lunedì, Giugno 21

Global Health Summit per ripensare la ‘cura’ post-Covid-19 “Bisogna fare delle politiche che mirino alla salute delle persone e dell’ambiente perché, senza queste, non possiamo nemmeno avere un'economia sana“. A colloquio con Giorgia Dalla Libera Marchiori, scienziata biomedica e Direttrice della Swedish Organization for Global Health

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Quasi per ironia del destino, a pochi giorni dalla scomparsa di Franco Battiato, il Belpaese torna a parlare di ‘cura’, titolo di una delle canzoni più note del cantautore siciliano, ma anche tasto dolente nell’anno della pandemia di Covid-19. L’Italia, quale Presidente di turno del G20, e la Commissione Europea ospitano in queste ore a Roma (ma in videoconferenza) il Vertice Mondiale sulla Salute, il Global Health Summit, al quale partecipano tutti i membri del G20 come Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Giappone, Repubblica di Corea, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti e Unione europea. Singapore, Spagna e Paesi Bassi sono Paesi ospiti. Si aggiungono i capi di Stato o di governo del Portogallo, che detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’UE, della Norvegia (copresidente dell’ACT-Accelerator) e della Svizzera.
“Il vertice mondiale sulla salute è un evento speciale della presidenza italiana del G20: organizzato in collaborazione con la Commissione europea, offre l’opportunità di condividere gli insegnamenti tratti durante la pandemia di COVID-19. Discuteremo delle modalità per migliorare la sicurezza sanitaria, rafforzare i sistemi sanitari e potenziare la nostra capacità di affrontare in futuro le crisi in uno spirito di solidarietà” , ha affermato il Premier italiano, Mario Draghi. 

Il Summit dunque si propone di essere un’occasione per il G20 e per tutti i leader invitati, tra i quali i capi delle organizzazioni internazionali e regionali e i rappresentanti degli organismi sanitari globali, per mettere insieme le esperienze maturate nel corso della pandemia ed elaborare e approvare una ‘Dichiarazione di Roma’. Quanto contenuto in questa dichiarazione sarà la base per costruire la cooperazione multilaterale di riposta alle future crisi sanitarie mondiali

“Il mondo deve essere meglio preparato a proteggere l’umanità dalle pandemie future. Dobbiamo imparare la lezione e tutti i paesi devono lavorare meglio insieme per migliorare la sicurezza sanitaria globale. E la rinascita della nostra salute inizia a Roma” ha dichiarato la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. 

Il vertice prenderà le mosse dal Coronavirus Global Response, la maratona di donazioni che lo scorso anno ha raccolto quasi 16 miliardi di euro da donatori di tutto il mondo per l’accesso universale a trattamenti, test e vaccini contro il coronavirus; ma prenderà in esame anche il lavoro di istituzioni internazionali come l’OMS la cui Assemblea Mondiale si terrà a breve.

Lo scopo è lo sviluppo di migliori politiche sanitarie alla luce della tragedia che è stata la pandemia del Covid-19, ma da dove iniziare? Qualcuno, come membro della società civile, è stato chiamato a fare delle proposte. Questo è il caso di Eloi Laurent, un economista ecologo a Sciences Po (Parigi) e Stanford University (Stanford), Giorgia Dalla Libera Marchiori, scienziata biomedica e direttrice della Swedish Organization for Global Health, Alessandro Galli, macroecologo e Direttore del Programma Mediterraneo del Global Footprint Network, Fabio Battaglia,  dottorando in Social Policy presso l’Università di Edimburgo e Raluca Munteanu, responsabile della sostenibilità ambientale della Swedish Organization for Global Health. Cinque esperti che hanno pubblicato un nuovo articolo che stila sei principi base per la stesura e la divulgazione di politiche che mettano al centro  l’interconnessione tra salute, ambiente ed economia, interdipendenza dalla quale far discendere le varie scelte politiche. I sei principi in questione, che sono confluiti in un appello ai leader mondiali che si accingono a prendere parte al Global Health Summit, sono:

1) riconoscere che al centro della salute planetaria c’è il nesso Salute-Ambiente e sostituire il concetto di costi-benefici con quello di co-benefici;

2)dare priorità al sistema sanitario, sia del punto di vista della prevenzione che della mitigazione;

3)ripensare la produzione alimentare e il suo consumo;

4)sviluppare sistemi energetici che promuovano il benessere;

5)investire nella cooperazione sociale;

6)sfruttare l’educazione per il benessere.

