mercoledì, Settembre 22

Gli Stati Uniti e il secessionismo Trump porrà fine all'uso strumentale dei gruppi secessionisti da parte de-gli Usa?

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Storicamente, gli Stati Uniti hanno fatto dell’appoggio ai movimenti secessionisti sparsi in giro per il mondo un valido strumento per tutelare i propri interessi geopolitici. Ai primordi del XX Secolo, ad esempio, l’amministrazione repubblicana guidata da William McKinley supportò il movimento irredentista cubano che lottava per ottenere l’indipendenza dalla Spagna, al fine di inglobare i Caraibi – sui quali gli Usa nutrivano forti interessi economici legati alle piantagioni di canna da zucchero – nella sfera egemonica statunitense in conformità alla cosiddetta Dottrina Monroe, attraverso la quale il presidente omonimo aveva ‘invitato’ (nel 1823) gli europei a tenersi alla larga dal continente americano.

La successiva amministrazione repubblicana guidata da Theodore Roosevelt sostenne a sua volta un gruppo secessionista operante nel nord della Colombia allo scopo di porre le basi per la secessione di Panama ed assumere così il controllo del canale. La mossa andò in porto e, come c’era da aspettarsi, il neonato Stato centroamericano si trasformò in una sorta di protettorato statunitense in cui Washington si riservò il diritto di intervenire più o meno indirettamente nel momento in cui si sarebbero verificate spiacevoli turbolenze politiche. L’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava il presidente ‘sovranista’ Omar Torrijos, che l’ex sicario dell’economia John Perkins ha pubblicamente attribuito alla Cia, e l’Operazione Just Cause contro l’ex alleato Manuel Noriega ne costituiscono una dimostrazione lampante.

In tempi più recenti, gli Stati Uniti hanno allacciato stretti legami con i gruppi indipendentisti kurdi, con l’obiettivo di tenere costantemente in tensione un Paese ondivago ma strategicamente cruciale come Turchia, bastione meridionale della Nato dal 1952, e assicurarsi una valida leva politica per determinare gli orientamenti di uno Stato importantissimo dal punto di vista energetico come l’Iraq. Nel 2006, il ‘New York Times’ pubblicò un articolo vergato dall’allora senatore democratico Joe Biden in cui si teorizzava la tripartizione dell’Iraq secondo linee di divisione etnico-religiose. Biden ha più volte dichiarato di essersi ispirato al sistema organizzativo elaborato a suo tempo dall’Impero Ottomano, in base al quale l’odierno Iraq era stato diviso in tre distinti governatorati per tenere le comunità kurda, arabo-sciita ed arabo-sunnita, tra le quali già allora non correva buon sangue, nettamente separate tra loro. In realtà, il piano illustrato da Biden ricalcava invece il modello di frammentazione della Jugoslavia messo in atto negli anni ’90, il quale aveva favorito la nascita di una serie di Stati con confini disegnati su base strettamente etnica – alcuni dei quali sono successivamente entrati a far parte sia dell’Unione Europea che della Nato.

Un altro caso paradigmatico è quello riguardante i piani statunitensi e israeliani miranti alla frammentazione del Sudan, portati avanti attraverso il sostegno alle forze secessioniste del Sud Sudan come il Sudan People’s Liberation Army (Spla) di John Garang, addestrato dall’esercito statunitense presso la base di Fort Benning, in Georgia. Lo ha ammesso candidamente Avi Dichter, ex direttore dello Shin Bet, secondo il quale «l’obiettivo era quello di indebolire il Sudan e sottrarre al governo l’iniziativa di costruire uno Stato forte ed unito […]. Abbiamo istigato e fomentato la crisi del Darfur per impedire che il Sudan sviluppasse le proprie potenzialità».

Sotto questo aspetto, la politica condotta dagli Stati Uniti è sembrata ispirarsi al piano strategico congegnato nei primi anni ’80 da Oded Yinon, analista israeliano molto ammanicato con le alte sfere del Ministero degli Esteri di Tel Aviv. In un suo articolo per la rivista «Kivunim», Yinon enunciò in maniera esauriente i punti cardine del suo piano, il quale designava come finalità fondamentale a permettere a Israele di imporsi come principale potenza politico-militare della regione la riconfigurazione integrale della carta geopolitica del Medio Oriente, attraverso quella balcanizzazione di tutti gli Stati arabi che sia in senso geografico-territoriale che nell’accezione etno-sociale sarebbe divenuta l’asse portante della dottrina strategica israeliana. Yinon era convinto che le nuove entità statali di piccole dimensioni e forza ridotta venutesi a creare con l’applicazione del suo piano sarebbero state attratte in un confronto serrato e logorante con i loro vicini altrettanto deboli e ridimensionati, rinforzando di fatto la posizione dello Stato ebraico. Sotto l’amministrazione guidata da George Bush jr., Washington ha palesemente usato il ‘piano Yinon’ come calco per realizzare il ‘Grande Medio Oriente’, il piano neocon finalizzato a ridisegnare i confini della macro-regione che si estende dal Marocco al Pakistan in maniera analoga a quanto fecero Parigi e Londra sul finire della Prima Guerra Mondiale, attraverso strumenti militari, politici ed economici. L’obiettivo era quello di scardinare gli assetti geopolitici vigenti per sostituirli con nuovi modelli ritenuti più confacenti agli interessi Usa, e ad esso si è conformata anche l’amministrazione Obama. Lo dimostra il contenuto di un documento – ora declassificato – redatto per conto del Pentagono dalla Defense Intelligence Agency (Dia) nell’agosto del 2012, in cui si identificava nei gruppi islamisti radicali supportati dalla Turchia e dai Paesi del Golfo Persico il nucleo dell’insorgenza siriana, e si accoglieva con favore la prospettiva di un principato salafita a cavallo tra Siria orientale ed Iraq in sostituzione del regime siriano, considerato «la profondità strategica dell’espansionismo sciita».

Sotto l’amministrazione Trump, l’uso strumentale del secessionismo sembra notevolmente diminuito. L’estate scorsa, il presidente ha infatti decretato la sospensione del programma di sostegno ai ribelli siriani introdotto (ufficialmente) nel 2013, sotto la direzione di Barack Obama, e in questi giorni sta mostrandosi assai tiepido rispetto agli aneliti indipendentisti kurdi e catalani. È indubbiamente prematuro affermare che il tycoon newyorkese stia rappresentando un fattore di discontinuità in materia di politica estera, ma, per il momento, la politica estera condotta dalla sua amministrazione sembra appoggiarsi sul rispetto delle sovranità statali.

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