lunedì, Dicembre 6

Gli Usa alla guerra del doping: con quale autorità?

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Il Dipartimento di Giustizia Usa ha recentemente annunciato di aver avviato un’indagine volta a far luce su quello che i giornali europei e statunitensi hanno definito ‘doping di Stato’ russo in occasione delle Olimpiadi invernali di Sochi del 2014. La mossa giudiziaria fa seguito alla pubblicazione, risalente al novembre 2015, di un rapporto redatto dagli esperti della World Anti-Doping Agency (Wada) sulla base delle dichiarazioni rilasciate dal direttore del laboratorio anti-doping di Sochi, Grigorij Rodchenkov,  il quale ha accusato la Russia di aver fatto un uso sistematico di sostanze chimiche proibite per migliorare le prestazioni dei propri atleti.

In realtà, le indagini su cui si basa il rapporto della Wada risalgono al 2013, l’anno prima delle Olimpiadi di Sochi, durante il quale si sono registrate ben 1.953 violazioni da parte di atleti appartenenti a 115 Paesi e specializzati in 89 diverse specialità sportive. Benché i dati rivelino che nel 2014 le violazioni erano scese a quota 1.693 casi, con 109 Paesi e 83 discipline coinvolti, l’eco internazionale dello ‘scandalo’ è stato di gran lunga maggiore rispetto all’anno precedente. In testa alla classifica dei maggiori “violatori” si colloca ovviamente la Russia con 148 casi, seguita da Italia (123 casi), India (96), Belgio (91), Francia (91), Turchia (73), Australia (49), Cina (49), Brasile (46) e Corea del Sud (43). Per gli Stati Uniti si parla di 34 casi di violazione. Ciononostante, soltanto la Russia è stata inquadrata al centro del mirino, in un contenzioso destinata ad assumere dimensioni molto maggiori nel caso in cui si opterà per l’esclusione degli atleti russi dalle Olimpiadi in Brasile.

Putin, che in seguito alla squalifica della tennista Maria Sharapova – risultata positiva a una sostanza  (il meldonium) lecita fino a pochi mesi prima – aveva attaccato con estrema durezza l’operato del Ministero dello Sport russo per non aver messo al corrente gli atleti sugli aggiornamenti delle normative anti-doping e, in ogni caso, per non aver vigilato su questo genere di pratiche, non ha rilasciato alcuna dichiarazione pubblica riguardo alle accuse di Rodchenkov, il quale aveva affermato che un centinaio di atleti russi impegnati alle Olimpiadi invernali di Sochi avevano sottoposto alle analisi campioni di urina prelevati molti mesi con il deliberato obiettivo di nascondere le tracce del doping, con il supporto dei servizi segreti. Atleti e allenatori russi hanno duramente respinto le accuse, mentre il ministro dello Sport Jurij Nagornyč si è spinto a minacciare una denuncia contro il ‘New York Times’, il primo giornale a riportare le rivelazioni di Rodchenkov. In compenso, il senatore Vadim Tyulpanov ha proposto un disegno di legge che contempla un anno di prigione o di arresti domiciliari per i dirigenti sportivi colpevoli di scarsa vigilanza sulle pratiche degli atleti.

Il Cremlino ha però messo in chiaro che la Russia non accetterà mai di sottoporre i propri atleti al controllo statunitense, né tantomeno alla giustizia statunitense, dal momento che le leggi vigenti autorizzano gli Usa ad occuparsi solo ed esclusivamente degli atleti dopati che hanno gareggiato sul suolo degli Stati Uniti o per le istituzioni sportive che si sono rivolte a banche statunitensi per effettuare operazioni illecite – come nel caso dello ‘scandalo Fifa’, venuto a galla anche grazie alla stretta collaborazione con le autorità svizzere. Senza contare che, con questa discesa in campo, il Dipartimento di Giustizia Usa scavalca con un solo salto le istituzioni internazionali preposte come la Wada, l’International Olympic Committee e la International Association of Athletics Federations, le quali escono delegittimate da questa intrusione unilaterale nei loro affari. Alla luce di ciò, le mosse statunitensi vanno a rafforzare la tesi moscovita della cospirazione contro la Russia, secondo la quale l’attuale ‘scandalo anti-doping’ declinato con tali modalità non sarebbe altro che l’ennesimo stratagemma (dopo i Panama Papers, il caso Litvinenko, ecc.) escogitato dagli Usa per demonizzare la Federazione Russa. L’obiettivo sarebbe quello di «ricordare agli europei occidentali, particolarmente attenti alle vicende sportive, che i russi non sono ‘buoni’ e che non possono essere considerati ‘vittime’ nell’attuale contesa geopolitica. Il messaggio è specialmente rivolto a quei Paesi, tra cui l’Italia, inclini a porre Russia e Stati Uniti su di un equivalente piano morale».

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