Per saperne di più, abbiamo chiesto chiarimenti ad un’autrice, Giorgia Dalla Libera Marchiori, scienziata biomedica e direttrice della Swedish Organization for Global Health.

La pandemia di Covid-19 è stata un “disastro evitabile” e “il messaggio per il cambiamento è chiaro: Covid-19 deve essere l’ultima pandemia. Se la comunità globale non prende sul serio questo obiettivo, condanneremo il mondo a catastrofi successive”. Sono solo alcune delle dichiarazioni riportate in un rapporto indipendente pubblicato sulla rivista ‘The Lancet’ e redatto da un team di esperti su richiesta del Direttore generale dell’Oms, incaricato dall’Assemblea mondiale della sanità di avviare una revisione indipendente, imparziale e completa sulla risposta sanitaria internazionale alla pandemia da Covid-19. Qual’è la sua personale valutazione della risposta globale alla pandemia?
Ho studiato e lavorato nell’ambito delle malattie infettive precedentemente, non con i virus o con i coronavirus, ma con altre malattie di tipo infettivo, e so bene che questo tipo di malattia era un po’ una tragedia annunciata. Nel senso che sia l’OMS così come molti scienziati che si occupano di malattie infettive, da almeno 10 anni, avvertivano il pericolo di una pandemia di tipo virale. Quindi non è che questa fosse una novità per chi lavora in questo ambito. Non si sapeva quando sarebbe successo, ma si sapeva che sarebbe successo. Soprattutto l’Organizzazione Mondiale della Sanità, negli anni, ha spinto i governi a riconsiderare i piani che dovevano evitare una mal gestione di una pandemia. Credo che a livello mondiale non ci fosse alcun Paese pronto per questa evenienza, probabilmente perché i costi di preparazione sono alti e la prevenzione non è che riesce molto bene in quasi nessun Paese. Quindi, invece di investire nella prevenzione, magari in piani aggiornati contro pandemie, preferiamo aspettare che accadano per poi spendere soldi per tappare i buchi. L’articolo di ‘Lancet’ si basa proprio sul fatto che il rischio pandemia non era una novità, come dimostrano numerose pubblicazioni precedenti. Si pensava si sarebbe trattato di una pandemia di tipo virale, di virus influenzale, invece è stata di coronavirus e c’è da dire che questa non sarà l’ultima. Quindi, quando sento persone dire che questa è una cosa che succede una volta nella vita, rimango un po’ scettica. Il problema principale è che i Paesi non avevano un piano d’azione per fronteggiare una pandemia di questo livello, nonostante ci siano state altre pandemie in precedenza, che non hanno sempre avuto gli stessi effetti catastrofici, sebbene la SARS sia stata un’avvisaglia.
Quanto la politica, tra nazionalismo, disinformazione e sottovalutazione, ha inficiato sulla risposta globale al Covid-19?
Vorrei dire che quando si parla di salute, ed in particolare di malattie infettive, siamo tutti interconnessi. In quest’ottica, non ha assolutamente senso cercare di risolvere il problema all’interno di uno Stato specifico. Ovviamente all’inizio di una pandemia, in questo caso in Cina, ci sono delle misure per cercare di contenerla a livello geografico, ma sappiamo bene che è comunque difficile mantenere l’epidemia circoscritta. In qualche modo, ci sarà qualcuno che uscirà dal Paese e quindi diffonderà l’infezione. Un approccio nazionalistico è dunque limitativo: c’è bisogno di interagire con gli altri Paesi, ma allo stesso tempo non si può avere una strategia uguale per tutti perché ogni Paese ha delle condizioni diverse. Se prendiamo l’Italia, che purtroppo è stata quella che in Europa ha sofferto di più all’inizio di questa pandemia, si è trovata, rispetto ad altri Paesi, in una situazione di svantaggio perché è stata la prima nel Vecchio Continente, ma anche perché è densamente popolata.
Alla Cina così come all’OMS viene rimproverata la scarsa chiarezza nella comunicazione delle informazioni nelle prime settimane della pandemia. Ma sappiamo anche che tra lo scoppio di un’epidemia e la comprensione delle sue caratteristiche passa del tempo, che serve alla scienza per studiare e approfondire il problema. Senza addentrarsi nell’aspetto politico internazionale, il ritardo si poteva evitare o era fisiologico?
So che ci sono state discussioni, anche in Cina, tra scienziati e, quindi, è possibile che si potesse essere più veloci nel riportare la la situazione, però è anche vero che richiede tempo capire di che tipo di virus si tratta, quali sono le modalità di trasmissione, se si trasmette dall’animale all’uomo, se si sta diffondendo o geograficamente limitato. Punto di vista da questo punto di vista credo sia molto facile prendere la Cina e dire che avrebbe potuto far meglio. Questo è possibile, soprattutto in certi aspetti, anche perché ha avuto a che fare, precedentemente, con la SARS e con altre malattie e quindi era molto più preparata di altri Paesi. C’è da dire che gli altri Paesi, in Europa o negli Stati Uniti, hanno avuto un po’ più tempo per prepararsi e quando si è saputo di un virus che si stava diffondendo in Cina hanno avuto comunque dei ritardi. Nel gioco a chi ha più responsabilità, si finisce per perdere tutti.
