martedì, Maggio 11

Gli Stati Uniti e il mare

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Uno dei fattori che hanno maggiormente segnato l’ascesa della potenza statunitense nel corso del XIX Secolo è indubbiamente dato dalla sua ineguagliabile proiezione marittima. Se infatti l’ascesa politico-economica degli Usa nei decenni immediatamente successivi alla dichiarazione d’indipendenza del 1776 si è realizzata attraverso la cosiddetta ‘spinta verso ovest’, cardine indiscusso della ‘dottrina Monroe’, il consolidamento del vantaggio accumulato si verificò attraverso l’applicazione dei principi enunciati dall’ammiraglio Alfred Thayer Mahan (1840-1914).

Nel suo celebre The influence of sea power upon history del 1890, Mahan sostenne che l’elemento storicamente decisivo nell’assicurare la vittoria delle grandi potenze europee su quelle asiatiche era indubbiamente rappresentato dall’incommensurabile superiorità delle flotte militari del ‘vecchio continente’. Con uno stile asciutto, semplice e conciso del tutto funzionale allo scopo di indottrinare politicamente la borghesia nazionale alle sue idee innovative, Mahan spiegava che lo stato di allerta continua in cui si trovavano i grandi imperi europei, bisognosi di difendersi dai loro bellicosi vicini, aveva favorito un notevolissimo sviluppo tecnologico e organizzativo rivelatosi fondamentale sul campo di battaglia. Il consiglio dell’ammiraglio ad ogni statista interessato a valorizzare le potenzialità del proprio Paese era quindi quello di impiegare tutte le risorse necessarie all’allestimento di una flotta da guerra in grado di controllare gli oceani, i quali coprono una parte più che preponderante del globo.

Il controllo militare sui mari rappresenta infatti, a suo avviso, la condizione necessaria agevolare lo sviluppo del commercio marittimo, che «ha sempre prodotto ricchezza in ogni epoca, e la ricchezza è l’espressione concreta dell’energia vitale, materiale e mentale di ogni nazione». Nella concezione hobbesiana e darwinista di Mahan, è quindi la potenza marittima a rendere possibile il pieno sviluppo delle qualità umane e il benessere dei cittadini: «la storia della potenza marittima è largamente, ma non solo, la narrazione di battaglie […]. Al fine di assicurare a una popolazione una fetta sproporzionata di benefici venne fatto ogni sforzo possibile per escludere gli altri, sia attraverso mezzi legislativi pacifici di monopolio, di regolamentazioni o divieti, o, se questi mezzi non si rivelavano sufficienti, attraverso la violenza diretta». Per Mahan, la strada che conduce alla supremazia era tutto sommato chiara: mettere in piedi una efficiente flotta militare in grado di proteggere la proprio marina mercantile e interdire allo stesso tempo le rotte commerciali dei nemici. Il controllo delle acque territoriali deve realizzarsi attraverso il dominio delle acque internazionali.

La grande popolarità delle tesi di Mahan esercitò probabilmente un ruolo nell’indurre il presidente William McKinley ad entrare in conflitto con la Spagna (1898). Questa guerra consentì agli Usa di incorporare le Hawaii e di inglobare nella propria sfera egemonica sia le Filippine che il Mar dei Caraibi e porre quindi Theodore Roosevelt, successore di McKinley, nelle condizioni di costruire il Canale di Panama, che avrebbe consacrato la proiezione bi-oceanica della rampante potenza statunitense e ridisegnato progressivamente i rapporti di forza internazionali. Un riequilibrio che venne formalizzato per la prima volta nell’ottobre 1939, quando, in occasione della Conferenza di Panama, Franklin Delano Roosevelt fece valere tutto il peso specifico acquisito dagli Stati Uniti per costringere i propri interlocutori a riconoscergli il diritto a istituire una fascia di sicurezza a protezione delle operazioni militari in corso (la Seconda Guerra Mondiale era scoppiata da un mese) a 300 miglia dalle coste Usa.

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