martedì, Ottobre 19

Gli Stati Uniti e il mare

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Con il successivo intervento contro il Giappone e la Germania, gli Usa consolidarono il proprio potere; da quel momento in poi, come spiega il professor Alfred McCoy, «le flotte Usa avrebbero circondato il continente eurasiatico: la Sesta Flotta si basò a Napoli nel 1946 per il controllo dell’Oceano Atlantico e del Mar Mediterraneo; la Settima Flotta a Subic Bay, nelle Filippine, nel 1947, per il Pacifico occidentale; la Quinta Flotta in Bahrain nel Golfo Persico nel 1995. Successivamente, i diplomatici statunitensi aggiunsero cerchie di alleanze militari, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (1949), Organizzazione del Trattato del Medio Oriente (1955), Organizzazione del Trattato dell’Asia del Sud-est (1954) e trattato di sicurezza nippo-statunitense (1951). Nel 1955 gli Stati Uniti avevano una rete globale di 450 basi militari in 36 Paesi volti, in gran parte, a contenere il blocco sino-sovietico dietro una cortina di ferro che coincideva in modo sorprendente ai ‘rimland’ di Mackinder nel continente eurasiatico. Alla fine della guerra fredda, nel 1990, l’accerchiamento di Cina comunista e Russia richiese 700 basi all’estero, una forza aerea di 1.763 jet da combattimento, un vasto arsenale nucleare, più di 1.000 missili balistici, una flotta di 600 navi, di cui 15 gruppi tattici di portaerei nucleari, tutti collegati al solo sistema globale di satelliti per le comunicazioni».

La strenua difesa degli Usa – nonostante non aderiscano alla Convenzione di Montego Bay del 1982 – del diritto di libera navigazione in alto mare, di transito pacifico nelle acque territoriali degli Stati costieri e di libero passaggio negli stretti internazionali, ha il triplice scopo di proteggere il regime di commercio globale (il 90% dei commercia si muove ancora via mare), impedire a potenze rivali di sfruttare i mari per portare attacchi contro il territorio statunitense e dispiegare facilmente i propri mezzi militari in tutto il mondo per difendere gli interessi statunitensi. Non stupisce quindi che nel rapporto sulla libertà dei mari nel 2016, gli Usa abbiano attaccato duramente due dei suoi principali rivali geopolitici, vale a dire l’Iran, accusato di imporre restrizioni eccessive sul transito attraverso lo Stretto di Hormuz, e la Cina, la cui politica nel Mar Cinese Meridionale è ritenuta aggressiva e passibile di minacciare la tenuta dell’attuale regime di libertà dei mari che contribuisce a garantire la supremazia statunitense.

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