La necessità di comunicare, di condividere le informazioni è centrale in una pandemia. Per affrontarla in modo multilaterale e globale, si potrebbe fare diversamente, senza l’OMS, o un organismo come questo, pur con tutti i suoi limiti, rimane fondamentale?
Credo non si possa fare a meno perché c’è bisogno di un organismo ‘sanitario’ che sia una piattaforma di dialogo tra i vari Paesi, per poter trovare delle soluzioni insieme. L’OMS ha i suoi problemi, come tutte le grandi organizzazioni, e quindi può migliorare. Tuttavia, c’è anche da dire che il potere che l’OMS ha nell’imporre certe misure è pressoché inesistente: quindi, può tracciare delle linee guida, ma poi sta ai Paesi seguirle e rendersi conto che hanno una responsabilità, soprattutto nella mancata preparazione, nonostante le raccomandazioni. Perciò, non si può dare tutta la colpa all’OMS se le cose non vanno come si spera. Penso, però, che, senza un organismo del genere, sarebbe ancora peggio riuscire a parlarsi perché non ci sarebbe nessuno che si assume la leadership nel disegnare delle linee guida specifiche su cosa fare a livello internazionale.
Approccio multilaterale, si diceva. Del resto, nessuno è salvo se non sono salvi tutti. Nelle prime bozze che circolano della Dichiarazione di Roma, sembra non essere stato inserito alcun riferimento al sostegno alla liberalizzazione dei brevetti, che, nelle ultime settimane, ha ottenuto l’appoggio anche del Presidente americano, Joe Biden. Ci sono molte polemiche sull’utilità di rinunciare ai brevetti per garantire una maggiore produzione. Lei che è idea si è fatta della questione?
Non sono esperta di brevetti, però credo ci sia un grosso problema a livello non solo sanitario. Penso che il modo con cui attualmente si gestiscono i brevetti non sia il migliore perché credo che la priorità non dovrebbe essere quello di garantire alle case farmaceutiche di fare profitto, ma la salute delle persone.
Domani i leader mondiali discuteranno le modalità per rafforzare il sistema sanitario globale, partendo dalle lezioni apprese dalla pandemia di Covid-19. Lei, insieme ad altri esperti, firma un appello rivolto ai protagonisti del Summit di domani nel quale propone dei principi che dovrebbero fornire la base per una possibile ricostruzione della Sanità globale. Il primo principio del Vostro appello sancisce l’assoluta indissolubilità di tre dimensioni, Salute-Economia-Ambiente, finora considerate a compartimenti stagni, con la seconda e la terza derubricate ad un livello secondario rispetto alla prima. Perché i tre aspetti sono inter-dipendenti e quale dovrebbe essere il primo passo per introdurre questo nuovo paradigma?
La nostra società si organizza e, organizzandosi, crea un’economia che è una forma di organizzazione sociale. La salute e l’ambiente in cui viviamo sono ciò che rende possibile l’economia: se non ci fosse la salute, non ci sarebbero attività economiche; se l’ambiente fosse completamente distrutto, non avremmo neanche le risorse per le attività economiche. L’economia è quindi qualcosa che esiste perché abbiamo una popolazione in salute che può fare delle attività che consideriamo economiche, ma anche perché abbiamo un ambiente che ci dà le risorse, ma che se noi non curiamo o  distruggiamo, mettiamo a repentaglio quella stessa salute. Questa è la connessione tra le tre dimensioni. Quello che purtroppo è stato fatto negli ultimi cinquant’anni è stato mettere le tre dimensioni sullo stesso piano o, addirittura, mettere l’economia al piano più alto, mettendo il resto in secondo piano: quindi tagliamo la sanità basta che cresca il PIL. Se abbiamo questa prospettiva, sottovalutiamo salute e ambiente e gli effetti per l’economia ci sono comunque: magari non per i milionari, ma per il resto della popolazione sì. Vogliamo dimostrare che esiste questa connessione e che quando ci focalizziamo sulla salute e sull’ambiente, quindi quando facciamo delle politiche che proprio si concentrano su questi aspetti, abbiamo anche un’economia migliore e questo ha un vantaggio anche per le attività economiche perché le persone sono in salute, quindi non dobbiamo spendere soldi dal punto di vista sanitario – magari risparmiamo perché investiamo in prevenzione – e ambientale. Lasciare indietro la salute delle persone e dell’ambiente non favorisce l’economia, non a lungo termine. Cosa fare? Innanzitutto imparare dai ‘key studies’ che abbiamo inserito nell’articolo e  che sono degli esempi di attività che favoriscono la salute delle persone e dell’ambiente, ma hanno anche dei risvolti positivi dal punto di vista economico. E poi farsi una domanda, quando si impostano delle politiche nazionali internazionali, e cioè: cosa stiamo mettendo come priorità? La priorità è il profitto economico, solo quello? Oppure abbiamo come priorità la salute delle persone e dell’ambiente? È importante che il nostro PIL cresca, indipendentemente da come cresce, quindi anche se spendiamo molto in sanità perché la gente si ammala di cancro? Questo fa crescere il PIL, ma lo vogliamo far crescere così? Bisogna fare delle politiche che mirino alla salute delle persone e dell’ambiente perché, senza queste, non abbiamo anche la crescita economica.

