domenica, Agosto 1

Governo Draghi: la sconfitta dei dilettanti della politica E’ la sconfitta di una classe politica incapace, priva di respiro strategico, preda di tattiche meschine e nessun respiro. E’ la sconfitta (purtroppo non definitiva) di una demagogia e di un pressapochismo che ancora produce e produrrà danni. Spazzato via il demenziale ‘uno vale uno’, si afferma la responsabile competenza

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Se lo stile è l’uomo (e vice-versa), ecco alcune ‘spie’. Mario Draghi, dice chi lo conosce, «non ha alcuna tolleranza per gli sciocchi». Una specie di Sergio Marchionne, abituato a conversazioni essenziali, che rivolge domande precise e si attende risposte altrettanto precise. Sarà interessante come riuscirà a conciliare mediazione, determinazione, prudenza, audacia, determinazione, che sono le virtù ‘teologali’ richieste, se vuole assicurare al suo governo l’efficienza che tutti si attendono da lui.

Alla prima riunione del Consiglio dei Ministri, prima di concentrarsi nel discorso che terrà alle Camere per ottenere la fiducia, Draghi, rivolto aisuoiministri, rivolge unaraccomandazioneche ha il sapore di unordine di servizio’: sobrietà; parlare poco e soprattutto di quello che si è fatto, senza abbandonarsi in assicurazioni e promesse di quello che si intende fare. E’ augurabile che la ‘raccomandazione’ sia accolta, anche se questo comporterà per forza di cose cronache politiche scarne e ‘povere’. Se dovranno essere i risultati a ‘parlare’, questi non arriveranno certo nei prossimi giorni.

Per trovare un ‘filo’ che possa aiutare a comprendere una situazione più complicata di sempre, è opportuno fare riferimento alla dichiarazione resa dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al termine dell’incontro con il Presidente della Camera, Roberto Fico, il 2 febbraio scorso. Fico ha appena terminato un giro di consultazioni per conto di Mattarella, e si prende atto che non è più proponibile un governo presieduto, come i due precedenti, da Giuseppe Conte; la precaria maggioranza su cui si regge il Conte 2, è improponibile. Al punto in cui si è arrivati, due sole le strade possibili: elezioni anticipate, o un nuovo Governo.
Con toni gravi che tradiscono una fredda irritazione per l’accaduto, Mattarella elenca le ragioni che rendono le elezioni anticipate la soluzione più rischiosa:
«…Sotto il profilo sanitario, i prossimi mesi saranno quelli in cui si può sconfiggere il virus oppure rischiare di esserne travolti. Questo richiede un governo nella pienezza delle sue funzioni per adottare i provvedimenti via via necessari e non un governo con attività ridotta al minimo, come è inevitabile in campagna elettorale…Sul versante sociale – tra l’altro – a fine marzo verrà meno il blocco dei licenziamenti e questa scadenza richiede decisioni e provvedimenti di tutela sociale adeguati e tempestivi, molto difficili da assumere da parte di un Governo senza pienezza di funzioni, in piena campagna elettorale. Entro il mese di aprile va presentato alla Commissione Europea il piano per l’utilizzo dei grandi fondi europei; ed è fortemente auspicabile che questo avvenga prima di quella data di scadenza, perché quegli indispensabili finanziamenti vengano impegnati presto. E prima si presenta il piano, più tempo si ha per il confronto con la Commissione. Questa ha due mesi di tempo per discutere il piano con il nostro Governo; con un mese ulteriore per il Consiglio Europeo per approvarlo. Occorrerà, quindi, successivamente, provvedere tempestivamente al loro utilizzo per non rischiare di perderli. Un governo ad attività ridotta non sarebbe in grado di farlo. Per qualche aspetto neppure potrebbe. E non possiamo permetterci di mancare questa occasione fondamentale per il nostro futuro…»

Mattarella sillaba, letteralmente, le emergenze-sfide che attendono il Paese: sanitaria, sociale, economica, finanziaria. Di fatto, il ‘manifesto’ operativo su cui si deve impegnare il Governo che già prefigura: «Avverto, pertanto, il dovere di rivolgere un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento perché conferiscano la fiducia a un Governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica…».
Governo di alto profilo’, che non si identifichi ‘con alcuna formula politica’. L’identikit di Mario Draghi.

E’ fatta. Il Governo Draghi è privo di connotazione partitica, ma certamente ha forti connotati politici; chi ne fa parte, competenza a parte, è un attento mix che non mira tanto ad accontentare gli appetiti partitocratici, quanto costringere un vasto arco di partiti e movimenti a non poter negare la fiducia. La componente politica dovrà imparare a convivere e subire il volere ditecniciche non sonosoloesperti; sono persone di fiducia di Draghi. E Draghi, a parte il prestigio internazionale che è patrimonio suo, agisce sotto l’esplicito usbergo di Mattarella. I due si intendono perfettamente. I partiti (tutti, anche quelli che mostrano il viso dell’arme) sono ben consapevoli che corrono il serio rischio di essere spazzati via o comunque fortemente dimensionati. A parole cercano di porre paletti e condizioni; nel concreto, le subiscono, costretti a far buon viso a pessimo gioco. Per tutti loro Draghi costituisce l’ultima spiaggia.

