far valere le proprie ragioni e sta perdendo credibilità. Il braccio di ferro con Bruxelles -e con Angela Merkel– sulla nomina del lussemburghese Jean-Claude Junker a Presidente della Commissione, è finito con il Primo Ministro inglese costretto ad accettare il nome scelto e appoggiato dal Cancelliere Tedesco. Nei giorni scorsi, inoltre, Cameron ha dovuto designare il nuovo membro della Gran Bretagne in Commissione Europea. Il nome prescelto è stato il suo fedelissimo Jonathan Hill, un volto e un nome poco noto in Europa, che si è fatto le ossa come legislatore in Gran Bretagna nella Camera dei Lord e che -secondo alcune analisi- non è estremamente avverso all’Unione Europea, ma è stato comunque un sostenitore del possibile referendum.

 Le nuove nomine di Cameron, che hanno condotto ad un concitato valzer delle poltrone, sono solo l’ultimo tentativo del Primo Ministro di rinsaldare la posizione del partito Conservatore come primo partito, prendendo voti verso destra e soprattutto tra quei cittadini che pensano l’Unione Europea sia la causa di tutti i mali dell’economia del Regno Unito.
In un recente studio pubblicato dal think tank londinese Centre for European Reform vengono analizzate le conseguenze economiche di una dipartita dall’Unione. Una scelta che, secondo gli esperti che hanno collaborato alla pubblicazione, non porterebbe dei vantaggi al Paese. Certo, ci sarebbero meno contributi da versare all’Unione e una maggiore libertà, ma poco altro. Il messaggio di fondo è che «le regole dell’Unione Europea non opprimono l’economia inglese nel complesso, o creano grandi vincoli agli export inglesi al di fuori dell’Europa». Essendo, però, l’immigrazione nel Regno Unito, uno dei grandi temi per cui una certa politica e i cittadini inglesi pensano di abbandonare l’Unione Europea, lo studio del CER sottolinea che «dal momento che l’immigrazione europea è una delle maggiori ragioni di ostilità del Regno Unito verso l’UE, il Regno Unito certamente la diminuirà nel momento in cui lasciasse l’Unione. Siccome gli immigranti sono grandi contribuenti al sistema del Tesoro, e ringiovanisco l’età media della popolazione, l’uscita dall’UE potrebbe richiedere l’innalzamento delle tasse o la spesa dovrà diminuire».

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->