mercoledì, Ottobre 27

Global Health Summit: dal Covid-19 e oltre, ora servono i fatti sulla salute “La Dichiarazione di Roma mette in risalto la centralità della salute, ma poi sta agli Stati fare delle politiche nazionali e internazionali adeguate”. A colloquio con Giorgia Dalla Libera Marchiori, scienziata biomedica e Direttrice della Swedish Organization for Global Health

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Parole, parole, soltanto parole? O quando si parla di salute, dopo il Covid-19, si passerà ai fatti? Solo il tempo ce lo dirà, ma sicuramente il Global Health Summit tenutosi in via virtuale a Roma lo scorso venerdì sotto la presidenza italiana del G20 e conclusosi con la firma della Dichiarazione di Roma ha gettato delle buone basi.

“Il Global Health Summit è un puntuale promemoria del potere della cooperazione multilaterale. La pandemia ha mostrato che dobbiamo superare i confini se vogliamo affrontare le sfide dei nostri tempi. Fra queste non vi è solo la pandemia, ma anche le disuguaglianze globali e il cambiamento climatico. I contributi al dibattito odierno serviranno come solida base per rafforzare la nostra risposta all’attuale emergenza sanitaria e alle crisi future. Questo è lo spirito della Dichiarazione di Roma, una serie di principi che ci garantiranno una migliore preparazione per una possibile futura pandemia”, ha affermato il Presidente del Consiglio Mario Draghi in conferenza stampa al termine del vertice.

Pianificazione, ma soprattutto multilateralismo sono le parole d’ordine anche per far fronte alla pandemia di Covid-19: Dobbiamo aiutare i Paesi a basso reddito, compresa l’Africa, a produrre i propri vaccini. Probabilmente avremo bisogno di più cicli di vaccinazione in futuro, e aumentare la produzione è essenziale. Una proposta è quella di introdurre una sospensione dei brevetti sui vaccini. L’Italia è aperta a questa idea, in modo mirato, limitato nel tempo e che non metta a repentaglio l’incentivo ad innovare per le aziende farmaceutiche”, ha precisato Draghi.

Il primo ministro italiano ha tuttavia riconosciuto che “questa proposta non garantisce che i Paesi a basso reddito siano effettivamente in grado di produrre i propri vaccini. Dobbiamo sostenerli finanziariamente e con competenze specializzate. L’Italia accoglie con favore l’iniziativa della Commissione europea volta a produrre vaccini e prodotti sanitari nei Paesi a basso e medio reddito. Vogliamo coinvolgere le nostre aziende farmaceutiche e i nostri centri di ricerca per sostenere la produzione, in particolare in Africa. E lo faremo insieme ad altri paesi partner, tra cui Francia e Germania”.

Secondo Il Premier italiano, inoltre, le aziende farmaceutiche “si sono impegnate e hanno messo in gioco anche la loro reputazione: è un passo molto importante che cambierà il panorama. Se manteranno l’impegno, molte delle controversie sui vaccini pur rimanendo importanti assumeranno un’importanza leggermente minore”.

Ma cosa cambia concretamente nella riflessione sulla ricostruzione della sanità a livello globale? Lo abbiamo chiesto a Giorgia Dalla Libera Marchiori, scienziata biomedica e Direttrice della Swedish Organization for Global Health, autrice, insieme ad altri esperti (Alessandro Galli, macroecologo e Direttore del Programma Mediterraneo del Global Footprint Network, Fabio Battaglia,  dottorando in Social Policy presso l’Università di Edimburgo, Eloi Laurent, economista ecologo a Sciences Po (Parigi) e Stanford University (Stanford), e Raluca Munteanu, responsabile della sostenibilità ambientale della Swedish Organization for Global Health), di un appello ai leader del G20 per ripensare al valore centrale della salute delle persone e dell’ambiente post-pandemia, sulla base di un approfondito policy paper in cui fa delle proteste.

Direttrice, Lei, insieme ad altri esperti, aveva sottoscritto un appello rivolto ai leader invitati al Global Health Summit 2021. I temi da voi sollevati hanno trovato spazio nel documento conclusivo del vertice, la Dichiarazione di Roma? Le sue e le vostre aspettative sono state soddisfatte o deluse?

