lunedì, Agosto 2

Gli Stati Uniti ripensano a un cambio di regime in Iran? La strategia iraniana di Washington si fa più dura

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Come è noto, il ritiro degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo sul nucleare iraniano raggiunto nel 2015 dai cosiddetti ‘5+1’ (i cinque Paesi membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania), ha preluso alla reintroduzione di sanzioni «di portata mai vista prima», come dichiarato dal segretario di Stato Mike Pompeo. La mossa ha indubbiamente suscitato il plauso di Israele e Arabia Saudita, nemici giurati della Repubblica Islamica che dispongono di una forte capacità d’influenzare la politica statunitense, ma allo stesso tempo ha allargato il fossato che separa gli Usa dall’Europa, le cui aziende avevano approfittato dell’accordo del 2015 per riallacciare relazioni commerciali con l’Iran. L’Unione Europea ha non solo annunciato l’intenzione di continuare a conformarsi all’accordo, ma anche lasciato trapelare la prospettiva di abbandonare il dollaro negli scambi con Teheran in modo da aggirare il regime sanzionatorio statunitense. Il che testimonia quanto elevata sia la posta in gioco, e quale sia prezzo che l’amministrazione Trump potrebbe dover pagare per aver intrapreso una politica tanto aggressiva rivolta in tutta evidenza a soffocare economicamente l’Iran.

La decisione di sfilarsi dal Jcpoa è stata peraltro decretata prendendo istantaneamente per buono il contenuto dello ‘show’ televisivo attraverso il quale Benjamin Netanyahu ha cercato di persuadere l’opinione pubblica mondiale del fatto che l’Iran avrebbe violato sistematicamente i termini dell’accordo. Il problema è che le accuse rivolte dal primo ministro israeliano sono state seccamente respinte dalla stessa Aiea, la quale ha dichiarato che le prove di cui Israele è entrato in possesso non dimostrerebbero nulla di più di ciò che si sapeva già, ovvero che l’Iran ha portato avanti un programma nucleare a fini militari fino al 2009. È interessante notare, a questo proposito, che pochi giorni dopo le uscite di Netanyahu sono arrivate le dimissioni del direttore dell’Aieia, il fisico finlandese Tero Varjoranta, e del funzionario chiave dell’Office of Iran Nuclear Implementation del Dipartimento di Stato Richard Johnson. Nessuno dei due ha chiarito le ragioni dell’abbandono, che appare clamoroso alla luce del fatto che il Jcpoa rimane comunque il trattato cui continueranno a conformarsi Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, Germania e Unione Europea. Su questa mancanza di informazioni precise hanno giocato fin da subito alcuni ambienti statunitensi gravitanti nell’orbita neoconservatrice e filo-israeliana, secondo i quali alla base di tutto vi sarebbero voci di corridoio relative a un presunto giro di bustarelle iraniane che avrebbe coinvolto alcuni tecnici e politici europei ed anche statunitensi. Tali congetture fanno seguito alla misteriosa uscita di Raman Ghavami, firma del ‘Jerusalem Post’ di origini kurdo-iraniane che in un tweet ha affermato che un collaboratore del ministro degli Esteri iraniano Ansari Zarif avrebbe intimato agli europei di ostacolare il cambio di registro varato dagli Usa, pena la pubblicazione dei nomi dei negoziatori europei che avrebbero ricevuto tangenti dall’Iran durante le trattative.

Tutto ciò concorre a suggerire come nei circoli dominanti Usa stia maturando la convinzione della necessità di adottare un approccio molto più duro nei confronti dell’Iran, come dimostrato dalla nomina del ‘principe nero’ Michael D’Andrea a capo delle operazioni della Cia in Iran. Si tratta di un veterano dell’agenzia dalle ottime credenziali, che il procuratore generale iraniano Mohammad Jafar Montazeri ha identificato come il regista delle proteste contro il carovita scoppiate in alcune città iraniane lo scorso inverno. A fianco di ciò, è interessante menzionare un documento sull’Iran redatto dal prestigioso Security Studies Group (Ssg), think-tank di ispirazione neoconservatrice molto vicino a John Bolton, attuale Consigliere per la Sicurezza Nazionale per conto del quale è stato condotto lo studio. L’autorevole sito ‘Washington Free Beacon’ scrive che all’interno del documento in oggetto si «delinea una strategia attraverso cui l’amministrazione Trump potrà sostenere la sofferente popolazione iraniana a rovesciare il regime di governo che la tiranneggia. Una strategia di democratizzazione che si propone di inserire un cuneo tra il popolo iraniano e il regime al potere. Il piano […] cerca di rimodellare la politica estera americana verso l’Iran orientandola in direzione di un cambiamento di regime; una via che l’amministrazione Obama ha rifiutato di imboccare quando, nel 2009, sorsero le prime proteste popolari». Parole che riecheggiano quanto sostenuto nel novembre del 2017 dall’ex ambasciatore statunitense in Bahrain Adam Ereli, secondo cui «l’Iran resterà una minaccia per gli Stati Uniti e i suoi alleati finché il regime teocratico resterà al potere. Se gli Stati Uniti vogliono seriamente un cambio di atteggiamento da parte dell’Iran, devono considerare un cambio di regime». Lo stesso presidente del Ssg Jim Hanson ha ammesso candidamente che «l’amministrazione Trump non ha intenzione di inviare carri armati per rovesciare il regime iraniano in maniera diretta, ma spera di poter trattare con un regime post-clericale a capo di un Iran meno pericoloso e privo di armi nucleari». Una speranza di difficile realizzazione, visto che «secondo una fonte vicina alla Casa Bianca, l’accordo nucleare avrebbe consolidato la presa sul potere del regime iraniano e contribuito a costruire dissenso internazionale attorno all’opzione di fomentare un cambio di regime».

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