mercoledì, Dicembre 1

Gli Usa tra egemonismo e disimpegno

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Il progressivo declino di tutti gli strumenti di soft power (per lo più di natura politico-culturale) hanno reso necessario un crescente ricorso agli strumenti militari, i quali hanno tuttavia trasformato gli Stati Uniti da impero informale, fondato sulla dipendenza economica, ad impero formale, fondato sulla potenza politico-militare, e innescato un pericolosissimo avvitamento. L’appesantimento costante della posizione debitoria occupata dagli Stati Uniti ha eroso la credibilità internazionale del Paese rendendo necessario un crescente ricorso all’esercizio dell’impero formale. Questo processo è circolare: tanto più si fa leva sugli strumenti dell’impero formale, quanto più aumenta la spesa militare, quanto più si aggrava la posizione netta sull’estero, quanto più si riduce la credibilità internazionale.

Sul fronte interno, la politica muscolare messa in campo da Washington soprattutto in seguito all’11 settembre 2001 ha innescato un processo di chiusura verso l’esterno e suscitato una crescente insofferenza nei confronti delle leggi liberticide – come il Patriot Act – applicate in nome della lotta al terrorismo. Lo dimostra l’irresistibile ascesa del Senatore Barack Obama, coronata di successo nel 2008 attraverso una campagna elettorale fondata su concetti quali dialogo e pacificazione di rapporti internazionali. Una ricorsa verso la Casa Bianca che rendeva sempre più manifesta la frattura apertasi tra l’opinione pubblica statunitense e i sostenitori della guerra al terrorismo dichiarata dall’amministrazione Bush.

L’effetto dirompente degli attentati dell’11 settembre contribuì in maniera essenziale a raccogliere consensi attorno alla politica aggressiva elaborata dai neoconservatori, ma la vittoria schiacciante di Obama segnava la riemersione delle innate spinte isolazioniste rimaste sopite per ben otto anni (2001-2008) – poco importa che Obama abbia rinnovato le leggi iper-restrittive adottate dalla precedente amministrazione. Il candidato repubblicano John McCain non si accorse di questo cambiamento, e fu con ogni probabilità la sua promessa di «mantenere le truppe di occupazione Usa in Iraq anche cento anni, se necessario», a favorire l’ascesa alla presidenza del suo avversario democratico.

I candidati repubblicani che si sono contesi la nomination nel 2012 hanno mostrato di aver capito l’antifona: non uno di loro si azzardò a proporre l’estensione dell’occupazione dell’Iraq o l’avvio di nuove campagne militari. Donald Trump si è spinto molto oltre, propugnando una sorta di neo-isolazionismo particolarmente inviso al complesso militar-industriale, a Wall Street  e alla fronda neoconservatrice, espressasi compattamente a favore della democratica Hillary Clinton considerando l’ex first lady l’espressione diretta della tradizione egemonica statunitense.

Secondo il magnate newyorkese, l’instaurazione di un dialogo paritario con i grandi attori internazionali – Russia in primis – e l’avvio di una politica di disimpegno dal Medio Oriente e da tutti gli altri scenari in cui gli Usa sono nettamente sovra-esposti sono le condizioni necessarie per consentire agli Usa di concentrarsi su se stessi. Ammodernare le proprie infrastrutture, dare nuova linfa ai diritti civili bistrattati da leggi come il Patriot act, riposizionarsi sulla scena internazionale come primus inter pares sono gli ingredienti fondamentali della ricetta per «make America great again», come recita lo slogan elettorale Trump, destinato a passare alla storia come l’unico candidato alla Casa Bianca contro cui si sono coalizzati gli establishment sia democratico che repubblicano.

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