lunedì, Settembre 20

Gli Stati Uniti diverranno protezionisti?

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Il voto dei cittadini a favore di questo programma politico pone tuttavia gli Stati Uniti di fronte a un gigantesco dilemma strategico, poiché significa che la base elettorale del Paese intende picconare le fondamenta politiche ed economiche della supremazia Usa. L’incapacità dell’establishment Usa di tradurre il dominio geopolitico in benessere dei cittadini è all’origine del ripiegamento strategico a cui dichiara di aspirare l’amministrazione Trump. Ma questa sovversione non può prescindere dal fatto che gli Stati Uniti sono il Paese detentore del 23% della ricchezza mondiale, con un debito pubblico spaventosamente alto, un deficit commerciale da capogiro e quasi 6.200 miliardi di dollari di titoli di Stato sparsi in giro per il mondo. Detto in altri termini, gli Usa sono troppo interconnessi con il resto del mondo per rinchiudersi in se stessi. D’altro canto, il loro evidente declino relativo non li pone più nelle condizioni di mantenere a lungo il margine di vantaggio sui concorrenti, come riconosciuto dallo stesso Zbigniew Brzezinski. Una situazione che riduce di molto lo spazio di manovra di Trump, che molto difficilmente potrà fare a meno di conservare il controllo dei mari, la rete di alleanze e la presenza militare nelle aree strategicamente cruciali.

Va inoltre sottolineato che negli Stati Uniti esistono enormi limitazioni al potere della Casa Bianca, nell’ambito di un sistema i cui pesi e contrappesi impediscono che una sola carica sia in grado di varare cambi di rotta troppo radicali. La posizione del Congresso sarà fondamentale, ed il fatto che i repubblicani dominino entrambe le camere non costituisce di per sé una garanzia per Trump, nella cui memoria è ancora ben impresso l’incredibile ostruzionismo attuato nei suoi confronti dall’establishment del suo partito durante le primarie. Altrettanto cruciali si riveleranno gli orientamenti degli apparati (Dipartimenti di Stato e del Tesoro, Federal Reserve, Pentagono, Cia, ecc.) incaricati di tradurre in pratica la politica commerciale, monetaria ed estera degli Stati Uniti. Lo ‘Stato profondo’ avrà come sempre una voce in capitolo sulle questioni fondamentali di cui Trump molto difficilmente potrà evitare di tener conto.

Il tempo si incaricherà di evidenziare il grado di applicabilità della ricetta insularista di Trump, che in campagna elettorale ha suscitato l’ostilità di una parte più che preponderante dei centri di potere statunitensi, dei grandi media e dei principali think-tank sia democratici che repubblicani. Sta di fatto che l’introversione strategica, chiesta a gran voce dagli elettori, è un orizzonte sempre più concreto verso cui gli Usa sembrano muoversi già adesso.

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