Online medical diagnosis and treatment

O meglio, abbiamo una crescita economica che è solo a breve termine, visto che nel lungo termine tende all’autodistruzione. In questo senso, il mese scorso, il Presidente americano Biden ha indetto un summit globale sull’ambiente, ponendo questo come una priorità dell’agenda Internazionale. Che impressione ha avuto da quel vertice? Ci sono tutti i presupposti per una rivoluzione ‘green’?
È una bella domanda perché anche per questo Global Health Summit, vedo che l’ambiente e la sostenibilità sono nominati. Però, secondo me, c’è ancora una mancanza di connessione tra la salute, le future possibili pandemia e come stiamo trattando l’ambiente. Da un certo punto di vista sono positiva perché leggo che c’è più attenzione verso il tema dell’ambiente e questo anche grazie all’impegno dei giovani attivisti – da Friday for Future ad altre organizzazioni – però credo che stiamo lavorando ancora a blocchi separati.
Nel secondo principio del vostro appello, sottolineate l’importanza dei sistemi sanitari, sia “per la prevenzione” sia “per la mitigazione”. La valutazione della risposta al COVID-19 di 28 sistemi sanitari, peraltro, è stata al centro di un recente rapporto pubblicato su ‘Nature Medicine’. Secondo Lei, quali sistemi sanitari hanno avuto le reazioni migliori e quali quelle peggiori?
È difficile dirlo nel senso che anche i Paesi in cui il sistema sanitario era migliore -come la Svezia- ha trovato delle difficoltà, ma questo è anche dovuto al fatto che c’era una mancanza di preparazione. Poi vediamo dei Paesi come gli Stati Uniti – dove sapevamo già che il sistema sanitario non si preoccupa della salute delle persone, ma del profitto – in questo caso abbiamo visto come l’effetto sia stato assolutamente devastante. E qui si parla anche di equità e di chi ha accesso al sistema sanitario: devo dire che l’Italia -che ha anche i suoi problemi, ma che ha un sistema sanitario accessibile a tutti – è stata di esempio, anche perché il sistema sanitario universale è ciò che l’OMS chiede da anni.
Questo un punto cruciale: il diritto della salute come diritto inalienabile della persona, a prescindere dalla condizione economica e sociale. Non è forse una delle conquiste più importanti dalla pandemia dalle quali ricostruire il sistema sanitario nel post-Covid-19?
Spero di sì, che la pandemia faccia capire a molte persone che il diritto alla salute non è legato al portafogli, ma è un diritto di ogni essere umano. E questo dovrebbe farci riflettere anche su come valutiamo i Paesi: Paesi con grande crescita economica, si sono rivelati particolarmente poveri nel mantenere la salute e il benessere dei cittadini.
Il che vuol dire ricalibrare, in ambito sanitario, la considerazione della persona come paziente e non come consumatore, come avviene nel mondo anglosassone, giusto?
Assolutamente sì e questo si lega a ciò che scegliamo come priorità, se il profitto oppure la salute delle persone, ma si lega anche alla prevenzione. Al momento penso che investiamo tanto nella cura delle persone, ma credo ci sia tanto che potremmo fare per prevenire le malattie che queste persone hanno. E questo si lega all’ambiente e, per esempio, all’aria inquinata di alcune città che aumenta il rischio di malattie e tumori. Se investiamo in città più pulite e quindi facciamo prevenzione e questo avrà effetti positivi anche sui costi sanitari.
Dimensione territoriale, quindi la forte presenza sul territorio della sanità, e l’allungamento della vita, dovrebbero trovare posto nella ricostruzione della sanità?