Sono stata piacevolmente sorpresa da alcuni aspetti della dichiarazione ma non da altri, cioè non sono cosi sorpresa dal fatto che alcune cose non siano state messe in evidenza di più. Per quanto riguarda l’aspetto positivo, e questo è il risultato della pandemia, il concetto di ‘prevenzione’ torna più volte nella Dichiarazione di Roma. Questo mi fa piacere perché è importante investire su questo aspetto. Dall’altro lato, anche confrontandomi con gli altri colleghi con cui ho scritto il policy paper, devo dire che non soddisfatta su come si parla di crescita economica. Infatti, non si continua a sottolineare il concetto di ‘crescita’, anche se si specifica “sostenibile’, non ci fa alcuna domanda a riguardo. Crescita economica a tutti i costi? Insomma sembra auspicare un ‘ritorno’ al pre-Covid da questo punto di vista.

In quest’ottica, quindi, possiamo dire che lo stretto legame tra economia, salute e ambiente, come da Voi auspicato nell’appello per ripensare la sanità globale post-Covid, è stato ben poco messo in risalto?
Sì, quello che posso dire è che la Dichiarazione rimane in linea con il sistema che abbiamo correntemente, per cui la crescita economica rimane pilastro centrale anche all’interno di questa Dichiarazione. Ovviamente ci sono vari opinioni sul fatto se crescita economica possa essere o meno una cosa buona. Quello che, forse, sarebbe stato interessante chiedersi è se la crescita economica è sempre positiva oppure se mostra solo una realtà parziale. In alcuni Paesi, per esempio, abbiamo una forte crescita economica, ma poi il sistema sanitario non funziona troppo bene. Questa credo sia stata la parte su cui si è fatto meno, ma c’era da aspettarselo nel senso che sappiamo che mettere in discussione il concetto di crescita economica è una delle difficoltà più importanti a livello internazionale. Mi sarebbe piaciuto essere contraddetta.
Nel preambolo della Dichiarazione, vengono citati la Risoluzione UNGA del 11/09/2020 e il Regolamento Sanitario Internazionale del 2005 mentre torna più volte, in tutto il documento, l’approccio ‘One Health’. Sono i giusti riferimenti per gettare le basi della ricostruzione della sanità globale post-Covid-19?
Sì, devo dire che ‘One Health’ e ‘Universal Health Coverage’ (cioè un sistema sanitario che copre tutti, a prescindere da dove uno si trova, quando ne ha bisogno e le sue possibilità finanziarie) sono due concetti che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha cercato di proporre con sempre maggiore forza nel corso degli anni. Sono contenta che appaiano qui anche perché, soprattutto il concetto di ‘One Health’ è legato a quello di ambiente, comprendendo anche la salute degli animali.
Secondo Lei, la Dichiarazione sancisce in modo definitivo la salute come diritto inalienabile della persona che gli Stati e la Comunità internazionale devono garantire a tutti? 
C’è da premettere che questi documenti sono sempre dichiarazioni di intenti, delle linee guida quindi bisognerà poi vedere come verranno applicate. Un punto importante per me riguarda i Paesi a basso-medio reddito. Questo è il G20, per cui le economie più forti che si incontrano, discutono e decidono, anche se consultandosi con altri Paesi uando si fa riferimento a Paesi a basso-medio reddito, se ne parla sempre come se i Paesi ad alto reddito avessero la e organi internazionali. Nella dichiarazione si legge che i Paesi del G20 hanno la responsabilità di supportare i Paesi a basso-medio reddito. Questo è importante, ma credo che quei Paesi (a basso-medio reddito) debbano avere maggiore voce in capitolo su come le cose vengono fatte e possano a loro volta contribuire, specialmente quando si parla di malattie infettive. Infatti, penso che Paesi ad alto reddito come quelli europei abbiano, in realtà, molto da imparare da alcuni Paesi africani o asiatici perchè hanno un’esperienza molto maggiore della nostra nelle malattie infettive, anche a livello pandemico. Forse quindi non dovremmo solamente aiutarli a costruire sistemi sanitari migliori, ma anche imparare da loro.
E cosa, nello specifico, potremmo e dovremmo imparare da quei Paesi?
