giovedì, Ottobre 21

Gli USA e la Corte penale internazionale: un’incomprensione destinata a durare Il difficile momento che la Corte sta attraversando, con le critiche e le minacce di uscita di vari Stati africani, permette a Washington di ottenere i propri obiettivi senza prendere una posizione diretta

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La Corte penale internazionale, con sede a L’Aia, è stata istituita in seguito agli accordi di Roma del 1998, per giudicare su crimini riguardanti la comunità internazionale nel suo insieme (crimina iuris gentium), quali genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. La Corte ha competenza complementare a quella degli Stati e può intervenire solo se e quando gli Stati stessi non vogliano o non possano agire direttamente. Gli Stati Uniti si sono costantemente opposti a che la Corte possa esercitare la propria autorità su personale civile e militare nazionale. Fin dagli anni Novanta, l’amministrazione Clinton ha mirato a subordinare l’azione dell’organo a una valutazione preliminare dei casi da parte del Consiglio di sicurezza ONU; fatto, questo, che avrebbe garantito a Washington una sorta di controllo preventivo sul suo operato attraverso l’esercizio del diritto di veto.  Nonostante la mancata introduzione nel protocollo della clausola in questione, la Casa Bianca ha firmato comunque l’accordo (31 dicembre 2000) ‘in segno del perdurare del sua impegno costruttivo’. La firma presidenziale, tuttavia, non è stata mai ratificata dal Congresso così da rendere l’impegno vincolante.

Successivamente – a Corte istituita – l’amministrazione Bush jr ha adottato una postura fortemente antagonista nei suoi confronti. La sospensione della firma del 2000 è stata il primo passo di una campagna di “opposizione attiva” nei confronti della Corte, volta ad   assicurare ai cittadini statunitensi la sostanziale immunità rispetto alla sua giurisdizione. Questo obiettivo è stato perseguito attraverso un’azione definita ‘multivettoriale’ (multi-pronged), incentrata da un lato sulla conclusione di accordi bilaterali di immunità (BIA – Bilateral Immunity Agreements), dall’altro sull’introduzione di strumenti di pressione a carico di quei Paesi che, avendo aderito il Protocollo di Roma, non abbiano sottoscritto BIA a tutela dei cittadini statunitensi. Questi strumenti (la cui elaborazione è iniziata nel 2002 con l’adozione dell’American Servicemembers’ Protection Act e che è proseguita negli anni successivi, ricevendo un forte impulso dall’approvazione dell’emendamento Nethercutt nel 2004) ha reso possibile la conclusione di oltre cento BIA, anche se meno della metà è stato ad oggi ratificato dai parlamenti coinvolti o incluso in modo credibile all’interno di provvedimenti davvero applicabili.

Questa politica ha tuttavia deteriorato le relazioni di Washington con una lunga serie di Paesi. Nell’area Europa/CIS, solo sei Paesi aderenti allo Statuto di Roma hanno siglato BIA con gli Stati Uniti: Albania, Bosnia Erzegovina, Georgia, Macedonia, Romania e Tagikistan (ma la Romania non ha ancora completato l’iter di ratifica). Pur sommando alla lista i cinque Paesi della regione che hanno concluso BIA senza essere parti dello Statuto – Azerbaijan, Kazakistan, Kyrgyzstan, Turkmenistan e Uzbekistan, ma solo il Kazakistan ha ratificato l’accordo, mentre il Turkmenistan lo ha inserito in un accordo esecutivo di dubbia costituzionalità – il risultato appare alquanto deludente. Ancor più deludente appare poi il risultato se si considerano, oltre ai Paesi che – come l’Italia e i maggiori partner europei – il BIA non lo hanno siglato, i cinquantaquattro (fra i quali Brasile, Croazia, Costa Rica, Ecuador, Kenya, Namibia, Perù, Samoa e Sudafrica) che, nonostante le pressioni e l’impatto dei provvedimenti adottati in base all’emendamento Nethercutt, continuano a esprimere pubblicamente la loro contrarietà a concludere con Washington qualsiasi accordo d’immunità.

Le cose non sembrano destinate a cambiare negli anni a venire. E’ vero che la Corte, fra gli organismi internazionali su cui si sono abbattuti gli strali di Donald Trump è quello rimasto più indenne. Ciò non appare, d’altra parte, segnale di una nuova rotta. Se sotto Barack Obama l’amministrazione ha mostrato una certa tendenza a smussare gli spigoli degli anni precedenti, in nessun caso è emersa l’intenzione di Washington di lasciare la strada intrapresa. Al contrario, vari think tank conservatori si sono espressi – sia durante la campagna elettorale sia dopo l’insediamento del nuovo Presidente – nel senso di un ritorno ‘duro e puro’ alle posizioni di George W. Bush. Su questo come su altri dossier, l’amministrazione pare preferire un approccio meno ideologizzato. Il difficile momento che la Corte sta attraversando, con le critiche e le minacce di uscita di vari Stati africani, permette infatti a Washington di ottenere i propri obiettivi senza prendere una posizione diretta. Anche se la scelta compiuta a gennaio di tagliare i fondi riservati all’ istituzione (fondi che, peraltro, gli USA non hanno mai davvero erogato) dice molto su quella che resta l’opinione prevalente a Washington.

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