Penso che ci sia un grosso bisogno di supporto sanitario a livello locale e di dialogo con le comunità. Non si può avere una buona salute se non si interagisce localmente con la popolazione, incrementando anche l’educazione sanitaria a livello locale. Avere certe conoscenze di base è fondamentale, specialmente in situazioni d’emergenza, come ha dimostrato l’impreparazione della gente a seguire misure sanitarie semplici come lavarsi le mani Vedere la sanità non solo come il posto dove si va per essere curati, ma anche come ciò che ci accompagna nella vita. Le persone vivono più a lungo, ma come vivono? Vogliamo che vivano gravemente malate negli ultimi venti anni di vita o vogliamo una vita sì più lunga, ma più sana? Questa è la prevenzione che deve toccare tutte le età, dai più giovani ai più vecchi. Inoltre la nostra salute dipende da tutti/e i/le lavoratori/rici parte del sistema sanitario, in tutti i suoi livelli. Questa pandemia ci ha fatto ben capire il valore fondamentale di questi/e lavoratori/rici, e ritornerà fondamentale nella gestione dei problemi dovuti al ‘mental health’ che insorgeranno principalmente nel post-COVID..
Partendo dalla necessità di riconsiderare la persona come paziente e non come consumatore, come deve essere rimodulato il rapporto tra sistema sanitario e Big Pharma? 
È una questione abbastanza problematica perché ovviamente tutte le multinazionali sono un grosso problema da gestire visto il loro enorme potere economico. La produzione, in questo caso, di vaccini, veloce è importante, ma è anche importante conoscere come vengono prodotti questi vaccini, dove vengono prodotti, sempre pensando anche il punto di vista dell’equità. È importante collaborare con le case farmaceutiche, però ovviamente diventa difficile intavolare delle collaborazioni in piena crisi sanitaria. Ecco perché devono essere messi in piedi dei piani antecedentemente in modo da evitare che quando un’emergenza arriva bisogna trovare delle soluzioni velocemente. Però penso che bisogna trovare un equilibrio tra la necessita di collaborazione, magari con le aziende che producono farmaci, e quali condizioni sono accettabili a livelli di produzione e distribuzione.
Tra l’altro, nel pieno della pandemia, abbiamo visto come delegare la produzione di dispositivi sanitari e farmaci a Paesi lontani, allungando le catene di approvvigionamento, sia stato deleterio. E poi, non possiamo delegare solamente alle Big Pharma la ricerca scientifica: la spesa pubblica in questo aspetto non può essere tralasciata. 
Su questo punto un’opinione abbastanza ferma perché credo che le università dovrebbero avere il mandato principale: quando si parla di salute e di qualsiasi altro tipo di ricerca, università dovrebbero essere i centri pubblici in cui si fa ricerca perché la salute è di tutti e quindi dovrebbero essere istituzioni pubbliche ad assumersi tale impegno anche perché sono i luoghi dove si formano le competenze dei ricercatori. Questo perché il profitto finirebbe per non avere la salute come obiettivo.
L’esempio del vaccino mRNA è un esempio di come la ricerca, magari inizialmente inutile, possa portare a delle vere e proprie rivoluzioni. Ma, nella ricostruzione dei sistemi sanitari, la tecnologia dovrà avere una presenza paritetica a quella umana?
La tecnologia sarà argomento di questo summit e sicuramente la tecnologia e sta già avendo un grosso peso a livello sanitario. Qui torniamo sempre al discorso dell’equità per cui ci sono dei paesi che hanno accesso ad altri no, però c’è anche da dire che, secondo me, la salute va ben oltre la diagnostica o l’uso di certe tecnologie. E in questo torniamo alla prevenzione e alla necessità dell’interazione tra persone: per esempio, abbiamo visto come molti indecisi rispetto alla vaccinazione abbiano cambiato idea perché qualcuno che conoscono gli ha detto che si è vaccinato. Per cui la tecnologia non credo possa sostituire completamente l’interazione umana e, pur non essendo medica, penso che questo non accadrà neanche nella diagnostica visto che il medico umano fa una diagnosi non solo sulla base di sintomi. Quindi le tecnologie possono essere strumenti di supporto, ma non sono in grado di sostituire il/la professionista sanitario/a.