Sicuramente hanno delle competenze che a volte sottovalutiamo: penso ad esempio all’ultima epidemia di ebola. Moltissimo personale sanitario era locale e quindi sono stati i primi a dover fronteggiare questa emergenza, anche con risorse molto limitate che li ha costretti ad organizzarsi nel modo più efficiente possibile.
L’identificazione, come avviene in molti Paesi, del paziente quale consumatore resta conservata in questa Dichiarazione?
Si parla di ‘Universal Health Coverage’, che l’OMS invita a perseguire e che prevede l’accesso  universale al sistema sanitario. Non si parla, invece, del fatto che il reparto sanitario attualmente, in molti Paesi anche ad alto reddito, sia inaccessibile a molti. Non mi stupisce che non ci sia una critica da questo punto di vista, perché si dovrebbe metter in discussione la sanità privata, ma è una grossa mancanza dato che abbiamo visto quanto sia dannosa una limitata accessibilità al sanità.
Tra l’altro nel documento conclusivo del summit, si sottolinea la necessità di potenziare le strutture di prevenzione e di preparazione a future malattie, ma anche a malattie già esistenti come HIV/AIDS, contro le quali si esorta il rafforzamento dell’attività di monitoraggio. Da questo punto di vista, è come se la pandemia di COVID-19 abbia in messo in moto anche un processo di rivalutazione e rimodulazione, in senso più rigoroso, delle modalità di contrasto alle pandemie esistenti, non crede?
Bisogna vedere come questi propositi verranno messi in pratica nel senso che sono  dichiarazioni molto generiche, a cui, però, poi non seguono specificazioni su come verranno attuate. Ovviamente, questo prende tempo, variando anche da Paese a Paese e, perciò, è anche normale che non sia parte della Dichiarazione. Sicuramente è positivo che si menzioni l’importanza di questi aspetti e che venga detto che il sistema sanitario non riguarda solo la cura, ma anche la prevenzione. Una cosa che ho molto apprezzato è stato trovare, all’inizio della Dichiarazione, il riferimento al fatto che se investire in prevenzione e preparazione costa, costa molto di più non farlo. E questo è un concetto molto importante.
Altrettanto fondamentale è il principio per cui, quando in gioco c’è la salute, non ci possono essere barriere. Il nazionalismo, e questo lo abbiamo visto chiaramente soprattutto nelle prime fasi della pandemia di COVID-19, non può avere diritto di cittadinanza nella gestione di un’emergenza sanitaria globale. In quest’ottica, è un dato positivo che sia stato rimesso l’accento, anche in questa Dichiarazione, sulla centralità del multilateralismo, di catene di approvvigionamento sicure ed efficienti, nella risposta a crisi come quella del coronavirus? 
Assolutamente sì, penso che la Dichiarazione dia proprio un’idea di come occorra collaborare e, per farlo, di quanto sia estremamente importante un’organizzazione come l’OMS che fornisca la piattaforma per comunicare e rispondere insieme all’emergenza.
A questo proposito, dato che l’OMS è stata spesso criticata a livello nazionale (dei singoli Paesi) e internazionale, l’ha stupita la conferma della fiducia rimarcata nella Dichiarazione tanto da auspicare finanche la creazione di un Consiglio globale sulle minacce sanitarie (Global Health Threats Council)?
Non mi ha stupito particolarmente anzitutto perché l’OMS ha partecipato a questo summit, insieme ad altre organizzazioni molto legate all’OMS. E poi, nonostante ci siano Paesi e partiti politici che hanno criticato l’Organizzazione, credo che la maggior parte dei Paesi ne abbiano riconosciuto l’importanza. Per cui non sono stupita che, soprattutto i Paesi europei, non abbiamo preso una posizione opposta.
Nel corso di questa pandemia, abbiamo visto  quanto sia importante la sanità intesa anche come il personale, sanitario e non, che, direttamente o indirettamente, ne costituisce la forza lavoro. Nella Dichiarazione di Roma, si ribadisce la necessità di investire nelle risorse umane nel comparto sanitario, nella sua formazione anche nel lato diagnostico, di laboratorio, di pre-allarme. Lascia ben sperare questo proposito?
