sabato, Maggio 8

Gli strani eroi di 'American Hustle' image

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Per fare un bel film ci vogliono diverse cose. Intanto, serve un’idea forte, un fusto solido dal quale possano partire un numero sufficiente ma non esagerato di rami secondari, capaci di reggere in autonomia altri rametti, foglie e frutti succosi. Lo sviluppo della pianta deve essere armonico ma non scontato. Voglio dire che se in mezzo alle mele, a un certo punto, ti appare appollaiato uno stregatto che sorride per poi scomparire, significa che lo sceneggiatore ha fatto un buon lavoro. Se poi alla fine scopri di esserti affezionato a quest’albero che vibra di una brezza vitale e ti fa ciao nei titoli di coda mentre tu resti fino all’ultimo, a leggere i nomi di tutti gli attori, dei tecnici e soprattutto delle canzoni che ti hanno accompagnato e coinvolto in due ore di divertimento e, ma sì, di riflessione, allora il cerchio è chiuso. Hai investito bene i tuoi soldi, ed esci dal cinema emozionato e, a volte, un pochino più saggio.

American Hustle‘ è sicuramente un bel film. Un film di imbrogli ma anche d’amore, di botte e soldi ma anche di amicizia. E di capelli, meticolosamente riportati o messi in piega con bigodini impavidamente ostentati, in piena parità di genere, quando la storia si fa tesa e il rischio di essere presi troppo sul serio si affaccia minaccioso sulla pellicola.

Il regista, questo David O’Russell, mezzo italiano e mezzo ebreo russo deve essere un bel tipetto, visto che spesso e volentieri litiga e fa a cazzotti coi suoi attori, ma sa il suo mestiere. Il tocco beffardo coheniano non gli è estraneo, basta vedere come concia l’ottimo Christian Bale dandogli un’aria alla grande Lebowski che te lo rende simpatico anche quando è impegnato a grassare poveri disperati insieme alla sensazionale Amy Adams. Confesso di avere un debole per questa attrice che, leggo, è nata e ha vissuto l’infanzia in quella strana Italia che è la base militare di Aviano. Deve esserci stata bene, perché ha chiamato sua figlia Aviana Olea, ma questa è un’altra storia. Fatto sta che è uno strano mix di Jane Fonda e Gigliola Cinquetti, angelo sexy, perfetto in un ruolo che richiede freddezza e grande fuoco interiore.

Irving (Bale) e Sidney (Adams) truffano poveracci e fanno soldi a palate finchè, ahiloro, l’esaltatissimo sbirro Di Maso, un Bradley Cooper schizzato al punto giusto, prende in mano il loro destino e quello di un gruppo di politici e mafiosi da sgominare in nome della giustizia ma soprattutto dell’ipertrofico e compresso ego del poliziotto. Come va a finire non ve lo dico, ma attenti a Rosalyn, moglie di Irving e mina vagante  in servizio permanente effettivo. Si sa che le casalinghe oche ed annoiate hanno spesso un fascino al calor bianco, ma c’è più sesso nel dito mignolo di Jennifer Lawrence, scoperta del regista che già la diresse nel “Lato positivo”, che in dieci spogliarelliste del Lido.

Baffi, camicie e grande musica tutti rigorosamente anni settanta completano un film denso, tirato e anche divertente, ispirato alla vera operazione ‘Abscam’ organizzata dall’FBI in USA tra il ’74 e il ’78,  senza mai rinunciare a sorprendenti approfondimenti psicologici, così rari nel cinema mainstream americano.

Una storia che ai più cattivelli avrà anche acceso una lampadina, uno spot obliquo e un po’ scomodo su certe vicende che in Italia sarebbero accadute, come al solito, una ventina d’anni dopo. Difficile identificare il fascinoso sbirro Di Maso col ruspante Tonino Di Pietro e i nostri politici corrotti col malcapitato e tutto sommato idealista sindaco Carmine Polito del film.

Ma tant’è.

 

 

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