giovedì, Ottobre 21

Gli Usa tra egemonismo e disimpegno

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Con il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti si sono trovati ad affrontare problemi del tutto nuovi e di non facile soluzione; l’unica superpotenza sopravvissuta alla Guerra Fredda, doveva infatti difendere la posizione di favore ottenuta da quel cinquantennale confronto a bassa intensità.

Il primo strumento su cui si decise di far leva fu la potenza militare, nella convinzione che il flusso costante di investimenti esteri (sotto forma di acquisto di titoli di Stato, obbligazioni erogate da enti pubblici e aziende private, ecc.) connesso al ruolo centrale di cui è titolare il dollaro (necessario per la compravendita di merci fondamentali come il petrolio) sarebbe cresciuto in misura proporzionale alla capacità Usa di tutelare gli interessi del capitale, proiettando la propria incommensurabile potenza militare su scala globale. Per questa ragione la struttura economica statunitense, di cui il complesso militar-industriale rappresenta l’architrave, è divenuta strettamente dipendente dalla guerra, di cui Washington ha avuto modo di servirsi non solo per frenare l’ascesa delle varie potenze regionali che minacciano di intaccare lo strapotere nordamericano, ma anche per assumere il controllo diretto delle fondamentali aree geostrategiche del pianeta. Ogni qualvolta si presenti una potenza dotata della forza sufficiente ad insidiare il primato statunitense, Washington avrà sempre la possibilità di fare affidamento sull’incommensurabile vantaggio militare di cui dispone al fine di puntellare la propria supremazia e riaffermare la credibilità Usa, in modo da incrementare l’ambito afflusso di capitali necessari a finanziare il sempre più consistente deficit statunitense.

Il problema degli squilibri finanziari degli Usa risale in realtà alla Guerra del Vietnam, che contribuì a mettere in crisi il sistema dei cambi fissi e dell’ancoraggio all’oro stabilito a Bretton Woods grazie all’aumento dei cosiddetti ‘deficit gemelli’ (disavanzi del bilancio pubblico e del conto corrente). La posizione debitoria sempre più pesante in cui piombarono spinse gli Stati Uniti ad abbandonare le funzioni di centro coordinatore del sistema finanziario occidentale che avevano svolto a partire dal 1944 per entrare in conflitto con gli altri centri capitalistici, Germania, Francia e Giappone in primis.

Gli Usa si trovarono, in altre parole, in una situazione sotto molti aspetti affine a quella della Gran Bretagna di inizio ‘900. Quest’ultima però aveva la possibilità di ripianare i propri disavanzi con il resto del mondo facendo leva sulle eccedenze nette con l’estero accumulate dall’India, trasferendo capitali dalla colonia alla madrepatria attraverso meccanismi quali imposte coloniali e manipolazione del tasso di sconto. Gli Stati Uniti, a differenza della Gran Bretagna imperiale, non dispongono di un Paese estero in grado di realizzare eccedenze tali da ripianare il colossale deficit americano e questo li espone al costante pericolo di incorrere in una crisi monetaria indotta da deflazione da debito estero. L’unico stratagemma a disposizione di Washington consiste nell’imporre al resto del mondo di finanziare il disavanzo estero Usa con la forza, poiché dal punto di vista economico-finanziario non esiste una soluzione al problema.

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