Certamente sì, è positivo che venga menzionata la necessità di investire nella formazione del personale sanitario. Come anche che venga sottolineata l’esigenza di coinvolgere nel dialogo anche la popolazione, la società civile, le comunità locali così da ridurre la disinformazione. Ovviamente non si specifica come questo debba avvenire, anche se nel nostro policy paper siamo abbastanza chiari a riguardo: formare questa conoscenza sanitaria a livello di popolazione significa fare – nel paper prendiamo l’esempio della Finlandia – formazione sanitaria fin dalle scuole dell’obbligo. Quest’aspetto non viene coperto particolarmente da questo Summit, ma un barlume di speranza c’è.
Il che si lega, come viene espressamente ricordato nella Dichiarazione di Roma, agli investimenti in igiene, in acqua pulita, ecc., ossia in tutto ciò che, abbiamo imparato, contribuisce alla risposta alle pandemia e alla loro prevenzione?
Esatto. Devo dire, però, che quello che mi lascia un po’ perplessa a questo punto è che questo che è stato chiamato ‘Global Health Summit’, cioè ‘Summit sulla salute globale’, ci abbia lasciato una Dichiarazione incentrata sulla pandemia di Covid-19. Se da una parte fa piacere vedere che, nella disgrazia della pandemia, c’è stata una riflessione positiva, dall’altra, tuttavia, il focus sembra ancora troppo incentrato sulla pandemia. Quando si parla di accesso ad acqua pulita, si sottolinea un punto sanitario importante, in particolare per le malattie infettive, ma è solo una parte di quello che chiamiamo prevenzione. Per molte malattie, per esempio, incluso il Covid-19, sappiamo quanto sia determinante la qualità dell’aria che respiriamo, però, in questa  Dichiarazione questo aspetto non è nemmeno nominato.
Questo rimanda al primo principio del vostro appello, quello dell’interdipendenza tra salute-ambiente-economia, ma anche a quello (il quarto) che invita a ripensare i sistemi energetici in chiave più green. Questo aspetto sembra essere stato quasi completamente ignorato nella Dichiarazione.
Esatto, qui c’è una mancanza. La mia interpretazione è che i leader si siano concentrati molto di più su ciò che ha una stretta relazione con la pandemia del Covid-19. Quindi si parla di qualità dell’acqua o di cibo per esempio, ma altri aspetti non vengono toccati.
Anche sul cibo, forse, un po’ di coraggio in più nella direzione da voi auspicata poteva essere atteso oppure no?
Sì, come abbiamo visto con l’ambiente, ci sono citazioni, ma niente di più. Si parla anche di accesso a farmaci e vaccini, ma non c’è alcuna riflessione, per esempio, sull’impatto ambientale dei trasporti di beni da un Paese all’altro. Anche se viene auspicata la produzione locale, il che è positivo, non viene sottolineato il legame con l’ambiente.”
Nella Dichiarazione, si ribadisce l’importanza degli SDG, cioè degli obiettivi di sviluppo sostenibile. È un buon punto di partenza? Si va nella giusta direzione?
Penso di sì, che sia un buon inizio perché cominciamo a renderci conto, e questa pandemia ce l’ha mostrato molto bene, che non possiamo lavorare a blocchi separati, ma che è tutto interconnesso quando si parla di salute. Noto che questi concetti emergono in questa Dichiarazione e la loro connessione viene sottolineata con più forza rispetto al passato. Anche se, lo si ricorda in uno degli ultimi punti dove si menziona il ‘degrado ambientale’, mi sarebbe piaciuto ch si parlasse di ambiente in modo più chiaro, diffuso e organico. C’è da dire, però, che questa Dichiarazione è quasi completamente incentrata sulle pandemie, sulle malattie infettive e su come essere preparati ad altre emergenze sanitarie di questo tipo. Del resto, data la situazione, ce lo potevamo aspettare.
Sia Draghi sia Von der Leyen hanno ribadito la necessità di abbattere le barriere alle esportazioni e di sospendere i brevetti sui vaccini, anche se il programma COVAX è sotto finanziato. Questo è il segno che la cooperazione, quando si parla di sanità, si sta facendo effettivamente largo a livello internazionale? 
