giovedì, Giugno 17

Gli USA scendono in campo? image

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Obama G7

 


Raid aerei in Siria ed Iraq
, addestramento delle truppe locali per fronteggiare i jihadisti, ma anche scivolosi problemi politici con Bashar al-Asad e con i propri alleati turchi e sauditi. Queste le linee guida della strategia che il Presidente statunitense Barack Obama annuncerà nel discorso alla Nazione di questa sera (le 3 del mattino in Italia). Secondo le anticipazioni fornite dai media nordamericani, il Comandante in Capo delle truppe statunitensi dichiarerà, infatti, l’ampliamento delle operazioni al territorio siriano, allargando il raggio d’azione in tutta la zona di frontiera tra Iraq e Siria. Su ‘The Times‘, fonti che hanno avuto accesso ai dettagli della strategia, parlano di «una campagna di lungo periodo molto più complessa degli attacchi mirati usati dagli Usa contro al-Qaeda in Yemen, Pakistan e in altri luoghi».

Il discorso di Obama alla Nazione, alla vigilia del tredicesimo anniversario dell’11 Settembre 2001, è il culmine di settimane di feroci scontri politici con l’opposizione, seguiti da giorni di intense pressioni all’interno dello stesso partito del Presidente. Allo stesso modo, Obama si trova anche ad affrontare numerosi problemi per trovare supporto internazionale. Il governo turco, ad esempio, continua a mantenere un profilo neutro per paura di una rappresaglia dell’ISIS sul proprio territorio. Stessa linea seguita fino ad ora dalla casa regnante saudita.

L’Italia tenta una via di mezzo: «Dobbiamo sostenere e rafforzare quegli attori locali che possono fermare l’Isis all’interno del proprio territorio. Washington ha scelto di attuare dei raid aerei, noi abbiamo scelto un’altra strada che veda, ad esempio, l’invio di aerei da rifornimento, che non sono un bene molto diffuso, e l’utilizzo delle nostre capacità addestrative». È quanto ha tenuto a precisare il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, al termine di un summit a Milano con gli omologhi europei.

Intanto, il Segretario di Stato Usa, John Kerry, ha incontrato oggi a Baghdad il nuovo Primo Ministro iracheno, Heidar al Abadi, dicendosi ‘impressionato‘ dalla volontà irachena riguardo la ricostruzione delle forze armate irachene e l’impegno sul piano delle riforme politiche. Il capo della diplomazia di Washington ha sottolineato la disponibilità di Abadi a «muoversi rapidamente verso la firma degli accordi sulla gestione delle risorse petrolifere necessarie per risolvere le dispute con i curdi e verso una maggiore presenza e partecipazione dei sunniti nel Governo», con le riforme annunciate da Abadi nel suo discorso di insediamento che sono «necessarie all’Iraq per portare attorno a un tavolo tutti i segmenti della società irachena».

Parole che risuonano alquanto stonate rispetto alla situazione sul campo. Baghdad, come tutto il Paese, non è stata infatti risparmiata dalle violenze nelle ore in cui nella capitale irachena si trovava il segretario di Stato Usa. Tre autobombe sono esplose in quartiere sciita nella parte orientale di Baghdad, causando la morte di 15 persone ed il ferimento di altre 29. «I jihadisti dello Stato Islamico arriveranno fino alla Casa Bianca e rapiranno alcuni familiari del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama». E’ quanto sostiene Badie Arif, ex-avvocato di Saddam Hussein, che in una lettera inviata alla Casa Bianca e pubblicata contemporaneamente alla visita di Kerry, avverte della pericolosità di tale gruppo, «le ingiustizie che (lei) sta perpetrando porteranno centinaia di migliaia o anche milioni a unirsi sotto la bandiera dei gruppi salafiti e i gruppi islamici emergeranno. Non sarà possibile resistere a questi gruppi armati»