L’ex Premier italiano, Mario Monti, che ora guida un team voluto dall’OMS, suggerisce di inserire il parametro delle spese sanitarie nella valutazione del rating di un Paese. Questo sarebbe uno strumento importante soprattutto nei confronti dei Paesi più riottosi alla spesa in sanità? 
Dipende da quali sono i Paesi di cui parliamo, se parliamo dell’Europa, o almeno di alcuni Paesi europei, potrebbe funzionare, ma ci sono Paesi in cui la situazione politica o economica non è molto buona e quindi il fatto di non investire nella sanità dipende da molti fattori. Ma condizione del Paese a parte, penso che un solo numero non possa dare l’esatta visione di cosa sta accadendo in un Paese ed è un po’ quello che succede con il PIL che è solo un numero che rappresenta solo una parte della situazione. Per quanto riguarda la spesa sanitaria, bisogna considerare tante cose: se abbiamo una spesa sanitaria alta, non significa che funzioni meglio. E qui entra in gioco la prevenzione: se investiamo in questa, potremmo avere una spesa sanitaria minore. Se guardiamo solo ai numeri, gli Stati Uniti investono enormi quantità di denaro, ma poi è uno dei Paesi a più alto reddito che ha la maggiore mortalità delle donne partorienti.
Nei Recovery Plan dei Paesi, soprattutto europei, sono state date abbastanza risorse alla sanità?
Non ho molta esperienza a riguardo, ma so, per esempio, che l’Italia negli anni ha tagliato. Questo ha delle ripercussioni, non solo in una pandemia. È difficile fare una valutazione solo su un numero perché se non consideriamo questa correlazione, solo spenderà in sanità può non risolvere niente.
La salute passa anche attraverso il cibo ed è un po’ quello che evidenziate nel terzo principio del vostro appello. Suggerite un ripensamento dell’alimentazione, magari riducendo o eliminando degli alimenti – soprattutto quelli che necessitano di allevamenti intensivi – ed introducendone di nuovi. Quali? E siamo pronti ad affrontare questo mutamento che è culturale, oltre che economico?
Il cibo è molto importante per la salute e per l’ambiente e la produzione industriale ha effetti anche molto negativi sull’ambiente oltre che sulla salute. Noi non diciamo quale dieta sia necessario introdurre, ma c’è l’EAT che ha stilato la Planetary Diet, una dieta sana sia per la salute sia per l’ambiente. In realtà, in questo tipo di dieta non si elimina del tutto la carne, ma la si riduce drasticamente, soprattutto per i Paesi europei o del Nord America dove il consumo è maggiore. Ovviamente il cambio di dieta ha effetti positivi anche per l’ambiente perché la produzione della carne (soprattutto bovina) ha un impatto ambientale molto grosso. E poi ci sono cibi, di vario tipo come bevande zuccherate o pietanze di fastfood, che sono promossi a livello internazionale, ma che comportano rischi per la salute molto alti. Quindi bisogna fare una valutazione di quegli alimenti che la scienza ha dimostrato essere nocivi per la salute e per l’ambiente.
Siamo pronti per fare questo salto?
Penso che la responsabilità non debba essere solo individuale perché è anche difficile fare delle scelte se quello che ci viene proposto è cibo che non è di buona qualità, ma è a basso costo e se io ho un basso reddito sono pur sempre vincolato. C’è una grossa responsabilità statale e internazionale: se mettiamo sempre al primo posto il profitto, la salute viene messa in secondo piano. Se ci sono delle aziende che non hanno un effetto positivo sulla salute delle persone e dell’ambiente, bisogna porsi delle domande. Bisogna fare delle politiche per evitare che queste aziende prendano piede.
