martedì, Aprile 13

Gli USA di Blinken chiamati a contare, senza dominare Il Segretario di Stato di Biden chiamato a riportare l'America al suo ruolo di potenza globale in un mondo in cui l’America non è più al centro degli equilibri e però il suo ruolo in un mondo multilaterale è essenziale

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«La sua presidenza potrebbe essere l’ultima migliore possibilità dell’establishment per dimostrare che l’internazionalismo liberale è una strategia superiore al nazionalismo populista».Così scrive ‘The Atlantic’ della presidenza di Joe Biden, in un servizio dal titolo ‘The Fraught Politics Facing Biden’s Foreign Policy’, che esamina nei dettagli quali potrebbero essere le linee programmatiche di fondo della politica estera di Biden. Politica estera che Biden ha deciso di affidare a un suo braccio destro, Antony Blinken.

Ieri, a quasi tre settimane dall’Election Day del 3 novembre, il GSA (General Service Administration), l’agenzia Usa chiamata a certificare il verdetto elettorale, ha finalmente dato il via libera alla transizione -a lungo ritardata rispetto alla consuetudine.
La fase di transizione dall’Amministrazione di Donald Trump a quella di Joe Biden è formalmente iniziata. Il team di Biden potrà avere accesso a briefing classificati, incontrare funzionari del governo e coordinare l’attività con i funzionari uscenti, inoltre riceverà i fondi federali necessari per operare.
Sempre ieri, prima ancora dell’annuncio di GSA, Joe Biden ha reso noto le sue prime nomine per la squadra di governo. Janet Yellen andrà al Tesoro, Antony Blinken al dipartimento di Stato,John Kerry inviato per il clima. Tre nomine pesantissime. Non da meno le successive quattro: Alejandro Mayorkas è stato nominato Segretario alla Sicurezza Nazionale, Avril Haines Direttore della National Intelligence, Jake Sullivan advisor per la sicurezza nazionale e Linda Thomas-Greenrappresentante all’Onu.
«Non abbiamo tempo da perdere quando si tratta della nostra sicurezza nazionale e della politica estera», ha detto Biden, «ho bisogno di un team pronto dal primo giorno, in grado di aiutarmi e reclamare il posto dell’America a capo tavola, alla guida del mondo per affrontare le sfide più grandi, per sostenere la nostra sicurezza, la prosperità e i nostri valori».


L’ex Presidente della Federal Reserve Yellen, dopo essere stata la prima donna a guidare la Fed, sarà ilprimo ministro del Tesoro donna nella storia USA; il veterano del clima Kerry, uno dei principali artefici dell’accordo di Parigi sul clima, -nomina che conferma l’intenzione di riportare Washington nell’accordo internazionale sul clima di Parigi dal quale Trump ha deciso sfilare gli Usa-sarà il primo membro del Consiglio di sicurezza nazionale a concentrarsi esclusivamente sul cambiamento climatico; Sullivan sarà il più giovane consigliere per la Sicurezza nazionale dai tempi dell’Amministrazione Eisenhower; Mayorkas, un avvocato cubano americano, sarà il primo latinoamericano a guidare la sicurezza interna.
La nomina sulla quale si appuntano le maggiori attenzioni è quella alla Segreteria di Stato, che da Mike Pompeo passerà a Antony Blinken.

La decisione di Joe Biden di nominare Antony Blinken come suo Segretario di Stato «è una sceltarivelatrice che rivela quelle che il Presidente eletto considera le sue priorità più urgenti sulla scia dei quattro anni di mandato di Donald Trump, e del tipo di persone alle quali lui affiderà il raggiungimento di tali obiettivi», ha commentato ‘CNN. «Il messaggio inviato qui da Biden è semplice: fissare la posizione dell’America nel mondo -dopo quattro anni in cui il presidente Trump ha combattuto i nostri alleati tradizionali e si è comportato in modo gentile con i nostri nemici di lunga data- è assolutamente urgente. Non c’è tempo da perdere». Il fatto che tra tutte le prime sette nomine ufficializzate, la prima sia stata quella del Segretario di Stato «ha lo scopo di inviare quel messaggio non solo alla burocrazia federale, ma,soprattutto, alla comunità mondiale. L’America è tornata ad essere l’America, sta dicendo Biden. Gli ultimi quattro anni sono una aberrazione. Non è chi saremo», «il Presidente eletto fa tutto il possibile per chiarire che sarà l’esatto opposto dell’uomo che lo ha preceduto».

Blinken, 58 anni, laureato alla Harvard University e alla Columbia Law School, ha fatto parte del Consiglio di sicurezza nazionale durante l’Amministrazione del Presidente Bill Clinton prima di diventare Direttore del personale per il Comitato per le relazioni estere del Senato quando Biden neera Presidente. Nei primi anni dell’amministrazione Obama, Blinken è tornato al NSC ed era l’allora Consigliere per la Sicurezza nazionale del vicepresidente Biden prima di trasferirsi al Dipartimento di Stato per servire come vice a Kerry.

