venerdì, Maggio 7

Gli Stati Uniti e la Brexit: oltre la ‘relazione speciale’

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Ora che la consegna formale della richiesta britannica di uscita dalla UE ha trasformato la Brexit da potenzialità politica a processo concreto, quali sono state le ripercussioni negli Stati Uniti? Come reagirà l’amministrazione alle sfide che la ‘vera Brexit’ lancia? Inoltre, come impatterà la mossa di Londra su di un’opinione pubblica che, negli scorsi mesi, ha mostrato di guardare non senza una certa simpatia alle scelte fatte dagli elettori d’Oltremanica? La Brexit saprà rafforzare, a livello popolare, quella ‘relazione speciale’ che Donald Trump e Theresa May hanno invocato in più occasioni, anche durante il loro incontro alla Casa Bianca, lo scorso gennaio?

La vittoria di Trump nelle elezioni presidenziali dello scorso novembre è stata letta da molti come il risultato dello stesso processo che – pochi mesi prima – aveva portato al successo del ‘quit’ nel voto sulla permanenza della Gran Bretagna nell’UE: l’emergere sulla ribalta politica di una ‘maggioranza silenziosa’, che sfugge ai sondaggi e che è di norma sottovalutata dagli osservatori ma che, nonostante ciò, è in grado di condizionare il pesantemente (e in maniera inattesa) il processo decisionale se messa nelle condizioni di emergere dalla sua inerzia e di esprimere liberamente il proprio voto su questioni che ne toccano in maniera concreta gli interessi quotidiani.

Da questo punto di vista, l’avvio del processo destinato a condurre Londra fuori dalla UE non potrà che rafforzare anche negli Stati Uniti la posizione ‘antipolitica’ di chi a questa ‘maggioranza silenziosa’ guarda come alla ‘vera’ espressione della volontà del Paese contro la politica dell’establishment e dei vertici dei partiti tradizionali. In altre parole, esso rischia di rafforzare il processo che ha condotto Donald Trump alla Casa Bianca e che – negli otto anni della presidenza Obama – ha alimentato la retorica anti-istituzionale e anti-fiscale del Tea Party, apparsa un po’ sottotraccia di fronte all’attuale riscoperta, da parte di Trump, dell’idea di ‘democrazia jacksoniana’.

Sul lungo periodo, l’effetto di questa dinamica appare quello di accentuare i tratti che già hanno caratterizzato le ultime elezioni, primi fra tutti la crescente contrapposizione fra i vari candidati e la parallela erosione del peso del centro politico e sociale. In tale prospettiva, la polarizzazione del confronto appare destinata ad aumentare; a beneficio soprattutto di figure carismatiche come Trump oggi e domani potenzialmente Sanders (già accreditato quale sfidante democratico per il 2020), capaci di orientare sulla loro persona il consenso in fuga dal voto ‘di affiliazione’.

Ci sono, tuttavia, anche ricadute più a breve termine. A livello economico, ad esempio, se da una parte la svalutazione della sterlina seguita al voto di giugno ha reso i prodotti britannici più economici per il consumatore statunitense, l’uscita di Londra dal mercato unico rischia di avere impatti negativi sulle imprese d’Oltreatlantico che hanno investito nel mercato britannico per estendere la loro attività a quello europeo nel suo complesso. Ciò, unito al periodo di turbolenza che il FMI prevede associato all’uscita di Londra dal mercato unico rischia di impattare in maniera negativa sulla produzione e probabilmente l’occupazione negli USA.

Anche in materia di sicurezza i ‘contro’ che l’uscita di Londra dalle istituzioni europee ha per Washington rischiano di superare i ‘pro’. Grazie al doppio ruolo svolto nella UE e nella NATO, Londra ha da sempre rappresentato la ‘cinghia di trasmissione’ fra le due istituzioni, una cinghia che – nella maggioranza dei casi – ha operato a vantaggio degli Stati Uniti. L’uscita di Londra dall’Unione si traduce, inoltre, nella perdita del raccordo fra le forze NATO e UE sino a oggi garantito dal ‘doppio cappello’ del Vicecomandante supremo dalla NATO (posizione da sempre coperta da un generale britannico), che ora perde la funzione di comandante UE per le missioni svolte nel framework ‘Berlin Plus’.

Nel complesso, la prospettiva dell’annunciato rilancio della ‘relazione speciale’ anglo-americana non sembra, quindi, sufficiente a compensare le perdite che – a vari livelli – Londra e Washington rischiano di subire a causa della Brexit. Al di là dei benefici che i due Paesi sperano di ottenere dalla rinazionalizzazione delle loro politiche economiche e da una maggiore integrazione reciproca, infatti, l’uscita delle istituzioni comuni della Gran Bretagna rischia da un lato d’intaccare parte di tali benefici, dall’altra di rendere più difficile conseguire obiettivi come l’integrazione NATO-UE che l’appartenenza di Londra a quest’ultima rendeva pressoché automatici.

Per quanto la cosa non sembri essere percepita, essa è destinata ad avere ricadute gravi sulla vita dell’‘americano medio’ e rischia di averne di ancora maggiori in caso l’uscita della Gran Bretagna prefigurasse una crisi strutturale delle istituzioni europee. Al di là del valore politico, la relazione Europa-Stati Uniti ha un significato economico che non può essere trascurato, come attestano anche – paradossalmente – le guerre commerciali che puntualmente scoppiano fra le due sponde dell’Atlantico. Un significato economico che non può essere trascurato soprattutto da un’amministrazione come l’attuale, che del rilancio dell’economia statunitense ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia.

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