In Ucraina regge la tregua e le armi continuano a tacere. Ieri sera, il Presidente ucraino ha avuto un nuovo colloquio telefonico con il Presidente russo Vladimir Putin per discutere della necessità di tenere ‘costantemente sotto controllo la situazione’ nell’Est dell’Ucraina dopo il cessate il fuoco. Il consigliere per la politica estera di Putin, Yuri Ushakov ha riferito che entrambi sono soddisfatti del rispetto della tregua.
L’Ucraina sta intanto raggruppando le truppe nell’Est del Paese, al fine di consolidare ed aumentare le difese contro i separatisti filorussi. Il Governo di Kiev precisa che «non è per aggressione ma per salvaguardare l’effettiva difesa dei nostri territori». Il Presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha infatti promesso di dare maggiore autonomia alle regioni separatiste nell’Est del Paese, anche se ha escluso che uno statuto speciale per le zone controllate dai filorussi sia un passo verso una struttura federale, o la perdita parziale di sovranità sulle regione di Donetsk e Lugansk.
A Bruxelles nel frattempo si decidono le sorti dell’Ucraina. Oggi era previsto, infatti, che gli Ambasciatori dei Paesi membri si riuniscano a Bruxelles per un monitoraggio dell’attuazione del cessate il fuoco in Ucraina. La cancelliera tedesca Angela Merkel spinge per nuove sanzioni, ed avverte di come una volta applicate verranno rimosse «solo nel caso in cui i 12 punti dell’accordo per l’Ucraina siano rispettati». Durissima la replica del Cremlino. «La Russia risponderà alle nuove sanzioni che l’Unione europea si appresta a varare», lo ha assicurato il Presidente della Duma russa, Sergei Naryshkin, che aggiunge «le nuove sanzioni contro la Russia che ancora non sono state messe in pratica, dicono molto sulla qualità ed il livello dell’indipendenza della politica europea, e anche di più sul livello di responsabilità, o per essere più precisi, di irresponsabilità di coloro che fanno questa politica».

In Europa si profilano seri problemi per il Primo Ministro britannico David Cameron, che oggi chiede nuovamente con forza agli scozzesi di non scegliere l’indipendenza e mantenere intatto il Regno Unito. Il Governo inglese è infatti sempre più preoccupato del crescente sostegno secessionista della Scozia, alla vigilia del referendum del 18 settembre, e teme che l’effetto domino possa estendersi anche al Galles. «Il Regno Unito è un Paese speciale. Se si rompe è per sempre», ha dichiarato il Premier inglese ai media nazionali.

In Terra Santa continuano, seppur con basi fragili, i negoziati tra Israele ed il gruppo islamico di Hamas. L’ambasciatore dell’Ue in Israele Lars Faaborg Andersen ha dichiarato oggi ai media come «l’Egitto inviterà presto Israele e le fazioni palestinesi per i colloqui al Cairo al fine di ottenere un cessate il fuoco di lungo termine», aggiungendo che «se la situazione a Gaza non avrà risposte c’è una grossa possibilità che la violenza riprenda». Intanto l’Esercito israeliano fa sapere attraverso un comunicato di aver avviato indagini sulle azioni condotte dai propri militari durante l’offensiva a Gaza, ed in particolare, il bombardamento di una spiaggia di Gaza in cui furono uccisi quattro ragazzi palestinesi e l’attacco alla scuole delle Nazioni Unite a Beit Hanun.

In Egitto, oltre sessanta detenuti hanno iniziato lo sciopero della fame, in solidarietà con il blogger Alaa Abdel-Fattah, icona della Primavera Araba nel Paese. Alaa, aveva cominciato due settimane fa lo sciopero della fame, con la sua iniziativa che continua a trovare sostenitori anche al di fuori delle carceri. Sempre in Egitto, un altro cadavere decapitato è stato ritrovato nel Nord del Sinai, portando a dieci il numero degli omicidi collegati alle milizie jihadiste locali. Sul corpo è stato trovato un messaggio – “Spia del Mossad”- e si crede che il gruppo che ha rivendicato l’uccisione sia una milizia direttamente collegata ad al-Qeda nel Sinai.

Infine, sempre più critica la situazione in Libia, dove nelle ultime settimane sono stati evacuati centinaia di cittadini britannici, compreso tutto lo staff diplomatico britannico, trasferito a Tunisi attraverso la Royal Navy. Le mosse di Londra seguono quelle già avviate dalla controparte statunitense, che già da tempo ha ritirato la propria rappresentanza nel paese. Oltretutto, con la Nazione in fiamme e spezzettata dalle diverse sfere di influenza delle milizie, è lo stesso Parlamento libico, asserragliato a Tobrouk, ad essere sotto assedio.

 

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