lunedì, Agosto 2

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Molte cose sono accadute in questo inizio 2014, che sembra annunciarsi quanto meno come un anno movimentato. Naturalmente prevalgono le brutte notizie, come sempre, un po’ perché sono effettivamente in maggioranza, un po’ perché la regola non scritta del giornalismo recita che la vera  notizia è quella cattiva, quella che preoccupa, agita gli animi e induce il lettore recalcitrante a comprare il giornale.

Accade dunque che il famigerato spread, la differenza percentuale fra il rendimento dei Bund tedeschi e dei Btp italiani, è scesa al valore più che accettabile di 200 punti, ma tra chi moderatamente esulta e chi minimizza, il fatto non ha destato grande impressione nel paese.

Grande scalpore, invece, su una sequenza di fatti che sembra orchestrata dal Fato con la maestria del grande, sapiente drammaturgo.

Il vice Ministro dell’Economia Stefano Fassina, apparso fin dall’inizio l’uomo sbagliato al posto sbagliato nella composizione del Governo Letta, decide di dare le dimissioni. Ma non solo perché, dice lui, la linea economica del Governo dettata dal Ministro Fabrizio Saccomanni (bersaglio quotidiano, lo ricordiamo per ingarbugliare ancora di più le carte, del garrulo capogruppo forzitaliano Renato Brunetta ) non lo soddisfi appieno. Certo, non è d’accordo su molte importanti questioni, ma quella decisiva è un’intervista, meglio, uno scambio al volo di battute tra il suo neo Segretario Matteo Renzi e un gruppo di giornalisti, documentato puntualmente da contributi audiovideo. Renzi , udendo il nome del risoluto vice Ministro, che a suo tempo lo definì elegantemente ‘portaborse’, lanciatagli al volo da un giornalista, accenna un «chi?», senza particolari ammiccamenti.

Tanto è bastato al prode Fassina, che aveva eroicamente accettato di dar vita alle larghe intese al fianco di gente non esattamente nelle sue corde politiche come Angelino Alfano o Gaetano Quagliariello, per  decidere che no, lui a queste condizioni non ci stava più, presentando immediate dimissioni e facendo balenare l’eventualità di quella che il vecchio leone Achille Occhetto ha definito, lui sì sogghignando, «la crisi del chi». Al caro Achille ho replicato che la sua battuta, ottima, poteva far intravedere una reale crisi di identità, in atto nella corrente minoritaria del Pd, smarrita nello sconcerto dell’ ennesima  sconfitta. Mah.

Intanto, la sceneggiatura crudele e beffarda del Destino, stava ordendo un altro colpo di scena. Pierluigi Bersani, leader di riferimento proprio della corrente in crisi d’identità che si diceva sopra, è colto da un aneurisma che lo costringe a un immediata operazione al cervello. Questa sì è una notizia davvero dolorosa,  grave e rattristante.

Ma la miseria del nostro vissuto contemporaneo è sempre in agguato, non fa sconti a nessuno nemmeno in tempo di saldi. Accanto agli auguri di pronta guarigione, espressi nei toni che vanno dall’accorato al sincero, dall’ipocrita fino al cinico (nel calcolo del  momento scelto per la formulazione) compare, spiattellato impietosamente sul web con preferenza per il sito de ‘Il Fatto Quotidiano‘, un’abominevole bestiario di messaggi sgangherati, ben oltre il limite dell’idiozia e dell’inciviltà, inneggianti al malore che ha colpito il povero Bersani.

Viene da chiedersi se in Germania un fenomeno analogo si sia manifestato in seguito all’incidente occorso sui campi di sci ad Angela Merkel. Sarebbe interessante saperlo.

Ma ancora una volta, come per la ‘crisi del chi’, la notizia succosa per i media nostrani diventa quella della vergognosa marea di fango. Perché formalmente sono tutti accanto al capezzale di Bersani, ma chi preoccupa davvero per il futuro dell’Italia è l’avanguardia ignorante e nichilista sempre pronta a dare il peggio di sé, appena se ne presenta l’occasione.  

Chi sono? Quanti sono? E soprattutto, per chi votano? Abbiamo fatto cenno in precedenza al cinismo che contraddistingue molti dei nostri politici. Una cartina di tornasole che ci permettiamo di suggerire, nel momento di esercitare con il voto l’unica funzione davvero incisiva che spetta a tutti noi cittadini, è proprio questa: rifuggire da chi, apertamente o, ancor peggio, in modo subdolo, alimenta la cloaca tracimante che sta diventando la nostra cifra distintiva.  E ce ne sono, oh se ce ne sono.

 

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