Nato a New York, nel 1962, da una famiglia ebraica -padre banchiere amante delle arti e di una manager della celeberrima compagnia di danza di Merce Cummingham-, Blinken è cresciuto a Parigi, parla fluentemente francese, è un autentico cosmopolita,progressista. Antropologicamente, culturalmente epsicologicamente all’opposto di Pompeo e Trump,‘vive a cavallo dell’Atlantico’ ed è unconvintissimo europeista, multilateralista,internazionalista, convinto che «gli Stati Uniti dovrebbero lavorare con i loro alleati e all’interno di trattati e organizzazioni internazionali», ed è essenziale la leadership degli Stati Uniti nelle istituzioni multilaterali. Il nuovo Segretario di Stato, tra l’altro, è favorevole all’accordo sul nucleare iraniano. In campagna elettorale Biden aveva ben chiarito la sua intenzione di verificare la possibilità di un rientro degli Stati Uniti nell’accordo, la scelta di Blinken è certamente funzionale anche a questo dossier. Per altro, i dossier dei quali Blinken si è occupato sono stati quasi sempre i più scottanti: Afghanistan, Iran, Pakistan durante la prima amministrazione Obama, Siria e conflitto ucraino quando si era trasferito nella West Wing come vice consigliere per la sicurezza nazionale. Considerato ‘amico fermodi Israele, si considera però abbia la capacità di tenere a bada con ferma gentilezza le pretese eccessive, tanto profondo conoscitore del Medio Oriente da evitare partigianerie pericolose.

Blinken ha recentemente partecipato a un briefing sulla sicurezza nazionale con Biden e il vicepresidente eletto Kamala Harris ed è intervenuto proprio la scorsa settimana su importanti questioni di politica estera in Egitto ed Etiopia.

Una delle prime sfide che Blinken si troverà a dover affrontare è la crisi della diplomazia americana, con un Dipartimento di Stato indebolito dalla presidenza Trump e diplomatici in carriera demoralizzati, demotivati, quando non arrabbiati. Il Dipartimento ha visto un numero significativo di abbandoni, prima nei suoi ranghi alti poi gradatamente fino al livello medio, molti diplomatici hanno scelto di ritirarsi o lasciare le missioni all’estero per la mancanza di prospettive.

Blinken si era alleato ad ex funzionari di alto rango della sicurezza nazionale nella richiesta di maggiori investimenti nella diplomazia e per una rinnovata attenzione all’impegno globale, per tanto c’è da credere che lavorerà per dare più e migliori strumenti -anche con investimenti economici- ai diplomatici di carriera e maggior spazio alla diplomazia.

La seconda urgenza sarà quella di ricostruire il rapporto con i Paesi alleati o anche solo amici. Il suo profilo, e la visione internazionale che porta con sè, aiuteranno probabilmente a rassicurare gli alleati occidentali sul fatto che gli Usa siano tornati ‘dalla loro parte’. Non sarà facile però portare a casa risultati di cooperazione reale in tempi brevi, a giocare contro sarà il clima che in certi Paesi si respira, dal Brasile all’India fino ad arrivare ai Paesi nazionalisti dell’Europa.

Altresì, ci sono degli interessi immediati che intralciano la cooperazione fattiva. «I governi australiano e giapponese, ad esempio, sono silenziosamente preoccupati per l’approccio di Biden alla Cina e stanno osservando molto attentamente le sue prime nomine. I francesi temono che i Democratici lasceranno l’Europa a bocca aperta mentre cercano di ritirarsi dal Medio Oriente e dalla guerra al terrorismo più in generale in modo da poter ruotare verso la sfida della Cina. Gli inglesi si chiedono se Biden investirà nella loro relazione speciale, visto che si è opposto alla Brexit», afferma Thomas Wright, senior fellow presso la Brookings Institution.

Risistemati questi fondamentali tasselli, gran parte degli sforzi del nuovo Segretario di Stato è presumibile si concentreranno a guarire le ferite arrecate da Trump alla politica estera americana, a partire dai vari trattati dai quali il Paese è uscito, da quello sul nucleare iraniano a quello sull’ambiente, senza trascurare il riposizionamento in strutture come l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

La sua linea sarà quella che gli deriva dalla ferma convinzione che, come ama ripetere, «Il mondo non si ordina da solo». Con l’Amministrazione Biden l’America riprenderà il suo ruolo come potenza globale, da una posizione consona a Blinken,quella del multilateralismo, in un mondo che certamente è cambiato e sta cambiando, e l’America non è più al centro degli equilibri -i«grandi problemi che dobbiamo affrontare come Paese e come pianeta, nessuno ha soluzioni unilaterali», ha detto Blinken in occasione di un forum presso l’Hudson Institutea luglio. «Anche un Paese potente come gli Stati Uniti non può gestirli da solo» e però il suo ruolo in un mondo multilaterale è essenziale, perché, altra sua affermazione, «se non è Washington ad esprimere la sua leadership, o lo faranno altri, oppure si creano dei vuoti pericolosi. Tutte opzioni che certo non aiutano gli interessi americani».