Anche perché, spesso, per produrre tali tipologie di cibo, occorre sprecarne tanto e questo danneggia, oltre che l’ambiente, i Paesi più poveri. Ma a cambiare, secondo voi, dovrebbe essere anche il sistema energetico. Da che parte bisognerebbe cominciare?
Fare degli investimenti in petrolio o in risorse con impatto ambientale molto grosso deve assolutamente essere interrotto. Ci sono delle fonti energetiche che sono molto più sane per l’ambiente e per la salute. Ci sono città che si stanno impegnando per avere un’aria più pulita, magari permettendo la circolazione in bicicletta: il problema non è solo quale tipo di energia, ma anche come la usiamo.
La cooperazione sociale è un altro elemento su cui Voi insistete nell’appello. Aumentare la solidarietà e ridurre la solitudine è l’obiettivo, solidarietà che è economica, sociale, ma anche generazionale. Cosa vuol dire, concretamente, rivalutare la cooperazione sociale? 
Creazione sociale è assolutamente fondamentale ed è importante anche per mantenere la salute delle persone. Abbiamo visto in questa pandemia, dove siamo stati distanti magari non abbiamo potuto vederci per mesi, il costo di non avere un supporto sociale. Questo ci dimostra quanto importante sia la solidarietà e questa è anche relazionata al fatto che siamo tutti sullo stesso pianeta e dipendiamo tutti dalle stesse risorse e se dipendiamo tutti dalle stesse risorse, gli effetti negativi si ripercuotono su tutti noi che viviamo su questo pianeta. Siamo tutti sulla stessa barca. Penso che un altro settore, quello del volontariato e del supporto sociale, non fa PIL, ma sostiene la struttura sociale. Senza questo sostegno, non avremo, per esempio, attività economiche. La coesione sociale è quindi importante e dovrebbe essere anche un criterio di valutazione dei Paesi perché ha delle ripercussioni sia sulla salute – pensiamo agli anziani – ma anche sull’ambiente.
A proposito di spesa pubblica, nell’appello rimarcate il legame tra istruzione e benessere: lo abbiamo visto nella pandemia, su chi dava retta alla scienza e sapeva gestire meglio le regole di sicurezza, ma lo vediamo anche oggi quando si parla di no-vax. Siamo pronti a cambiare in tema di educazione, svincolandola dalla logica di mercato?
Abbiamo un concetto molto limitato di educazione: pensiamo sia solo andare in classe per un certo numero di ore al giorno, imparare qualcosa e andare in giro per il mondo. Ma l’educazione dovrebbe essere il luogo dove le persone hanno l’opportunità di sviluppare pensiero critico per analizzare le informazioni che ricevono. In più, dobbiamo riconnetterci con l’ambiente. E l’Italia su questo si è portata molto avanti con l’introduzione di corsi obbligatori sulla sostenibilità in tutte le scuole e corsi di laurea.
“E se la migliore politica economica fosse una forte politica sanitaria? E se la migliore politica sanitaria fosse una forte politica ambientale?”, vi chiedete in chiusura di appello. La vostra risposta è sicuramente affermativa, ma cosa risponderanno i leader mondiali? E cosa risponderebbe ai più scettici?
La nostra speranza è che ci sia una conversazione un po’ diversa e che la salute venga messa come priorità, ma in correlazione con l’ambiente. Siamo speranzosi: durante questa pandemia sono venute a galla delle problematiche che prima erano chiare solo ad una piccola parte della popolazione, mentre ora sono chiare alla  maggior parte. A quelli meno convinti, direi di leggere il nostro articolo e avremo anche un evento online il 18 giugno per discutere di questi temi con chiunque vorrà partecipare.
Ritiene più vicina una salute europea unita?
Da una parte, sono positiva perché penso che abbiamo realizzato l’importanza di una comunità europea, dall’altra vedo anche come la risposta all pandemia possa essere anche usata per sostenere il nazionalismo. Ma senza unità, come ha dimostrato la pandemia, non si va da nessuna parte.

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