domenica, Maggio 9

Gli Usa alla guerra del doping: con quale autorità?

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Gli Usa non sono nuovi ad impiegare queste armi tattiche contro i propri avversari geopolitici. Nel 2012, durante le Olimpiadi di Londra, cercarono di montare una campagna denigratoria nei confronti della nuotatrice cinese Ye Shiwen, la quale aveva realizzato un exploit sensazionale, nonostante tutti gli atleti cinesi avessero superato le centinaia di test cui erano stati sottoposti sia prima di volare a Londra, sia alla vigilia dei Giochi. Allora, il direttore della World Swimming Coach Association John Leonard disse che «certe pratiche hanno permesso agli animali di avere più ossigeno nel sangue, perché non pensare che possa essere fatto anche con gli uomini?». Si tratta di un’affermazione di grande effetto, perché insinua il sospetto che la performance dell’atleta cinese sia stata resa possibile dall’impiego del cosiddetto ‘doping genetico’. «La giovanissima cinese ha fatto qualcosa di incredibile e inquietante, qualcosa di mai visto. Impossibile non chiedersi come ci sia riuscita […]. Ogni volta che nel nostro sport vediamo qualcosa di ‘incredibile’, e metto questa parola tra virgolette, la storia dimostra poi che il doping è coinvolto», ha proseguito Leonard. Gli rispose per le rime Chen Zhangao, ex medico delle nazionali olimpiche: «se devo essere sincero, le incredibili vittorie di Phelps hanno sempre destato i miei sospetti, però non sono mai emerse prove. E senza le prove bisogna tacere. Il grande nuotatore di Baltimora ha conquistato diciannove medaglie, realizzando imprese straordinarie, e nessun cinese ha mai parlato di doping».

Il doping non è certamente una prerogativa degli atleti russi e cinesi, e gli stessi Stati Uniti, che al momento non esitano ad ergersi a inquisitori, sono tutt’altro che estranei a pratiche di questo genere. Da Marion Jones a Cj Hunter, da Tim Montgomery, da Lance Armstrong a Carl Lewis, la storia sportiva statunitense è costellata di atleti dopati. Alcuni di loro non sono mai stati colti in flagrante nel corso della loro carriera, ma hanno ammesso anni dopo di aver fatto più volte ricorso a sostanze chimiche proibite. Su altri aleggiano forti sospetti, relativi ad esempio alla strana morte (infarto a 38 anni) di Florence Griffith, alla muscolatura di Serena Williams e alle performance stranamente deludenti di atleti del calibro di Maurice Greene proprio negli anni in cui i controlli anti-doping si erano fatti più serrati.

Nel 1992, il segretario del Partito Socialista Bettino Craxi cercò di difendersi dalle accuse di corruzione che gli erano state rivolte e sminuire il proprio ruolo affermando che nessuno dei suoi colleghi poteva definirsi estraneo alle stesse pratiche. Fatte le debite proporzioni, lo ‘scandalo doping’ ha grosso modo la stessa morale: dal momento che tutti – chi più chi meno – vi hanno fatto ricorso e vi ricorrono tutt’oggi, chi si salverebbe da una indagine approfondita al riguardo?

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