Ci si può anche baloccare nel giochetto: ‘ho vinto io’, ‘hai perso tu’. Ma appunto, è un giochetto. Il Partito Democratico conferma tre ministri (Dario Franceschini, alla Cultura; Lorenzo Guerini alla Difesa; Andrea Orlando al Lavoro); per quel che riguarda il M5S, in termini di postazioni ministeriali non è andata male: Luigi Di Maio agli Esteri, Stefano Patuanelli all’Agricoltura, Federico D’Incà ai Rapporti col Parlamento, Fabiana Dadone alle politiche giovanili. Italia viva deve accontentarsi di Elena Bonetti; e new entry: tre ministri per la Lega (Giancarlo Giorgetti al Mise, Massimo Garavaglia al Turismo, Erika Stefani alla disabilità); tre a Forza Italia (Renato Brunetta alla Pubblica amministrazione, Maria Stella Gelmini agli Affari generali e Mara Carfagna al Sud); infine, quota LEU Roberto Speranza.
Sono però ‘i tecnici’ di stretta osservanza Draghi a ‘occupare’ i ministeri più importanti: Economia, Pubblica Istruzione, Giustizia, Interni. Per quel che riguarda gli Esteri, formalmente lasciato a Di Maio: è evidente che le cancellerie del mondo guarderanno Draghi, avvantaggiato, per inciso, dalla perfetta conoscenza di inglese, francese e tedesco, forte di indiscussa autorevolezza; Di Maio fatalmente giocherà partite minori e secondarie.

Ora siano concesse ‘note a margine’: non è vero che il governo Draghi è la sconfitta della politica. Il Governo Draghi è la sconfitta dei dilettanti della politica. Quelli di oggi, quelli di ieri. E’ la sconfitta di una classe politica incapace, priva di respiro strategico, preda di tattiche meschine e nessun respiro. E’ la sconfitta (purtroppo non definitiva) di una demagogia e di un pressapochismo che ancora produce e produrrà danni. Spazzato via il demenzialeuno vale uno’, si afferma la responsabile competenza. Anche la politica esige una ‘scuola’, come per ogni cosa.
Il problema è la formazione di una classe dirigente, come nel bene e nel male (spesso più nel male che nel bene) si è avuta negli anni ’50 e ’60 del secolo trascorso.
E’ un problema italiano, ma non solo: gli Stati Uniti, dopo quattro anni della tremenda presidenza di Donald Trump, si sono affidati ora a un politico di lungo corso come Joe Biden. Nel Regno Unito pagano e pagheranno la demenziale Brexit e l’ondivaga politica del leader conservatore Boris Johnson; un po’ in tutta Europa le forze populiste/sovraniste hanno provocato i danni che sappiamo. Anche in Francia non se la passano meglio, per non dire della Spagna… Ci aspetta una stagione turbolenta; e dopo aver giocato una serie di carte sconsiderate, ora ci si sta convincendo che è meglio affidarsi a unusato sicuro’.
Sarà il caso di ragionare sul perché non c’è più, da tempo, una classe dirigente, e di come non si formi più. Sono venuti meno i cosiddetti corpi intermedi, partiti, organizzazioni collaterali; e perfino il sindacato ha perso le sue specifiche, originarie, genuine connotazioni. Una degenerazione che oggi esplode in modo dirompente, ma va avanti fa anni. Una classe dirigente, piaccia o no, presuppone partiti, professionalità e competenze, idee e programmi; conoscenza delle proprie storie e radici, visione del futuro.

Cosa accade in queste ore? sotto i nostri occhi si consuma uno tsunami politico i cui effetti incideranno in profondità. Draghi ha molto ascoltato, ma alla fine ha deciso lui (con Mattarella, beninteso), la composizione di una compagine governativa. Questa volta, nessuna logorante trattativa con gli sherpa delle forze politiche su posti e su nomi.

Già si avvertono i segnali di profondi cambiamenti, soprattutto nei Cinque Stelle e nella Lega. Al Presidente del Consiglio spetta un compito da far tremare le vene dei polsi: il ruolo di traghettare l’Italia verso un risanamento economico, sociale e politico.

In politica una regola fondamentale è: ‘mai dire mai’; esprimersi, come molti fanno, in termini calcistici, è una semplificazione che non porta da nessuna parte. Tutto ciò premesso, a voler pure utilizzare questa terminologia, si può pure stabilire che questa o quell’altra partita è vinta da Tizio e persa da Caio, ma il campionato è lungo anni e anni, e dunque non si può mai davvero dire… Nel gruppo di testa, al momento ci sono Mattarella e Draghi. Un terzo vincente è quello che sembrava squalificato a vita: Silvio Berlusconi; i suoi handicap si chiamano età e salute; altro vincitore: Giancarlo Giorgetti, cosiddetto numero due della Lega, e il suo gruppo di ‘realisti’. E’ da loro che si dovrà guardare, fin da subito, Matteo Salvini.
Renzi? E’ uneffetto ottico’. Essere sotto i riflettori non significa essere vincenti. Al momento non ha perso; ma la sua Italia Viva, anche quando si unisce ad Azione di Carlo Calenda e a Più Europa di Emma Bonino, raggiunge cifre da prefisso telefonico. Non è vincente Salvini, anche se, grazie a Renzi, torna in qualche modo al Governo, e comunque a tavola, per qualche fetta di torta. Come Berlusconi. Dei 5 Stelle si azzarda come precario vincente Di Maio; gli altri pateticamente cercano di non andare a fondo, ma il loro destino appare segnato. Del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, il suo guru Goffredo Bettini, e compagni, meglio sospendere il giudizio: per la buona ragione che non giocano. In eterna attesa, si scaldano i muscoli, ma restano ai margini del campo.

Per tornare a Draghi: Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, opportunamente osserva: «Se non ce la fa lui che ha navigato le acque politico/finanziarie più pericolose del Pianeta, chi ce la potrà fare?».
In questa frase c’è tutta la drammaticità dei giorni che tocca vivere.

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