Una cosa è certa, il suo nome distende gli interlocutori dall’Europa all’Asia passando dal Medio Oriente e Israele, e però il suo mandato sarà tutt’altro che un percorso in discesa.
Il Covid-19 sarà la più grande sfida internazionale che gli Stati Uniti dovranno affrontare dal culmine della Guerra Fredda. La pandemia è un momento di riordino globale per quanto implica, dal posizionamento della Cina nel nuovo equilibrio mondiale, alle vulnerabilità dell’interdipendenza che ha esploso davanti agli occhi di tutti. Blinken, per Biden, è chiamato a costruire una politica coraggiosa entro i vincoli politici di Washington, dove i Democratici non possono sostenere il Presidente al Senato e mentre al loro interno sono divisi non poco anche in fatto di politica estera.

Per quanto Blinken abbia le idee molto chiare sul posizionamento dell’America nel mondo,all’interno della squadra di Biden il dibattito in fatto di politica estera è ancora molto aperto, non ultimo perché in questo gruppo di teste vi sono rappresentate praticamente tutte le diverse anime dei progressisti -tanto che in campagna elettorale Biden raramente si è esposto su posizioni nette.
A illustrare questo dibattito è
Thomas Wright. Biden, spiega Wright, «deve considerare le opzioni strategiche generate da una squadra ideologicamente diversificata e deve fare grandi scelte che siano in sintonia con la politica del momento, negli Stati Uniti e in tutto il mondo».Sul campo, a realizzare questo percorso, ci sarà Blinken, il quale dovrà trarre il meglio dalle diverse posizioni all’interno del gruppo di lavoro.

C’è l’alarestorationist’, spiega Wright, che «èfavorevole a una politica estera sostanzialmente coerente con quella del Presidente Barack Obama. Credono nella gestione attenta dell’ordine del dopo Guerra Fredda. Sono cauti e incrementalisti. Resisteranno alla Cina ma non vorranno definire la loro strategia come una grande competizione di potere. Mantengono grandi speranze per la cooperazione bilaterale con Pechino sui cambiamenti climatici, la salute pubblica globale e altre questioni. Sostengono l’idea di Biden di un vertice delle democrazie, volto a riparare la democrazia e incoraggiare la cooperazione, ma diffidano di una competizione ideologica tra democrazia e autoritarismo. Sono favorevoli a un ritorno all’accordo nucleare iraniano e intendono continuare a svolgere il ruolo tradizionale dell’America in Medio Oriente».
C’è un secondo gruppo, quelloreformist’, che «sfida le principali ortodossie dell’era Obama. Filosoficamente, questi consiglieri ritengono che la politica estera degli Stati Uniti debba cambiare radicalmente se si vuole affrontare le forze sottostanti del trumpismo e del populismo nazionalista. Sono più disposti dei restauratori ad assumersi rischi calcolati e più a loro agio nel tollerare l’attrito con rivali e alleati problematici. Vedono la Cina come la definizione dell’amministrazione sfidaree favorire un approccio più competitivo rispetto a quello di Obama. Considerano la cooperazione con altre società libere come una componente centrale della politica estera degli Stati Uniti, anche se tali partenariati sfociano in scontri con alleati autoritari che non sono particolarmente vitali. Essi voglionomeno coinvolgimento del Medio Oriente in generale e sono di più dispostia fare leva contro l’Iran e gli stati arabi del Golfo nella speranza di ottenere un accordo per sostituire l’accordo nucleare iraniano. Favoriscono modifiche significative a politica economica estera, concentrandosi su tasse internazionali, sicurezza informatica e condivisione dei dati, politica industriale e tecnologia, piuttosto che sui tradizionali accordi di libero scambio»

La visione del mondo di Biden è abbastanza ampia da essere compatibile con le scuole di pensiero restaurazioniste e riformiste, spiega Wright, anche perché sono due gruppi di consiglieri che vanno molto d’accordo tra loro e con Biden, per tanto non vi sono scontri interni che potrebbero avvelenare il clima e alla fine danneggiare la politica e le azioni politiche.
Biden, afferma Wright, e a questo punto Blinken,dovrebbero «considerare queste prospettive contrastanti come una risorsa e creare proattivamente un team che rifletta il più ampio dibattito sulla politica estera». Il Presidente a forse ancor più l’uomo in campo, Blinken, avranno bisogno di una varietà di idee e opzioni per un percorso minato in molti punti del tragitto, dove se si fallisce si perde la battaglia contro l’oscurantismo, il virus che minaccia, assai più del Covid-19, il futuro del pianeta. Da uomo colto e politico raffinato, capace di complessità di pensiero quale è Blinken, lo sa molto bene.

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