Sarebbe bello se fosse così. Nella Dichiarazione si menziona diverse volte questo concetto della cooperazione, della solidarietà, il fatto che bisogna aiutarsi perché siamo tutti sullo stesso pianeta ed evitare ripetizioni di attività perché i Paesi non parlano tra loro. C’è questa idea di collaborazione e di supporto anche per i Paesi a basso-medio reddito, anche se dovrebbe essere un rapporto più tra pari, come dicevo prima. Da lì a dire che questo cambierà la situazione non mi azzarderei anche perché le multinazionali, farmaceutiche e non, hanno un potere economico molto grande. Questo è problematico di per sé perché tendono a dettare loro le regole. E questo è un problema anche nel contesto del WTO. Quindi, non so in che misura si riuscirà effettivamente a creare una collaborazione equilibrata, lasciando da parte il profitto.
Nella Dichiarazione, si fa espressamente riferimento al coinvolgimento dei privati, della filantropia nella sanità, nella ricerca sanitaria. Cosa pensa a questo proposito?
Diciamo che capisco perché, data la struttura economica che abbiamo al momento, i Paesi abbiano bisogno del supporto di imprese e organizzazioni filantropiche. Non mi stupisce che questa cosa sia presente e non è niente di diverso da quanto visto prima. Penso sia importante che nella Dichiarazione si ribadisca la necessità di sospendere i brevetti per garantire l’accesso ai vaccini tutti, ma bisogna vedere come questo verrà applicato.
Da quanto si evince nella Dichiarazione, gli Stati hanno capito che bisogna spendere in ricerca anche a livello pubblico?
Effettivamente viene menzionata la collaborazione tra pubblico e privato, ma forse non viene sottolineata con forza l’importanza della spesa pubblica e qui magari molti Paesi fanno fatica a prendere una posizione. Non è niente di nuovo, ma sarebbe importante investire a livello pubblico.
Questi propositi rimarranno solo tali? Da dove capiremo che ci sarà un cambio di passo?
Questa Dichiarazione mette in risalto la centralità della salute, ma poi sta agli Stati fare delle politiche nazionali e internazionali adeguate.
Nel caso in cui, nella migliore delle ipotesi, le promesse della Dichiarazione di Roma venissero mantenute, il mondo sarebbe pronto per affrontare una nuova pandemia, visto che quella del Covid-19 non sarà l’ultima?
Sicuramente saremo meglio preparati, ma bisogna agire su molti aspetti. Non si può pensare che basti investire solo in ospedali o in personale sanitario, ma sarebbe importante pensare anche alla prevenzione in modo più olistico includendo l’ambiente. Vedremo se interconnessioni che noi abbiamo presentato nel policy paper verranno in qualche modo messe in pratica in futuro.
L’Italia ha fatto bella figura a questo G20 della salute? Ha offerto un contributo, un valore aggiunto al modo di ripensare la sanità post-Covid-19?
Visto come si è sviluppata inizialmente la pandemia in Europa, è stato per certi versi anche ‘catartico’ che questo Summit si sia tenuto in Italia. Credo che sicuramente l’esperienza dell’Italia abbia influito in questa Dichiarazione perché, pur non essendosi preparata per colpa di difficoltà e tagli, la sua risposta alla pandemia è stata migliore delle aspettative, pensiamo alla forte collaborazione con l’OMS. In più avendo dovuto fronteggiare momenti molto difficili, ora sappiamo molto bene cosa significhi non investire in sanità e non avere un piano pronto per fronteggiare un’emergenza del genere. Spero che, oltre ad aver partecipato alla sua redazione, l’Italia la prenda a cuore e la applichi.
Speriamo. Anche della Dichiarazione di Roma parlerete all’evento che state preparando per il 18 giugno prossimo?
Sì così come discuteremo dell’esito dell’Assemblea dell’OMS che si è aperta ieri.
Cosa si aspetta da questa assemblea dell’OMS?
In realtà sono abbastanza aperta, ma quello che spererei di vedere è più centralità sulla questione dell’ambiente in relazione alla salute, anche se per l’OMS non è un concetto nuovo. Inoltre, sarebbe importante anche in vista del COP26 che l’Italia sta preparando insieme alla Gran Bretagna.

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