lunedì, ottobre 15

Gli Usa come nuova superpotenza energetica: quali sono le conseguenze? L'ascesa degli Stati Uniti come Paese produttore è gravida di pesanti ricadute

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Di recente, la Us Energy Information Administration ha stimato che a giugno e luglio del 2018 gli Stati Uniti abbiano estratto poco meno di 11 milioni di barili di petrolio (grazie agli exploit dei giacimenti situati nel Golfo del Messico, nel Texas e nei territori a cavallo tra Montana e North Dakota), una quota che per la prima volta da moltissimi anni risulta più elevata rispetto a quella prodotta da ‘re’ dei Paesi produttori: la Russia. Sempre quest’anno, gli Usa hanno sorpassato l’ Arabia Saudita. Grande risalto è stato riservato dalla grande stampa statunitense alla ‘storica’ conquista del primato nella produzione petrolifera, nonostante Mosca e Riad stiano deliberatamente sottoutilizzando la propria capacità produttiva ai sensi di un accordo bilaterale raggiunto lo scorso marzo.

Ciò non toglie che la messa a punto delle tecniche necessarie ad estrarre petrolio e gas di scisto abbia posto gli Stati Uniti nelle condizioni non solo di entrare nel ‘club’ esclusivo che riunisce i maggiori produttori al mondo – nello specifico, si ritiene che il Paese guadagnerà l’autosufficienza energetica entro il 2027, divenendo esportatore netto di gas non oltre il 2019 – ma anche di apportare sensibili modifiche alla struttura portante del mercato petrolifero, con tutte le pesanti conseguenze del caso. Grazie anche all’entusiastico appoggio dell’amministrazione Trump, i fracker statunitensi beneficiano infatti dei costi fissi relativamente contenuti e del ridotto lasso di tempo che intercorre tra l’estrazione e la commercializzazione del petrolio non convenzionale per attivare la produzione durante le fasi di alti prezzi determinate dalle contrazioni dell’offerta, quasi sempre frutto di intese tra Opec e Paesi produttori esterni al cartello. In questo modo, gli Usa hanno assunto la funzione di stabilizzatori del mercato petrolifero in un’ottica di ridimensionamento dello strapotere finora esercitato dagli altri grandi produttori. Ne deriva un’accresciuta possibilità di usare le sanzioni contro gli altri Paesi produttori come strumento per favorire i propri produttori interni senza che ciò penalizzi eccessivamente l’economia mondiale, tanto più che il confronto tra fracker statunitensi, Opec a guida saudita e nazioni non-Opec sembra non vertere più sul prezzo del barile – specie dopo l’effetto boomerang generato dalla strategia dell’oil-crash sui suoi promotori sauditi – ma sulla conquista di quote crescenti di mercato. Non è inconcepibile che Trump, da sempre particolarmente attento alle questioni economiche, sfrutti queste nuove circostanze per intensificare il ricorso a mezzi politici come le sanzioni per riequilibrare la bilancia commerciale statunitense con il resto del mondo. Lo suggerisce la politica sanzionatoria nei confronti di Russia, Iran e Venezuela e le forti pressioni esercitate da funzionari statunitensi sull’Unione Europea affinché riduca la dipendenza energetica da Mosca attraverso un forte incremento delle importazioni del ben più costoso Gas Naturale Liquefatto (Gnl) statunitense; finora, ‘soltanto’ Polonia, Lituania e Croazia hanno raccolto l’esortazione del tycoon newyorkese (anche costruendo appositi rigassificatori), ma non è escluso che altri Paesi si allineino in futuro alla politica energetica portata avanti dalla ‘nuova Europa’.

Allo stesso tempo, l’impennata della capacità produttiva degli Stati Uniti riduce giocoforza la leva diplomatica che Riad è in grado di esercitare su Washington, con conseguente alterazione dei fragili equilibri interni alla vecchia ma cruciale intesa tra i due Paesi. Non va tuttavia dimenticato che il regno degli al-Saud ha sempre rivestito un’importanza capitale non tanto in qualità di fornitore energetico degli Usa, quanto per la sua vicinanza allo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita poco meno del 20% del petrolio mondiale (la destabilizzazione di un’area tanto importante sotto il profilo strategico genererebbe forti ripercussioni sui mercati finanziari), per la sua disposizione ad allineare i prezzi di vendita in base alle indicazioni di Washington, a richiedere dollari a tutti i Paesi interessati ad acquistare il suo petrolio e a reinvestire un quota alquanto cospicua dei proventi petroliferi nell’economia statunitense. Come contropartita, gli Usa hanno garantito ‘protezione’ militare all’Arabia Saudita e appoggio granitico alla famiglia reale; era questo il senso dell’accordo siglato tra Franklin D. Roosevelt e Ibn al-Saud sull’incrociatore Quincy in navigazione sul Grande Lago Amaro del Canale di Suez nel febbraio del 1945. Riad, dal canto suo, non si limita ad assistere passivamente al declino della propria capacità d’influenzare gli Stati Uniti; lo dimostrano i continui ammiccamenti verso la Russia, le periodiche riduzioni degli acquisti di Treasury Bond e il moltiplicarsi dei segnali di disponibilità ad aderire al dirompente progetto cinese del ‘petro-yuan’.

Tutto ciò sta a indicare che, per quanto conferisca agli Usa un’accresciuta libertà di manovra, il boom petrolifero che stanno conoscendo gli Stati Uniti non implicherà alcun ritiro strategico dalle aree cruciali del globo, né alcuna sostanziale alterazione delle traiettorie strategiche che il Paese a stelle e strisce segue ormai da decenni.

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