lunedì, Settembre 27

Gli Usa aprono le porte del Fmi allo yuan

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Nel 1944, data degli accordi di Bretton Woods, il fronte occidentale schierato a fianco degli Stati Uniti decise di dar vita al Fondo Monetario Internazionale (Fmi), un organismo sovranazionale incaricato di gestire i prestiti nei confronti degli Stati in difficoltà attingendo alle proprie riserve costituite dalla ricchezza versata da ciascun Paese membro in base alle sue quote di partecipazione, proporzionali alle riserve in oro detenute nei forzieri delle rispettive Banche Centrali. Scopo originario dei prestiti del Fmi è quello di aiutare i Paesi impossibilitati a realizzare un saldo attivo nella loro bilancia dei pagamenti a dotarsi dei beni strumentali necessari a risolvere la situazione. A questo organismo venne inoltre conferito l’incarico di monitorare le oscillazioni dei tassi di cambio tra le varie monete, affinché non superassero la soglia massima del 10%. Dopo una fase di stretta osservanza delle regole prestabilite, conclusasi con il ripudio unilaterale degli accordi di Bretton Woods da parte di Richard Nixon a causa dei crescenti squilibri finanziari statunitensi, il Fmi è stato gradualmente piegato ai fini strumentali di Washington, trasformandosi in un raffinato e funzionale mezzo per imporre il soft power Usa a livello planetario.

Uno degli obiettivi principali di Washington è sempre stato quello di favorire la conquista dei mercati da parte delle imprese statunitensi, come sottolineato già nel 1898 dal Dipartimento di Stato, che in un documento d’analisi aveva scritto che: «sembra ormai accertato il fatto che ogni anno ci troveremo di fronte a un’eccedenza crescente di prodotti manifatturieri da vendere sui mercati esteri se vogliamo che i lavoratori e gli artigiani americani rimangano occupati anno dopo anno. L’allargamento del consumo estero dei prodotti delle nostre fabbriche ed officine è diventato, quindi, un serio problema di Stato e di politica commerciale». Gli Usa cominciarono quindi a far valere la propria maggioranza in seno al Fmi (corrispondente al 16,74% delle quote) per autorizzare l’istituto a finanziare qualsiasi Paese si mostrasse disposto ad allinearsi al ‘Washington consensus’, che nel caso specifico consisteva nell’eliminare i modelli di ‘capitalismo di Stato’ in America Latina, Europa orientale, Africa ed Asia.

Conformemente a questo obiettivo, il Fmi iniziò a mettere in piedi numerose ‘reti di esperti’ incaricate di falsificare regolarmente i dati economici dei singoli Paesi per spingerli all’indebitamento e provocare deliberatamente crisi finanziarie volte a porre le economie locali sotto il controllo effettivo della grande finanza. In un saggio che ha rapidamente scalato le classifiche di vendita di tutto il mondo, l’ex insider John Perkins ha definito questi funzionari ‘sicari dell’economia’, tracciandone il seguente ritratto: «i sicari dell’economia sono professionisti ben retribuiti che sottraggono migliaia di miliardi di dollari a diversi Paesi di tutto il mondo. Riversano il denaro della Banca Mondiale, dell’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (Usaid) e di altre organizzazioni ‘umanitarie’ nelle casse di grandi multinazionali e nelle tasche di quel pugno di famiglie che detengono il controllo delle risorse naturali del pianeta. I loro metodi comprendono il falso il bilancio, elezioni truccate, tangenti, estorsioni, sesso e omicidio. Il loro è un gioco vecchio quanto il potere, ma che in quest’epoca di globalizzazione ha assunto nuove e terrificanti dimensioni». In fine di questi ‘sicari’ alle dipendenze del Fmi era chiaramente quello di distruggere i dirigismi economici in vigore nei Paesi in via di sviluppo e ‘aprire’ i loro mercati alle merci statunitensi. In breve tempo, oltre 70 Paesi disseminati in tutto il mondo furono sottoposti a ‘programmi di aggiustamento strutturale’, incentrati su politiche fiscali e monetarie improntate al principio di austerità, sull’abolizione di qualsiasi controllo sui cambi, sulla liberalizzazione integrale dei mercati e sulla privatizzazione delle proprietà pubbliche. Liberalizzazione, privatizzazione, deregolamentazione ed integrazione nel mercato globale attraverso la rimozione di tutte le barriere protezionistiche comportarono un radicale ridimensionamento del ruolo dello Stato in tutti i Paesi sottoposti alla ‘cura economica’ e alle ‘terapie d’urto’ (shock therapy) raccomandate dal Fmi allo scopo ufficiale di incrementare l’efficienza dell’export, consentendo alle nazioni interessate di onorare i debiti contratti con le grandi banche commerciali dei Paesi industrializzati.

Alle soglie degli anni ’90, il Fmi era ormai riuscito a ridimensionare drasticamente un po’ in tutto il mondo il coinvolgimento dell’apparato statale nell’economia. Spacciando l’‘aggiustamento strutturale’ per un toccasana per le economie in difficoltà, i ‘sicari dell’economia’ al soldo del Fmi innescarono in tutti i Paesi sottoposti alle loro terapie un circolo vizioso di diminuzione della spesa pubblica, aumento della disoccupazione, declino dei consumi, crescita delle disparità sociali e impoverimento generalizzato. Non a caso, l’ex direttore della Cia William Colby mise in chiaro che il meccanismo di indebitamento dei Paesi del Terzo Mondo rappresentava uno strumento al quale gli Stati Uniti non avrebbero mai rinunciato, mentre il Pentagono rivelò che l’obiettivo primario della strategia Usa consisteva nel prevenire la rinascita di un nuovo rivale, specialmente in prossimità dei territori dell’ex-Urss. Lo stesso Henry Kissinger confermò la tesi: qualsiasi intromissione esterna che avesse fatto sospettare una volontà egemonica nella regione ex-sovietica sarebbe stato considerato dagli Usa un atto ostile.

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